Lettera di un disoccupato all’Universo

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Caro Universo,
io e te ci siamo sempre capiti. Sono una parte di te e tu te ne sei sempre stato sia fuori che dentro di me in un equilibrio piuttosto interessante. Durante la mia vita non ho assistito a tutto quello che tu invece hai avuto la fortuna di osservare: scontri interstellari, esplosioni di nove o civiltà extraterrestri che sconvolgerebbero la vita di noi umani e delle altre specie se solo potessimo entrarci in contatto. Tutto sommato però, sulla Terra noi sapiens tra politica, guerre e ingiustizie sappiamo come passare il tempo. Insomma, così come nella mia vita, anche nella tua, verso queste parti non c’è stato granché di movimento, viste le premesse.
Tuttavia ora le cose sono cambiate.
Forse te la sei presa perché all’inizio pensavamo che tu fossi semplicemente finito: la Terra al tuo centro e un essere onnipotente al di là delle stelle fisse che, tra le altre cose, raccontavamo addirittura che ti avesse creato. Capisco che ci sei rimasto male, ma per uno grande e grosso come te non credo che possa risultare un’offesa poi così grave; è stato solo un breve periodo di tempo della nostra storia: rispetto alla tua età si può paragonare all’esperienza di un bruscolo in un occhio di un essere umano: non è la fine del mondo. E infatti abbiamo rimediato: il sole è tornato al centro della galassia (in un angolo periferico di questa a dire il vero) e tu sei tornato ad essere infinito, come era giusto che venissi descritto.

Forse non ti è garbato l’ulteriore passo che abbiamo fatto? Da un unico Universo siamo passati agli Universi paralleli e al Multiverso: non pensiamo che tu sia schizofrenico, o ambiguo, o bifido, o biforcuto o dissociato (semmai sta a noi capire perché tutti questi termini hanno un che di spregiativo…), ma semplicemente ti abbiamo studiato e sei talmente grande, infinito e fondamentale per comprendere la trama delle nostre vite, e della materia diffusa che ci circonda, che un unico Universo infinito ci sembrava ancora troppo poco. Di cosa ti lamenti?
Te ne stai in panciolle tutto il giorno e tutto quello che capita di interessante e di più fico te lo puoi godere in diretta e dal vivo, mentre io non posso permettermi nemmeno l’abbonamento alla pay-tv. Insomma il problema che ti volevo sottoporre è che qualcosa nel caso o nella necessità, nel fato o nel destino, per me è cambiato di colpo.

Per prima cosa non sono più sfigato e questo comporta delle responsabilità.
In secondo luogo il lavoro non mi trova più come una volta, quando venivo cercato e mi venivano offerti impieghi, commissioni, consulenze ecc. Adesso capita che più lo cerco e più il lavoro scappa in una fastidiosa pantomima di attrazione/repulsione che pare il rincorrersi amoroso dei personaggi di “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare in preda alle fantasticherie dovute al fiore magico che Puck ha fatto mangiare loro.

Ho forse mangiato fiori magici e per questo non riesco a trovare cosa sto cercando? Mi sembra di no. Se te la stessi prendendo con me per quel bruscolo nell’occhio di prima vorrei capire perché proprio io, cioè: non che non sappia che altri stanno messi peggio e che li stai trattando davvero di merda, ma mi piacerebbe capire perché d’un tratto hai cambiato la prassi a cui mi ero abituato.
Oppure, caro Universo, stai cercando di dirmi qualcosa in maniera negativa? Se il lavoro non mi trova più come una volta e io che lo cerco non lo trovo, allora significa che non devo lavorare? davvero è questo che stai cercando di dirmi, Universo? Altresì non si spiega allora perché non mi fai trovare portafogli per terra o sulla soglia di casa o direttamente rotoli di banconote avvolte con elastici o mazzette ripiegate in una molla d’oro (solo per elencare alcune delle più comuni maniere cinematografiche di mostrare il denaro guadagnato disonestamente), e anche non si spiega perché nello stesso giorno mi si è rotta l’aspirapolvere, la forbice, l’abat-jour e non riesco a trovare più i coperchi né delle pentole né quelli delle padelle, e sì che non c’è bisogno che ti spieghi le virtù del microclima umido che grazie ad essi si crea quando salti le verdure!

Quando ero piccolo capivo se mia madre era stanca dalla consistenza del purè: se ci trovavo pezzetti di patata era stata una giornata pesante, se invece aveva la consistenza morbida delle nuvole significava che aveva avuto il tempo e la passione per rendere i tuberi davvero una purea. Ed la stessa cosa con te: il gusto delle cose che una volta era quello delle nuvole, da qualche tempo ha il sapore della sabbia, in bocca mi ritrovo polvere, e non è quella di stelle, ma dei più bui angoli e delle malcelate preoccupazioni. Le cose sono due: o sei stanco, ma non riesco a capire il messaggio, oppure il periodo nero che sto passando è solo una singolarità, l’ennesima, alla tua presenza, dentro e fuori di te. Tu che sei la madre di ogni cosa, spiegami finalmente cosa sta succedendo.

Tanto lo so che non risponderai, con tutto il nulla che hai da fare immagino che tu sia davvero impegnato, proprio come me: disoccupato forse, ma incantato dal tutto.

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