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Spettacolo unico, unico spettatore.

Foto di una sala cinematografia senza spettatori al momento di un black-out

Sala cinematografia al buio

Sono andato al cinema da solo. Sono entrato in sala e mi sono seduto a aspettare. Dieci minuti prima dell’inizio del film è entrata una donna. Si è avvicinata. Mi ha informato che ero l’unico spettatore. Silenzio da parte mia. Ha alluso alla possibilità che non arrivassero altri spettatori. Silenzio da parte mia. Ha espresso una domanda, senza punto interrogativo, che implicava l’eventualità che avessi voglia di vedere un altro film. Silenzio da parte mia. Si è domandata retoricamente se la mia volontà, vista l’effettiva presenza di me stesso in quella sala, fosse davvero quella di vedere quel film. Ho pronunciato un semplice “Sì”, pensando fosse l’unica parola adatta a sugellare il suo monologo.

Il film è iniziato in perfetto orario. Spettacolo unico, spettatore unico. Figata pazzesca.

La tosse

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Quest’epoca ha reso l’umanità un tantino più felice e un tantino più triste, ma soltanto per il fatto che nell’ultimo secolo, invece di aumentare la felicità abbiamo aumentato di circa sette volte l’umanità e quindi la felicità è aumentata collettivamente, non individualmente. In sovrappiù mi sembra che le elementari conoscenze scientifiche acquisite negli ultimi secoli non siano state assimilate dalla maggioranza e che, le persone in generale e i molti in particolare, non abbiano accesso a quel grado medio di conoscenza auspicabile e siano rimasti attaccati al palo delle proprie particolari impressioni a discapito dello stato di conoscenza oggi possibile.
Mi ero fatto un giro per le librerie della città a tentare la carta vetusta, ma sempre popolare, della ricerca del lavoro porta a porta grazie a quello scambio che si definisce “incontrare le persone” domandando in giro se ci fosse richiesta di personale. Naturalmente fare il commesso in libreria è un mestiere molto appetibile e non ho trovato nemmeno il minimo spazio, la minima speranza. Un vecchio libraio ha coronato la mattinata rispondendomi “Magari”, parola che ha la curiosa caratteristica di poter essere diverse parti del discorso. Da ottimista l’ho intesa come avverbio, come se significasse un “forse” o un “può darsi”, ma alla mia seconda domanda il libraio chiarì che l’aveva usata come interiezione, esprimendo il vivo desiderio che un collaboratore possibile fosse anche necessario.
La mancata estinzione di acquirenti compulsivi di libri l’avrebbe convinto ad assumermi, ma sappiamo bene tutti che nonostante la grande distribuzione i grandi lettori sono scomparsi come la maggior parte delle specie nel Permiano. Dunque ero risalito sull’autobus con il cuore deluso e pieno di amarezza. Mi sono seduto incerto se mettermi a leggere Memorie dell’aldilà di Machado de Assis, giusto per consolarmi che anche da morto di fame avrei potuto continuare a scrivere, quando dietro di me un bambino di cinque anni in braccio alla madre si è messo a tossire. Una tosse grassa e gorgogliante che pensai stesse per esplodergli in gola, e temetti che quella gelatina infetta mi sarebbe arrivata direttamente sul collo, come uno schizzo di putrida conferma al fatto che non siamo altro che portatori di virus e batteri, robot giganti al servizio degli individui evolutivi più piccoli dell’intera biosfera. Sentii il fiato caldo di quella piccola gola che non la smetteva di gorgogliare e il suono era nitido e talmente vicino al mio orecchio che arguii il bambino non dovesse essere stato edotto sulle elementari norme igieniche comportamentali da adottare in questi casi. E non è colpa solo della madre.
