Il tetto del convento

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Quando ero piccolo mio padre mi raccontava una storia:

Un muratore un giorno portò il figlio con sé a lavorare. Gli aveva fatto dei discorsi prima di arrivare al convento, e pensava di essersi spiegato bene. Il tetto del convento era vecchio, le tegole erano rovinate e il controsoffitto quasi del tutto marcio. L’umidità aveva invaso molte delle celle occupate dalle suore e il muratore aveva molto lavoro.
“Le suore hanno pochi soldi e non possono risistemare tutto, ma per fortuna che ci sono loro, altrimenti noi non mangeremmo” aveva detto il muratore al figlio una volta arrivati. Il muratore si era preso l’incarico di rifare l’intonaco e di ritinteggiare le pareti e aveva lasciato il tetto al giovane figlio, per via di una sua intelligenza ingegneristica, un’intuitività geometrica che aveva dimostrato fin da piccolo.
Quando il muratore aveva finito salì sul tetto attraverso l’abbaino e vide il figlio tutto tronfio del lavoro completato. Il muratore si avvicinò e gli disse che aveva fatto un ottimo lavoro, ma che non aveva capito un cazzo.
“Se non lasci un buco per farci piovere dentro le suore non ci chiamano più, e il mese prossimo come mangiamo?” gli domandò il muratore con quel tono di scherno che si usa per i bambini che in fondo non possono ancora sapere tutto delle vita. Prima di scendere il muratore tolse alcune tegole e le mise da parte, tanto le suore lassù non ci sarebbero mai salite…

Sempre mi era sembrata una storia arguta sull’intelligenza contadina e sulla stupidità del clero, sull’avarizia e sulla mancanza di lungimiranza, di programmazione e di energia intellettuale. Adesso che sono grande e che la mia intelligenza è ben formata dall’esperienza non posso che leggere questa storia come un apologo. Il muratore sono i politici (e non c’è nessuna allusione alla massoneria, la storia era così, e così l’ho lasciata); le suore sono i ricchi; e il figlio sono i giovani e le persone oneste.
Poi ci si domanda perché si abbandonano le famiglie e si incendiano le strade…

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