L’impiegato immaginario

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I genitori di Aurelio, il giovane disoccupato di 41 anni morto qualche settimana fa, non si danno ancora pace e vogliono raccontarci cosa è successo.
Aurelio ha perso il lavoro a trentasei anni a causa della crisi, quando la piccola azienda in cui lavorava ha chiuso improvvisamente.
“In realtà non è andata proprio così” puntualizza la madre “il proprietario si è suicidato dopo aver scoperto che il socio andava a letto con la moglie e che aveva preso mazzette da una famosa catena di alberghi per taroccare gli appalti e fargli ottenere forniture a prezzi vantaggiosi da altre società.”
La madre di Aurelio riferisce questo fatto con gravità, ma non si coglie la rabbia che ci si aspetterebbe da una vicenda del genere. Le domando se è stata avviata un’inchiesta, se quest’uomo, parte in causa del dramma di Aurelio, sia stato sottoposto a giudizio.
“Purtroppo no” risponde il padre “in Italia la corruzione tra privati non è reato, non è reato nemmeno compromettere la propria azienda e non lo è nemmeno l’auto-riciclaggio di denaro proveniente da atti illeciti. Quell’uomo è scappato all’estero e si gode i proventi della vendita della sua azienda.”
È meglio riportare l’attenzione sul dramma di Aurelio, per il quale sono venuto apposta per incontrare i suoi coraggiosi genitori. La sua storia è straziante quanto reale.
“Si stava per sposare, aveva dei soldi da parte, ma Equitalia bussò alla sua porta a poche settimane dal licenziamento” dice la madre con voce rotta da un pianto che tuttavia non inizia.
“Per pochi anni Aurelio aveva fatto l’assicuratore freelance a partita IVA. Per qualche ragione risultava che non l’avesse chiusa e quindi gli venne notificata una cartella di circa venticinquemila euro per gli anni dal 2000 al 2008, anni in cui aveva invece lavorato con un contratto a tempo indeterminato con la Sanitarix. Mise un avvocato, ma com’è come non è, non ci fu verso di venire a capo della cosa. Un finanziere interpellato come consulente gli disse che ormai era meglio pagare, perché tutto quel lavoro si doveva giustificare con un introito e che non si poteva far fare brutta figura alle amministrazioni…”
Aurelio cosa fece a quel punto?
“I soldi voleva usarli per il suo progetto d’amore, ma capì che era impossibile uscire da quella situazione: pagò.”
Dopo aver perso il lavoro Aurelio si ritrova senza prospettive e senza soldi all’inizio della peggiore crisi economica che il mondo e l’Italia abbiano mai conosciuto.

A questo punto cosa accadde?
“La fidanzata lo lasciò” racconta la madre accarezzando la foto del figlio che i genitori tengono incorniciata nel salotto.
“Era troppo orgoglioso per insistere o fare o dire qualcosa di cui si sarebbe potuto vergognare o pentire in seguito. Ci disse che lei aveva scelto così e che lui doveva rispettare quella scelta. Secondo me aveva già smesso di lottare da tempo” ci dice il padre prendendo la cornice e rimettendola nel suo posto d’onore. Questo dignitoso genitore si alza e ci dà le spalle. Immaginiamo che alcune lacrime stiano solcando il suo viso, in questo momento, ma ci sono ancora cinque anni di drammi e sofferenze da raccontare.
A questo punto, infatti, Aurelio è un uomo totalmente libero, forse solo, forse povero, certamente disoccupato, ma in fondo è come se la vita gli avesse riservato una seconda chance. Cosa fece?
“A malincuore si mise a studiare per partecipare a concorsi pubblici” ci dice il padre chinando la testa, sconsolato.
Sappiamo quale può essere l’esito di questa scelta sciagurata.