La diffusione di malattie et similia sembra sia soprattutto responsabilità diretta di medici e multinazionali del farmaco che diffondono pratiche mediche e farmacologiche atte a contrastare gli effetti dei disturbi e delle malattie e non invece ciò che, aristotelicamente parlando, dovrebbero essere contrastate, ovvero le cause efficienti. Avrei potuto chiedere al bambino di smetterla di armeggiare con un cellulare finto mentre la madre se lo cullava affettuosamente e lo consolava con coccole e riferimenti nella voce nel tentativo velleitario di calmare anche la tosse, vano quanto un enteroclisma per curare un mal di testa.
In questo affrancarsi dalla cause vere e presunte che permettono alle malattie di diffondersi e proliferare, già quasi un secolo fa, il non mai abbastanza compianto dott. Norman Bethune, eroe della guerra civile rivoluzionaria cinese che secondo Mao Zedong ogni comunista avrebbe dovuto prendere ad esempio, aveva capito, al di là di ogni eziologia, che la vera causa della disposizione alle malattie è la povertà. Egli si era ammalato di tubercolosi negli anni ’20 del XX sec. e la sua vita di chirurgo era stata quasi stroncata quando la notizia di una cura sperimentale lo fece decidere ad affrontare l’intervento che gli avrebbe salvato la vita. Da quel momento si dedicò anima e corpo alla causa degli oppressi e morì nello Shang Tzi di un’infezione nel 1939, al seguito dell’esercito rivoluzionario cinese comandato da Mao Zedong che combatteva una guerra civile per l’indipendenza della Cina e per il diritto dei popoli di governarsi democraticamente.
Non potevo pretendere che un bambino di cinque anni che mi sventolava addosso il suo bagaglio pernicioso di chissà quale ceppo batterico conoscesse la vita di Bethune, né che avesse consacrato la propria esistenza all’affrancamento dalla povertà e dallo sfruttamento di un popolo che nemmeno conosceva, ma so che avrei potuto pretendere almeno dalla madre la conoscenza del più elementare metodo di profilassi per le malattie a trasmissione aerea: la mano davanti alla bocca. Non solo perché è un gesto entrato di filato nel gruppo di quelli che denotano buona educazione, ma anche perché malattie che crediamo scomparse come la tubercolosi (ancorché ormai curabile con gli antibiotici) sono tutt’altro che scomparse. I poveri o gli appartenenti alle classi meno abbienti dovrebbero starci molto attenti a queste cose, invece l’ignoranza, che è sia causa che effetto della povertà,  diffonde simili comportamenti pericolosi più di quanto le malattie più contagiose avrebbero bisogno.
Non sopportando i gorgheggi catarrosi del piccolo servo dei virus mi alzai noncurante e rimasi in piedi vicino all’emettitrice. Alla fermata successiva l’autobus si riempì all’inverosimile e pensai che tutto il tempo che avevo tenuto la bocca serrata per evitare di respirare batteri altrui era stato perso in un attimo. Girato verso il finestrino guardavo nel vuoto mentre Bologna scorreva a pezzetti davanti a me. Poco dopo sentii il tossire cinguettante di una donna che, essendosi aggrappata alle sbarre per non cadere, non poteva usare le sue belle manine smaltate per evitare il fenomeno del contagio. La sua era una tosse secca e di solito può avere cause diverse quali una ridotta salivazione, un’eccessiva secchezza dell’ambiente o una compromissione temporanea delle vie aeree. In qualche modo sembra più pulita della tosse grassa e in qualche modo il soggetto che ne è affetto sembra più degno di carità, ma forse soltanto perché sappiamo che non ci sarà mai e poi mai una malcapitata emissione di espettorato.
La tosse secca, tuttavia, non è meno fastidiosa quando una persona te la spara tranquillamente in faccia, o come nel mio caso, direttamente sulla guancia sinistra. Forse avrei dovuto porgere anche l’altra per farmi carezzare completamente dal suo vento pestilenziale, ma preferii provare un passo di danza all’indietro e girarmi in avanti, sperando che le scudisciate tossiche della gentil signora sulla mia cuticagna avrebbero annullato quelle purulenti del bambino di prima. Prima di darle la visione del mio occipite però, la guardai attentamente cercando di non prolungare oltre il lecito il mio indagare. Più che povera di mezzi mi sembrò povera