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Il gambetto di Renzi

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Renzi è riuscito nell’intento di spostare la discussione sul lavoro dagli stipendi ai diritti. I sindacati negli ultimi vent’anni hanno cristallizzato le loro polemiche (e il loro contributo al dibattito pubblico) sul diritto a lavorare piuttosto che sul diritto a veder riconosciuto il giusto compenso al lavoro. Il risultato è sotto l’occhio di tutti. Lavoratori sottopagati senza tutele e lavoratori talmente tutelati che nemmeno se riconosciuti lavativi e incompetenti vengono licenziati.
La forza del governo Renzi è tutta qua: ha colpito il lavoro proprio dove i sindacati battono da sempre sapendo che il vero nodo non è sui diritti, ma sugli stipendi, cioè uno dei luoghi da cui gli imprenditori possono guadagnare di più.
Il picco di strategia mediatica è stato raggiunto con l’invito agli imprenditori a tornare in Italia.
Ripercorriamo le tappe di questo fantomatico ritorno: 1) gli imprenditori italiani licenziano migliaia e migliaia di dipendenti in Italia; 2) delocalizzano le loro imprese dove gli stipendi sono più bassi (e dove ci sono meno diritti, dirà qualcuno, ma le questioni possono essere unite, non solo distinte); 3) le imprese che hanno delocalizzato fatturano in stati con tassazioni agevolate e non subiscono nessun tipo di sanzione in Italia (ma continuano a fregiarsi del “Made in Italy”); 4) ora che i sindacati hanno perso la battaglia sui diritti decidono che è ora di tornare.
Perché dovrebbero farlo? “Perché Renzi ha eliminato gli ultimi diritti dei lavoratori italiani” risponderà qualcuno. No, perché gli italiani hanno dimostrato al mondo intero, col beneplacito dei sindacati, che possono essere pagati una miseria e lavorano lo stesso, che votano un partito che al governo ha messo uno che ha eliminato fino all’ultima tutela e tutti, ma proprio tutti, invece di guardare cosa entra ed esce dalle tasche, come fanno in tutto il mondo, si riducono (purtroppo) a discutere dei massimi sistemi.
I diritti, come ogni imprenscindibile conquista della modernità, sono sacrosanti fino a quando non se ne abusa. In Italia se ne è abusato e i sindacati, che potevano usarli come merce di scambio per avere stipendi più alti e meritocrazia concreta e immediatamente fattibile, per esempio nella P.A., in nome di principi e privilegi si è trincerata dietro aut aut antistorici che a tutt’oggi danneggiano e hanno danneggiato i cittadini onesti e gli onesti lavoratori.
Allo stesso prezzo Renzi ha eliminato i diritti e mantenuto gli stipendi sotto la soglia minima sancita dalla Costituzione. Il gambetto è quella mossa negli scacchi in cui un giocatore cede un pedone per guadagnare un vantaggio tattico. Renzi non solo si è avvantaggiato tatticamente, ma non ha nemmeno sacrificato un pedone.
Complimenti a tutti, belli e brutti, a chi per miopia o per lungimiranza, ha contribuito a tenere questo paese, per usi e costumi, questi sì ottocenteschi, sotto il livello minimo di civiltà.