“Non sembrava che per entrare nell’amministrazione pubblica, ovvero in un ambito dove si va a servire e onorare la società civile, ci si dovesse dimenticare di essere delle persone, e nemmeno sembrava incredibile che non cercassero persone intelligenti e preparate che per di più avessero lavorato molti anni nel settore privato. All’età di Aurelio, con una laurea invece del diploma, senza esperienze pregresse nel pubblico e senza una certificazione delle sue competenze informatiche e linguistiche, che erano comunque ottime, i suoi punti, a parità dei risultati dei test, erano sempre i più bassi. I concorsi pubblici, scoprimmo a malincuore, erano ormai orchestrati apposta per alcuni che non possono non vincerli e se sono trasparenti vince invece solo chi mette correttamente tutte le crocette: ma sanno fare altro?” si domanda il cuore della mamma di Aurelio in uno scatto di orgoglio materno.
Questo ragazzo non ammanicato dopo tre anni di concorsi falliti, lavoretti qua e là in una crisi economica che continua a mietere posti di lavoro, riceve un’altra notizia che mina una situazione che definire precaria è dire poco.
Può dirci cosa è successo?
“Certo” dice il padre di Aurelio prendendo da un cassetto delle carte.
“Aurelio andò all’INPS per vedere se era possibile avere un sussidio o qualcosa del genere, qualsiasi cosa – anche se secondo me ormai si recava negli uffici pubblici solo per osservare fannulloni o ignoranti che li affollavano, quasi per consolarsi di non essere mai stato preso perché era di un’intelligenza superiore – tuttavia risultò qualcosa che ancora oggi grida vendetta al cielo. Di tutti gli anni di lavoro che risultavano a lui – un giorno avrebbe voluto riscattare anche il servizio militare e gli anni di università – non risultava versato alcuni contributo previdenziale. Il suo commercialista non fu reperibile, era anche un nostro lontano cugino, ma ci dissero che era scappato col malloppo già nel 2008, proprio l’anno in cui aveva chiuso la Sanitarix. Eppure nessuno gli aveva mai comunicato nulla. Essere disoccupato pensando di avere quindici anni di contributi non è la stessa cosa che sapere che a trentanove anni è come se non avesse lavorato un solo giorno della sua vita…” ci dice il padre riponendo quei teneri fogli taglienti dai marchi azzurri tanto cari ai nostri pensionati.
“A quel punto” ci precede la madre “si chiuse in casa fino a quel fatidico giorno di primavera dell’anno scorso”
Prima di quel giorno non uscì più di casa?
“Praticamente. Se ne stava tutto il giorno davanti alla televisione a prendere a male parole questo e quello oppure a giocare al computer o sui social network o peggio…”
Cioè?
“Guardava porno” dice la madre senza vergognarsi “era molto solo poverino, così solo. Ogni tanto passava a trovarlo un amico, ma erano o fidanzati o occupati o tutti e due le cose e Aurelio non sopportava più la loro presenza, li sentiva lontani, incapaci di comprendere la sua situazione”
Arrivò così la primavera.
“Esatto. Speravo che il nuovo governo avrebbe portato un po’ di serenità, almeno un po’ di speranza se non poteva portare subito un po’ di lavoro o di giustizia sociale. Una mattina di metà aprile, era una bella giornata di sole tiepido, Aurelio si alzò molto presto. Ormai era suo solito non farlo mai prima di mezzogiorno. Invece quel giorno maledetto si alzò, si preparò, si fece la barba dopo più di tre anni che aveva portato una peluria indefinita, e verso le otto e mezza ci disse, dopo aver preso il caffè, che andava al lavoro. Io e mia moglie siamo rimasti basiti, lo abbiamo inseguito, ma era già uscito. Ci siamo guardati, mia moglie doveva scappare al lavoro, le mancavano pochi mesi alla pensione, e quindi sono rimasto da solo a pensare”
Non le sembrava possibile che avesse trovato lavoro?