di spirito. Assomigliava ad una di quelle contadine tedesche del mio immaginario che non sanno altro che la differenza tra il latte e la birra e che subiscono da secoli l’incontrastabile autorità di un latifondista o, nel caso della signora tossente, di un capo dispotico a dire poco. E la gentil signora, vittima di soprusi in ufficio, sull’autobus si vendicava comandando ai suoi batteri di invadere i corpi indifesi dei passeggeri. Vidi il suo sguardo funereo velato di quella vergogna verso il prossimo tanto cara a chi subisce e che si trasforma in indifferenza verso l’altrui destino, così diffusa purtroppo tra chi con lei condivide la medesima sorte di povertà, materiale o spirituale che sia.
Mentre immaginavo sulla mia collottola la guerra civile tra i batteri della tosse grassa e quelli della tosse secca affrontarsi in campo aperto per la conquista del mio corpo come un mezzo per trasmettere il contagio, mi domandai se quelli che si mettono la mano davanti alla bocca siano più immuni degli altri, e non solo per l’evidente profilassi, ma anche per una predisposizione evolutiva. La tosse non è altro che il sintomo che il virus ha casualmente escogitato per utilizzare le vie aeree del corpo in cui si è annidato per propagarsi e riprodursi maggiormente. Magari (avverbio) chi è talmente beneducato e attento alla profilassi non evita il contagio perché il virus non riesce ad entrare, ma solo perché il virus intuisce che se entra in lui non potrà usarlo come nuovo veicolo e quel corpo sarà per lui una tomba. In questo dilemma contro-fattuale mi arrivò alle nari l’odore acre di un sigaro. Il mio naso era ormai all’altezza della spalla di una costosa giacca di cammello. Più giù vidi pantaloni di lana grigiofumo con una piega perfetta e scarpe fatte a mano di Branchini. Solo con quelle calzature ci avrei pagato dieci mesi di affitto a dir poco e allora guardai un po’ più su. Il collo di questo signore era avvolto da una vistosa sciarpa di seta indiana. La barba era curata fin all’ultimo pelo, la pelle liscia e tonica di un cinquantenne sicuro di sé. Era in piedi di fronte all’uscita e doveva essere salito senza biglietto per farsi tutta via dell’Indipendenza. Gente come lui si vede poco o mai sull’autobus. Aveva in una mano una ventiquattrore nera e ad un certo punto staccò l’altra mano dalla sbarra per coprirsi la bocca per un leggero accesso di tosse. Ecco come sono i ricchi! Non sono semplicemente educati, ma si tengono tutto per loro, perfino i batteri da cui sono stati faticosamente conquistati.
La fermata era vicina, avrei voluto che uno scossone più forte avesse costretto il ricco tossente a reggersi durante un accesso di quella che mi era sembrata una perfetta combinazione di tosse grassa e secca: allora io mi sarei girato e avrei accettato quel fiato di opulenza batterica sul mio collo disoccupato perché avrei voluto davvero prendermi quella tosse aristocratica, quel vento virulento che non voleva mischiarsi all’aria plebea dell’autobus, ma se ne rimaneva, come un fondo nero in un conto svizzero, chiuso nel palmo della mano curata di quel bel tomo.
Chi avrebbe vinto la guerra civile sul mio collo se un terzo esercito fosse sceso nel campo di battaglia contro i due eserciti plebei? Un esercito ben equipaggiato e riprodottosi con il DNA di uno che aveva avuto successo nella vita e che non spezzava il suo pane con i poveri e non divideva con noi nemmeno i suoi batteri?  Ai medici l’ardua sentenza.
L’autobus curvò liscio e sicuro intorno ai lavori in corso. Il piedino dell’autista accompagnò il pedale del freno con studiata grazia e fermò la vettura senza scossoni. L’uomo ricco scese col suo carico esclusivo ed io mi girai. Il bambino tossiva allegramente con la boccuccia spalancata e la gentil signora ora era seduta con le braccia conserte mentre il suo petto era scosso da quella secchezza bronchiale come se niente fosse, en plein air. Dietro di me sentivo due tossici litigare per un nonnulla. Non mi girai nemmeno.

