Sul campionato del mondo di calcio


Tutte le grandi squadre europee hanno perso delle partite ritenute facili contro compagini di nazioni ritenute povere o prive di mezzi oppure con una storia sportiva e tecnica che dovevano tenerle lontane dal successo con le “grandi”.
Prima della fine delle qualificazioni agli ottavi di finale, vorrei azzardare un’ipotesi che abbia il sapore del no-global, il respiro dell’anti-capitalista e il cuore di un tifoso che ha il calcio nel sangue, ma che preferisce seguire solo i campionati del mondo ritenendoli almeno in superficie più autenticamente calcistici di altri tornei.
Una partita di calcio è qualcosa di molto simile alla vita:
in una finale, la partita di gran lunga più importante, la durata è stabilita, ma a seconda dei contrattempi può esserci il recupero. Se non c’è vantaggio di una o dell’altra, le squadre hanno un tempo supplementare per combattere ancora. Se anche questo tempo non è risolutivo si tireranno i calci di rigore. Giustamente la si chiama lotteria. Borges non aveva poetato che l’invenzione della lotteria a Babilonia altro non fosse che la causa dell’esistenza del destino nel mondo?
Tutti vogliono vincere. Se non ci fosse questo presupposto la partita non verrebbe nemmeno giocata o al più assomiglierebbe ad una pantomima. Come in tutte le vite le circostanze di ognuno contano e come per tutti i pronostici calcistici non sempre è facile dare per scontato qualcosa che può avere realizzazioni multiple.
Cosa è successo alle squadre blasonate dei più ricchi paesi europei?
E’ successo quello che succede quando nell’individuare il metodo per la realizzazione di un desiderio facciamo tutto il contrario di ciò che è necessario. Non è un’interpretazione psicologica, io penso proprio ad una spiegazione “scientifica” (e complessa) di certe sconfitte e del primo pareggio dell’Italia.
Questi giocatori cresciuti e pasciuti in club che li abbeverano alla fonte dell’abbondanza quando scendono in campo non lo fanno per giocare al calcio. Discutono di premi, della forma del peso della consistenza della palla (manca la questione non secondaria del grado di rotondità) e dimenticano di rappresentare una nazione, un particolare che nella mia ottica di pace mondiale non lo considererei mai secondario.
Morale della favola. Non è colpa loro, poverini. E’ colpa nostra. Li incensiamo, li vogliamo belli e tatuati, ma anche retori e dialettici, li vogliamo morali, ma non moralisti, ligi al loro dovere, ma non esosi, tanto meno spudorati o prodighi… Chi li paga i loro stipendi? chi crea quel mondo di lustrini per quelli che poi ci finiscono dentro con i piedi e con la testa? Siamo noi che li vogliamo così e anche loro che vogliono essere così. Dare da mangiare a un calciatore è sacrosanto, a nessuno si nega una Ferrari, ma vorrei anche vedere giocatori che giocano per il gusto di giocare.
Caro Beckam, se ti disperavi con la tuta da assistente invece di farlo con un completo fumo di londra dal valore di svariate migliaia di sterline, forse il pubblico inglese avrebbe creduto di più alla sincerità del tuo disappunto.
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