L’impiegato immaginario

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I genitori di Aurelio, il giovane disoccupato di 41 anni morto qualche settimana fa, non si danno ancora pace e vogliono raccontarci cosa è successo.
Aurelio ha perso il lavoro a trentasei anni a causa della crisi, quando la piccola azienda in cui lavorava ha chiuso improvvisamente.
“In realtà non è andata proprio così” puntualizza la madre “il proprietario si è suicidato dopo aver scoperto che il socio andava a letto con la moglie e che aveva preso mazzette da una famosa catena di alberghi per taroccare gli appalti e fargli ottenere forniture a prezzi vantaggiosi da altre società.”
La madre di Aurelio riferisce questo fatto con gravità, ma non si coglie la rabbia che ci si aspetterebbe da una vicenda del genere. Le domando se è stata avviata un’inchiesta, se quest’uomo, parte in causa del dramma di Aurelio, sia stato sottoposto a giudizio.
“Purtroppo no” risponde il padre “in Italia la corruzione tra privati non è reato, non è reato nemmeno compromettere la propria azienda e non lo è nemmeno l’auto-riciclaggio di denaro proveniente da atti illeciti. Quell’uomo è scappato all’estero e si gode i proventi della vendita della sua azienda.”
È meglio riportare l’attenzione sul dramma di Aurelio, per il quale sono venuto apposta per incontrare i suoi coraggiosi genitori. La sua storia è straziante quanto reale.
“Si stava per sposare, aveva dei soldi da parte, ma Equitalia bussò alla sua porta a poche settimane dal licenziamento” dice la madre con voce rotta da un pianto che tuttavia non inizia.
“Per pochi anni Aurelio aveva fatto l’assicuratore freelance a partita IVA. Per qualche ragione risultava che non l’avesse chiusa e quindi gli venne notificata una cartella di circa venticinquemila euro per gli anni dal 2000 al 2008, anni in cui aveva invece lavorato con un contratto a tempo indeterminato con la Sanitarix. Mise un avvocato, ma com’è come non è, non ci fu verso di venire a capo della cosa. Un finanziere interpellato come consulente gli disse che ormai era meglio pagare, perché tutto quel lavoro si doveva giustificare con un introito e che non si poteva far fare brutta figura alle amministrazioni…”
Aurelio cosa fece a quel punto?
“I soldi voleva usarli per il suo progetto d’amore, ma capì che era impossibile uscire da quella situazione: pagò.”
Dopo aver perso il lavoro Aurelio si ritrova senza prospettive e senza soldi all’inizio della peggiore crisi economica che il mondo e l’Italia abbiano mai conosciuto.

A questo punto cosa accadde?
“La fidanzata lo lasciò” racconta la madre accarezzando la foto del figlio che i genitori tengono incorniciata nel salotto.
“Era troppo orgoglioso per insistere o fare o dire qualcosa di cui si sarebbe potuto vergognare o pentire in seguito. Ci disse che lei aveva scelto così e che lui doveva rispettare quella scelta. Secondo me aveva già smesso di lottare da tempo” ci dice il padre prendendo la cornice e rimettendola nel suo posto d’onore. Questo dignitoso genitore si alza e ci dà le spalle. Immaginiamo che alcune lacrime stiano solcando il suo viso, in questo momento, ma ci sono ancora cinque anni di drammi e sofferenze da raccontare.
A questo punto, infatti, Aurelio è un uomo totalmente libero, forse solo, forse povero, certamente disoccupato, ma in fondo è come se la vita gli avesse riservato una seconda chance. Cosa fece?
“A malincuore si mise a studiare per partecipare a concorsi pubblici” ci dice il padre chinando la testa, sconsolato.
Sappiamo quale può essere l’esito di questa scelta sciagurata.