Il gambetto di Renzi

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Renzi è riuscito nell’intento di spostare la discussione sul lavoro dagli stipendi ai diritti. I sindacati negli ultimi vent’anni hanno cristallizzato le loro polemiche (e il loro contributo al dibattito pubblico) sul diritto a lavorare piuttosto che sul diritto a veder riconosciuto il giusto compenso al lavoro. Il risultato è sotto l’occhio di tutti. Lavoratori sottopagati senza tutele e lavoratori talmente tutelati che nemmeno se riconosciuti lavativi e incompetenti vengono licenziati.
La forza del governo Renzi è tutta qua: ha colpito il lavoro proprio dove i sindacati battono da sempre sapendo che il vero nodo non è sui diritti, ma sugli stipendi, cioè uno dei luoghi da cui gli imprenditori possono guadagnare di più.
Il picco di strategia mediatica è stato raggiunto con l’invito agli imprenditori a tornare in Italia.
Ripercorriamo le tappe di questo fantomatico ritorno: 1) gli imprenditori italiani licenziano migliaia e migliaia di dipendenti in Italia; 2) delocalizzano le loro imprese dove gli stipendi sono più bassi (e dove ci sono meno diritti, dirà qualcuno, ma le questioni possono essere unite, non solo distinte); 3) le imprese che hanno delocalizzato fatturano in stati con tassazioni agevolate e non subiscono nessun tipo di sanzione in Italia (ma continuano a fregiarsi del “Made in Italy”); 4) ora che i sindacati hanno perso la battaglia sui diritti decidono che è ora di tornare.
Perché dovrebbero farlo? “Perché Renzi ha eliminato gli ultimi diritti dei lavoratori italiani” risponderà qualcuno. No, perché gli italiani hanno dimostrato al mondo intero, col beneplacito dei sindacati, che possono essere pagati una miseria e lavorano lo stesso, che votano un partito che al governo ha messo uno che ha eliminato fino all’ultima tutela e tutti, ma proprio tutti, invece di guardare cosa entra ed esce dalle tasche, come fanno in tutto il mondo, si riducono (purtroppo) a discutere dei massimi sistemi.
I diritti, come ogni imprenscindibile conquista della modernità, sono sacrosanti fino a quando non se ne abusa. In Italia se ne è abusato e i sindacati, che potevano usarli come merce di scambio per avere stipendi più alti e meritocrazia concreta e immediatamente fattibile, per esempio nella P.A., in nome di principi e privilegi si è trincerata dietro aut aut antistorici che a tutt’oggi danneggiano e hanno danneggiato i cittadini onesti e gli onesti lavoratori.
Allo stesso prezzo Renzi ha eliminato i diritti e mantenuto gli stipendi sotto la soglia minima sancita dalla Costituzione. Il gambetto è quella mossa negli scacchi in cui un giocatore cede un pedone per guadagnare un vantaggio tattico. Renzi non solo si è avvantaggiato tatticamente, ma non ha nemmeno sacrificato un pedone.
Complimenti a tutti, belli e brutti, a chi per miopia o per lungimiranza, ha contribuito a tenere questo paese, per usi e costumi, questi sì ottocenteschi, sotto il livello minimo di civiltà.

Un problema tutto italiano

carcere

Circa centomila italiani sono a spasso invece di essere in galera o ai domiciliari (si fa per dire).
La questione è naturalmente discussa poco e sempre in tono minore perché di questi  centomila (circa) italiani, la maggior parte è costituita da colletti bianchi e da portatori di interessi. A rendere più perniciosa la situazione sono i piccoli delinquenti, i picchiatori occasionali e i ladri della domenica.
C’è da sapere che oggi in Italia, se si viene condannati per un reato che preveda una pena inferiore ai quattro (4) anni, praticamente si viene assolti, il che è una contraddizione in termini. Si potrebbe obiettare che una condanna ai domiciliari o ai servizi sociali sono comunque una condanna, invece io affermo che non lo è.
Tutte le persone condannate, a qualunque pena, dai trenta (30) giorni ai quattro (4) anni, a parer mio (che certamente mi intendo solo di soluzioni immaginarie) dovrebbero scontare la loro pena in carcere, e non per giustizialismo o vendetta (pensate un po’ cosa va ad immaginare la gente), ma semplicemente per tenere lontano dalle attività economiche, sociali e politiche persone riconosciute colpevoli dei reati loro ascritti.
Senza questo genere di delinquenti minori tra i piedi, il Paese potrebbe pian piano ripartire, i posti di lavoro lasciati vacanti potrebbero essere occupati da persone più oneste e capaci, il sentimento di sicurezza generale aumenterebbe perché queste persone non andrebbero in giro ad alimentare la percezione degli altri delinquenti che il crimine, anche se viene sanzionato, in realtà non toglie loro la libertà, e non indurrebbe gli altri italiani onesti a pensare che, in fondo, tanto vale delinquere.
In poche parole a causa dello 0,15% (circa) della popolazione, tutti gli altri devono subire il comportamento criminale di questa classe di individui.