“Mi era sembrato davvero strano. Intanto non ci aveva detto che avesse ripreso a cercarlo e in più avevo letto sul giornale che il governo aveva varato un decreto per le agevolazioni alle aziende che avessero assunto apprendisti, cioè persone fino a ventinove anni: mio figlio ne aveva già quaranta! Era davvero strano…” dice il padre, ripensando a quei giorni convulsi. Ha la faccia di chi si domanda come sia possibile che un motore appena revisionato possa fermarsi all’improvviso.
Quando avete saputo la verità?
“Ero appena andata in pensione e decisi di farmi una passeggiata alla Villa Comunale. Mio figlio sembrava felice in quei giorni, non ci aveva spiegato nulla di questo ≪lavoro≫, e noi ci eravamo fidati, avevamo creduto che le cose fossero tornate alla normalità”
E invece?
“E invece trovai mio figlio ad uno dei tavoli della Villa dove di solito si gioca a tressette e, non oso dirlo…”
Signora, si faccia coraggio.
“Certo, mi scusi. Mio figlio era seduto ad uno dei tavoli e giocava a fare l’impiegato”
Vuole spiegarci meglio?
“Era vestito di tutto punto e si era portato dietro materiale di cancelleria, faldoni di documenti, il suo computer portatile, persino una stampante sfasciata e un vecchio telefono. Teneva tutto davanti a sé, faceva finta di rispondere al telefono, prendeva appuntamenti, smaltiva pratiche e riempiva memorandum. Faceva anche finta di avere persone alle proprie dipendenze, insomma, giocava a fare il capo di un ufficio immaginario”
Lei a quel punto cosa decise di fare?
“Tornai a casa e dissi tutto a mio marito” dice la signora. I genitori di Aurelio si guardano e si prendono le mani. Questa storia non è ancora finita, ma sono già dignitosi nel loro dolore inesprimibile.
“Cercammo di comportarci normalmente per un po’ e allertammo i Servizi Sociali che tramite il responsabile ci disse che fino a quando gli garantivamo vitto e alloggio e non era un pericolo per sé o per gli altri, non potevano fare nulla. A quel punto, abbandonati dalle istituzioni cercammo di instaurare un dialogo costruttivo col nostro ragazzo, ma lui, per esempio, rifiutò di andare dallo psicologo spiegandoci che in ufficio nessuno lo trattava male, anzi che il suo superiore era molto felice per lui e i suoi dipendenti lo rispettavano”
E oltre a questo pensaste che non si sarebbe potuto fare altro?
“Non c’era nient’altro da fare. Alla fine di luglio smise di andare al ≪lavoro≫ e tornò lo sfaticato di prima. Nonostante la disoccupazione ci sembrò di tornare a respirare ma, la madre si interrompe, fu solo una tregua”
Perché, cosa era accaduto?
“Niente di particolare: era andato in ferie. Dal primo settembre tornò nel suo ≪ufficio≫ e fino al giorno della tragedia non mancò mai un solo giorno, tranne naturalmente le vacanze di Natale che passò a casa, come tutti i lavoratori”
Ma voi potevate immaginare, c’erano stati dei segnali di quello che sarebbe accaduto?
“Era ormai nell’aria che una soluzione finale alla crisi bisognava trovarla e prima che tutto andasse a rotoli e che molti altri come mio figlio, si riducessero fino a quel punto”
Cosa accadde?
“Il governo finalmente varò il Decreto Lavoro e a mio figlio venne immediatamente assegnato un esecutore”
Fu un lavoro veloce?
“Sì, non ringrazieremo mai abbastanza il Governo per questo. Per chi come nostro figlio risultava senza esperienza e senza speranza era prevista un’anestesia totale prima della soppressione. Ci è stato tolto un peso dal cuore, davvero, Aurelio ha smesso di soffrire, anche se il dolore per la perdita di un figlio è indescrivibile”
Vediamo che i genitori di Aurelio stanno per commuoversi, o quasi. Ci congediamo chiedendo loro se vogliano ricordare un’ultima cosa sulla drammatica storia di loro figlio.
“Ha avuto un funerale bellissimo, tutto pagato dal governo, fiori compresi. Nessun disoccupato avrà mai una fine così bella”

Noi ringraziamo i coniugi per aver condiviso con noi il loro dolore e auguriamo a tutti buon lavoro.

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