Volete sapere perché? Perché le carceri italiane possono contenere al massimo 65.000 persone, ovvero meno dello 0,05% della popolazione, e invece di costruire altri luoghi deputati al soggiorno degli altri disonesti e criminali che vivono tra noi, lo Stato italiano preferisce non punirli.
Questo è il modo migliore per prendersi gioco degli onesti.

a cosa serve una sentinella

Foto dalla pagina facebook di TPO - Bologna

Foto dalla pagina facebook di TPO – Bologna

prefazione evoluzionistica

L’omosessualità è una varietà sessuale delle specie appartenenti alla classe dei mammiferi. La riproduzione sessuale permette una grande capacità di adattamento ed ha avuto una certa fortuna evolutiva, perché è al contempo stabile e varia, ovvero i figli assomigliano ai genitori, ma sono anche molto diversi perché posseggono metà del patrimonio genetico di ognuno di loro. La stabilità è necessaria per mantenere un certo tipo di sopravvivenza, la varietà è altrettanto necessaria per superare le sfide adattative dell’ambiente. L’omosessualità è una varietà sessuale necessaria alla stabilizzazione cromosomica che tende (finora) a generare metà maschi e metà femmine. Cosa succederebbe se cominciassero a nascere solo femmine o solo maschi? Una specie della classe dei mammiferi scomparirebbe in poche generazioni, dunque ha prevalso all’adattamento del nostro corredo genetico la generazione di un certo numero di individui che possano riprodursi indistintamente con entrambi i generi per evitare l’estinzione.
Paradossalmente l’omofobia ha permesso agli omosessuali di trasmettere i loro geni a molti più discendenti di quanti ne avrebbero avuti se fossero stati liberi di vivere la loro sessualità con esseri umani omosessuali, in quanto sono stati costretti dai costumi a sposare eterosessuali (e a riprodursi) per convenienza sociale.
Naturalmente credere che la discriminazione abbia contribuito ad aumentare gli omosessuali o che la totale assenza di discriminazioni prima o poi elimini l’omosessualità è un’idiozia. Sarà la natura a decidere quale varietà prevarrà o quali varietà continueranno a sopravvivere, e non sono problemi che incontreremo a breve, in quanto l’evoluzione si spiega soltanto attraverso le ere, e non si vedranno cambiamenti significativi attraverso le epoche.

L’unico consiglio che mi sento di dare agli omofobi è di guardarsi intorno e osservare ciò che loro stessi chiamano “natura”: parlando dell’ambiente al di fuori delle loro teste dovrebbero come minimo rimanere stupiti dell’enormità di specie e di varietà che la “natura” dispone, e dunque rendersi conto che, se è la salvaguardia dei giovani individui della specie Homo sapiens che hanno a cuore, allora dovrebbero rallegrarsi che un numero maggiore di coppie siano disposte e disponibili a crescere orfani (che comunque sono figli di coppie etero, e questo non lo nega nessuno), ma soprattutto che la maggior varietà ha permesso alle specie di sopravvivere e di adattarsi, e dunque l’omosessualità è in ogni caso una risorsa naturale, non una deviazione. Inoltre negare un diritto ad una varietà sessuale di aderire ed esprimere il proprio sentimento materno e familiare equivale a distruggere e annichilire un ecosistema, a estinguere una linea di sangue, a pervertire quella straordinaria strada che la natura umana ha iniziato e ha percorso fin dall’inizio della sua comparsa sulla terra e che ha meravigliosamente definito civiltà.

cosa stanno sorvegliando?

cara sentinella, se sei contro l’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale, allora (almeno) dovresti essere contro :

1) una madre single che ha perso il marito;
2) un padre single che ha perso la moglie;
3) una madre single che vive a casa della madre vedova;
4) un padre single che vive a casa del padre vedovo;

se la tua opinione è che i figli possano essere cresciuti solo da una coppia formata da un padre e da una madre e sei contrario all’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale , allora dovresti essere anche a favore di obbligare:

1) madri single a sposarsi
2) padri single a sposarsi

e nel peggiore dei casi dovresti essere a favore dell’allontamento dei figli da questo tipo di famiglie.

di contro, se sei convinto che una coppia omosessuale non abbia i requisiti naturali per crescere un bambino, allora dovresti spiegarmi in quali famiglie pensi che siano cresciute le persone omosessuali, le quali, visto che ancora non possono adottare devono essere cresciute in famiglie formate da coppie etero;

dunque la domanda che ti faccio è: se una coppia omosessuale dovesse (o potesse) influenzare la sessualità di un figlio, questo dovrebbe essere vero anche per le coppie etero, allora come è possibile che coppie etero abbiano avuto figli omosessuali?

l’unica cosa a cui servono le sentinelle è proteggere cose o persone e nessuno sta mettendo in pericolo niente, dunque le sentinelle sono inutili.

Homo urso lupus

un'orsa dal dentista

Un’orsa durante una visita dentistica.

 

Un’orsa, madre single con due cuccioli, già nota alle forze dell’ordine, ha aggredito un cercatore di funghi. Gli ha rifilato due zampate e gli ha morso uno scarpone, riferisce la Repubblica.
In seguito a questo brutale attacco alla specie umana, la provincia di Trento ha schierato le sue forze di polizia per stanare l’animale e interrogarlo. Se l’animale farà resistenza l’orsa potrebbe anche essere abbattuta.
“Ci dispiace, ma visto che non ci sono ancora supereroi alieni con lo specifico ruolo di difensori di altre specie viventi sulla Terra, questa è l’unica condotta possibile. Il fungicida stava osservando l’orsa e i cuccioli, e non si è reso conto di essere sottovento: è una colpa questa? L’odio contro un’altra specie è perseguibile anche se l’unico reato che l’orsa abbia mai commesso è di non essere un Homo sapiens” ha dichiarato Superman alla stampa.
“Solo con interventi duri ed esemplari faremo capire che non possiamo tollerare simili atti di odio di specie. Il fungicida era solo un voyeur, non un pedofilo o un violentatore o un assassino. Il momento di dire basta è arrivato ed è già da troppo tempo che consentiamo il pascolo e la permanenza di altre specie sul suolo terrestre. Se il ringraziamento per la nostra tolleranza è questo, l’unica soluzione è quella finale” ha dichiarato Alfano.
Da questo momento è caccia aperta all’orsa mordicchiona.

(n.b.: lo scrivente Homo sapiens si dissocia dal comportamento dei membri della sua specie)

L’impiegato immaginario

Immagine

I genitori di Aurelio, il giovane disoccupato di 41 anni morto qualche settimana fa, non si danno ancora pace e vogliono raccontarci cosa è successo.
Aurelio ha perso il lavoro a trentasei anni a causa della crisi, quando la piccola azienda in cui lavorava ha chiuso improvvisamente.
“In realtà non è andata proprio così” puntualizza la madre “il proprietario si è suicidato dopo aver scoperto che il socio andava a letto con la moglie e che aveva preso mazzette da una famosa catena di alberghi per taroccare gli appalti e fargli ottenere forniture a prezzi vantaggiosi da altre società.”
La madre di Aurelio riferisce questo fatto con gravità, ma non si coglie la rabbia che ci si aspetterebbe da una vicenda del genere. Le domando se è stata avviata un’inchiesta, se quest’uomo, parte in causa del dramma di Aurelio, sia stato sottoposto a giudizio.
“Purtroppo no” risponde il padre “in Italia la corruzione tra privati non è reato, non è reato nemmeno compromettere la propria azienda e non lo è nemmeno l’auto-riciclaggio di denaro proveniente da atti illeciti. Quell’uomo è scappato all’estero e si gode i proventi della vendita della sua azienda.”
È meglio riportare l’attenzione sul dramma di Aurelio, per il quale sono venuto apposta per incontrare i suoi coraggiosi genitori. La sua storia è straziante quanto reale.
“Si stava per sposare, aveva dei soldi da parte, ma Equitalia bussò alla sua porta a poche settimane dal licenziamento” dice la madre con voce rotta da un pianto che tuttavia non inizia.
“Per pochi anni Aurelio aveva fatto l’assicuratore freelance a partita IVA. Per qualche ragione risultava che non l’avesse chiusa e quindi gli venne notificata una cartella di circa venticinquemila euro per gli anni dal 2000 al 2008, anni in cui aveva invece lavorato con un contratto a tempo indeterminato con la Sanitarix. Mise un avvocato, ma com’è come non è, non ci fu verso di venire a capo della cosa. Un finanziere interpellato come consulente gli disse che ormai era meglio pagare, perché tutto quel lavoro si doveva giustificare con un introito e che non si poteva far fare brutta figura alle amministrazioni…”
Aurelio cosa fece a quel punto?
“I soldi voleva usarli per il suo progetto d’amore, ma capì che era impossibile uscire da quella situazione: pagò.”
Dopo aver perso il lavoro Aurelio si ritrova senza prospettive e senza soldi all’inizio della peggiore crisi economica che il mondo e l’Italia abbiano mai conosciuto.

A questo punto cosa accadde?
“La fidanzata lo lasciò” racconta la madre accarezzando la foto del figlio che i genitori tengono incorniciata nel salotto.
“Era troppo orgoglioso per insistere o fare o dire qualcosa di cui si sarebbe potuto vergognare o pentire in seguito. Ci disse che lei aveva scelto così e che lui doveva rispettare quella scelta. Secondo me aveva già smesso di lottare da tempo” ci dice il padre prendendo la cornice e rimettendola nel suo posto d’onore. Questo dignitoso genitore si alza e ci dà le spalle. Immaginiamo che alcune lacrime stiano solcando il suo viso, in questo momento, ma ci sono ancora cinque anni di drammi e sofferenze da raccontare.
A questo punto, infatti, Aurelio è un uomo totalmente libero, forse solo, forse povero, certamente disoccupato, ma in fondo è come se la vita gli avesse riservato una seconda chance. Cosa fece?
“A malincuore si mise a studiare per partecipare a concorsi pubblici” ci dice il padre chinando la testa, sconsolato.
Sappiamo quale può essere l’esito di questa scelta sciagurata.

“Non sembrava che per entrare nell’amministrazione pubblica, ovvero in un ambito dove si va a servire e onorare la società civile, ci si dovesse dimenticare di essere delle persone, e nemmeno sembrava incredibile che non cercassero persone intelligenti e preparate che per di più avessero lavorato molti anni nel settore privato. All’età di Aurelio, con una laurea invece del diploma, senza esperienze pregresse nel pubblico e senza una certificazione delle sue competenze informatiche e linguistiche, che erano comunque ottime, i suoi punti, a parità dei risultati dei test, erano sempre i più bassi. I concorsi pubblici, scoprimmo a malincuore, erano ormai orchestrati apposta per alcuni che non possono non vincerli e se sono trasparenti vince invece solo chi mette correttamente tutte le crocette: ma sanno fare altro?” si domanda il cuore della mamma di Aurelio in uno scatto di orgoglio materno.
Questo ragazzo non ammanicato dopo tre anni di concorsi falliti, lavoretti qua e là in una crisi economica che continua a mietere posti di lavoro, riceve un’altra notizia che mina una situazione che definire precaria è dire poco.
Può dirci cosa è successo?
“Certo” dice il padre di Aurelio prendendo da un cassetto delle carte.
“Aurelio andò all’INPS per vedere se era possibile avere un sussidio o qualcosa del genere, qualsiasi cosa – anche se secondo me ormai si recava negli uffici pubblici solo per osservare fannulloni o ignoranti che li affollavano, quasi per consolarsi di non essere mai stato preso perché era di un’intelligenza superiore – tuttavia risultò qualcosa che ancora oggi grida vendetta al cielo. Di tutti gli anni di lavoro che risultavano a lui – un giorno avrebbe voluto riscattare anche il servizio militare e gli anni di università – non risultava versato alcuni contributo previdenziale. Il suo commercialista non fu reperibile, era anche un nostro lontano cugino, ma ci dissero che era scappato col malloppo già nel 2008, proprio l’anno in cui aveva chiuso la Sanitarix. Eppure nessuno gli aveva mai comunicato nulla. Essere disoccupato pensando di avere quindici anni di contributi non è la stessa cosa che sapere che a trentanove anni è come se non avesse lavorato un solo giorno della sua vita…” ci dice il padre riponendo quei teneri fogli taglienti dai marchi azzurri tanto cari ai nostri pensionati.
“A quel punto” ci precede la madre “si chiuse in casa fino a quel fatidico giorno di primavera dell’anno scorso”
Prima di quel giorno non uscì più di casa?
“Praticamente. Se ne stava tutto il giorno davanti alla televisione a prendere a male parole questo e quello oppure a giocare al computer o sui social network o peggio…”
Cioè?
“Guardava porno” dice la madre senza vergognarsi “era molto solo poverino, così solo. Ogni tanto passava a trovarlo un amico, ma erano o fidanzati o occupati o tutti e due le cose e Aurelio non sopportava più la loro presenza, li sentiva lontani, incapaci di comprendere la sua situazione”
Arrivò così la primavera.
“Esatto. Speravo che il nuovo governo avrebbe portato un po’ di serenità, almeno un po’ di speranza se non poteva portare subito un po’ di lavoro o di giustizia sociale. Una mattina di metà aprile, era una bella giornata di sole tiepido, Aurelio si alzò molto presto. Ormai era suo solito non farlo mai prima di mezzogiorno. Invece quel giorno maledetto si alzò, si preparò, si fece la barba dopo più di tre anni che aveva portato una peluria indefinita, e verso le otto e mezza ci disse, dopo aver preso il caffè, che andava al lavoro. Io e mia moglie siamo rimasti basiti, lo abbiamo inseguito, ma era già uscito. Ci siamo guardati, mia moglie doveva scappare al lavoro, le mancavano pochi mesi alla pensione, e quindi sono rimasto da solo a pensare”
Non le sembrava possibile che avesse trovato lavoro?
“Mi era sembrato davvero strano. Intanto non ci aveva detto che avesse ripreso a cercarlo e in più avevo letto sul giornale che il governo aveva varato un decreto per le agevolazioni alle aziende che avessero assunto apprendisti, cioè persone fino a ventinove anni: mio figlio ne aveva già quaranta! Era davvero strano…” dice il padre, ripensando a quei giorni convulsi. Ha la faccia di chi si domanda come sia possibile che un motore appena revisionato possa fermarsi all’improvviso.
Quando avete saputo la verità?
“Ero appena andata in pensione e decisi di farmi una passeggiata alla Villa Comunale. Mio figlio sembrava felice in quei giorni, non ci aveva spiegato nulla di questo ≪lavoro≫, e noi ci eravamo fidati, avevamo creduto che le cose fossero tornate alla normalità”
E invece?
“E invece trovai mio figlio ad uno dei tavoli della Villa dove di solito si gioca a tressette e, non oso dirlo…”
Signora, si faccia coraggio.
“Certo, mi scusi. Mio figlio era seduto ad uno dei tavoli e giocava a fare l’impiegato”
Vuole spiegarci meglio?
“Era vestito di tutto punto e si era portato dietro materiale di cancelleria, faldoni di documenti, il suo computer portatile, persino una stampante sfasciata e un vecchio telefono. Teneva tutto davanti a sé, faceva finta di rispondere al telefono, prendeva appuntamenti, smaltiva pratiche e riempiva memorandum. Faceva anche finta di avere persone alle proprie dipendenze, insomma, giocava a fare il capo di un ufficio immaginario”
Lei a quel punto cosa decise di fare?
“Tornai a casa e dissi tutto a mio marito” dice la signora. I genitori di Aurelio si guardano e si prendono le mani. Questa storia non è ancora finita, ma sono già dignitosi nel loro dolore inesprimibile.
“Cercammo di comportarci normalmente per un po’ e allertammo i Servizi Sociali che tramite il responsabile ci disse che fino a quando gli garantivamo vitto e alloggio e non era un pericolo per sé o per gli altri, non potevano fare nulla. A quel punto, abbandonati dalle istituzioni cercammo di instaurare un dialogo costruttivo col nostro ragazzo, ma lui, per esempio, rifiutò di andare dallo psicologo spiegandoci che in ufficio nessuno lo trattava male, anzi che il suo superiore era molto felice per lui e i suoi dipendenti lo rispettavano”
E oltre a questo pensaste che non si sarebbe potuto fare altro?
“Non c’era nient’altro da fare. Alla fine di luglio smise di andare al ≪lavoro≫ e tornò lo sfaticato di prima. Nonostante la disoccupazione ci sembrò di tornare a respirare ma, la madre si interrompe, fu solo una tregua”
Perché, cosa era accaduto?
“Niente di particolare: era andato in ferie. Dal primo settembre tornò nel suo ≪ufficio≫ e fino al giorno della tragedia non mancò mai un solo giorno, tranne naturalmente le vacanze di Natale che passò a casa, come tutti i lavoratori”
Ma voi potevate immaginare, c’erano stati dei segnali di quello che sarebbe accaduto?
“Era ormai nell’aria che una soluzione finale alla crisi bisognava trovarla e prima che tutto andasse a rotoli e che molti altri come mio figlio, si riducessero fino a quel punto”
Cosa accadde?
“Il governo finalmente varò il Decreto Lavoro e a mio figlio venne immediatamente assegnato un esecutore”
Fu un lavoro veloce?
“Sì, non ringrazieremo mai abbastanza il Governo per questo. Per chi come nostro figlio risultava senza esperienza e senza speranza era prevista un’anestesia totale prima della soppressione. Ci è stato tolto un peso dal cuore, davvero, Aurelio ha smesso di soffrire, anche se il dolore per la perdita di un figlio è indescrivibile”
Vediamo che i genitori di Aurelio stanno per commuoversi, o quasi. Ci congediamo chiedendo loro se vogliano ricordare un’ultima cosa sulla drammatica storia di loro figlio.
“Ha avuto un funerale bellissimo, tutto pagato dal governo, fiori compresi. Nessun disoccupato avrà mai una fine così bella”

Noi ringraziamo i coniugi per aver condiviso con noi il loro dolore e auguriamo a tutti buon lavoro.