“Non sembrava che per entrare nell’amministrazione pubblica, ovvero in un ambito dove si va a servire e onorare la società civile, ci si dovesse dimenticare di essere delle persone, e nemmeno sembrava incredibile che non cercassero persone intelligenti e preparate che per di più avessero lavorato molti anni nel settore privato. All’età di Aurelio, con una laurea invece del diploma, senza esperienze pregresse nel pubblico e senza una certificazione delle sue competenze informatiche e linguistiche, che erano comunque ottime, i suoi punti, a parità dei risultati dei test, erano sempre i più bassi. I concorsi pubblici, scoprimmo a malincuore, erano ormai orchestrati apposta per alcuni che non possono non vincerli e se sono trasparenti vince invece solo chi mette correttamente tutte le crocette: ma sanno fare altro?” si domanda il cuore della mamma di Aurelio in uno scatto di orgoglio materno.
Questo ragazzo non ammanicato dopo tre anni di concorsi falliti, lavoretti qua e là in una crisi economica che continua a mietere posti di lavoro, riceve un’altra notizia che mina una situazione che definire precaria è dire poco.
Può dirci cosa è successo?
“Certo” dice il padre di Aurelio prendendo da un cassetto delle carte.
“Aurelio andò all’INPS per vedere se era possibile avere un sussidio o qualcosa del genere, qualsiasi cosa – anche se secondo me ormai si recava negli uffici pubblici solo per osservare fannulloni o ignoranti che li affollavano, quasi per consolarsi di non essere mai stato preso perché era di un’intelligenza superiore – tuttavia risultò qualcosa che ancora oggi grida vendetta al cielo. Di tutti gli anni di lavoro che risultavano a lui – un giorno avrebbe voluto riscattare anche il servizio militare e gli anni di università – non risultava versato alcuni contributo previdenziale. Il suo commercialista non fu reperibile, era anche un nostro lontano cugino, ma ci dissero che era scappato col malloppo già nel 2008, proprio l’anno in cui aveva chiuso la Sanitarix. Eppure nessuno gli aveva mai comunicato nulla. Essere disoccupato pensando di avere quindici anni di contributi non è la stessa cosa che sapere che a trentanove anni è come se non avesse lavorato un solo giorno della sua vita…” ci dice il padre riponendo quei teneri fogli taglienti dai marchi azzurri tanto cari ai nostri pensionati.
“A quel punto” ci precede la madre “si chiuse in casa fino a quel fatidico giorno di primavera dell’anno scorso”
Prima di quel giorno non uscì più di casa?
“Praticamente. Se ne stava tutto il giorno davanti alla televisione a prendere a male parole questo e quello oppure a giocare al computer o sui social network o peggio…”
Cioè?
“Guardava porno” dice la madre senza vergognarsi “era molto solo poverino, così solo. Ogni tanto passava a trovarlo un amico, ma erano o fidanzati o occupati o tutti e due le cose e Aurelio non sopportava più la loro presenza, li sentiva lontani, incapaci di comprendere la sua situazione”
Arrivò così la primavera.
“Esatto. Speravo che il nuovo governo avrebbe portato un po’ di serenità, almeno un po’ di speranza se non poteva portare subito un po’ di lavoro o di giustizia sociale. Una mattina di metà aprile, era una bella giornata di sole tiepido, Aurelio si alzò molto presto. Ormai era suo solito non farlo mai prima di mezzogiorno. Invece quel giorno maledetto si alzò, si preparò, si fece la barba dopo più di tre anni che aveva portato una peluria indefinita, e verso le otto e mezza ci disse, dopo aver preso il caffè, che andava al lavoro. Io e mia moglie siamo rimasti basiti, lo abbiamo inseguito, ma era già uscito. Ci siamo guardati, mia moglie doveva scappare al lavoro, le mancavano pochi mesi alla pensione, e quindi sono rimasto da solo a pensare”
Non le sembrava possibile che avesse trovato lavoro?
“Mi era sembrato davvero strano. Intanto non ci aveva detto che avesse ripreso a cercarlo e in più avevo letto sul giornale che il governo aveva varato un decreto per le agevolazioni alle aziende che avessero assunto apprendisti, cioè persone fino a ventinove anni: mio figlio ne aveva già quaranta! Era davvero strano…” dice il padre, ripensando a quei giorni convulsi. Ha la faccia di chi si domanda come sia possibile che un motore appena revisionato possa fermarsi all’improvviso.
Quando avete saputo la verità?
“Ero appena andata in pensione e decisi di farmi una passeggiata alla Villa Comunale. Mio figlio sembrava felice in quei giorni, non ci aveva spiegato nulla di questo ≪lavoro≫, e noi ci eravamo fidati, avevamo creduto che le cose fossero tornate alla normalità”
E invece?
“E invece trovai mio figlio ad uno dei tavoli della Villa dove di solito si gioca a tressette e, non oso dirlo…”
Signora, si faccia coraggio.
“Certo, mi scusi. Mio figlio era seduto ad uno dei tavoli e giocava a fare l’impiegato”
Vuole spiegarci meglio?
“Era vestito di tutto punto e si era portato dietro materiale di cancelleria, faldoni di documenti, il suo computer portatile, persino una stampante sfasciata e un vecchio telefono. Teneva tutto davanti a sé, faceva finta di rispondere al telefono, prendeva appuntamenti, smaltiva pratiche e riempiva memorandum. Faceva anche finta di avere persone alle proprie dipendenze, insomma, giocava a fare il capo di un ufficio immaginario”
Lei a quel punto cosa decise di fare?
“Tornai a casa e dissi tutto a mio marito” dice la signora. I genitori di Aurelio si guardano e si prendono le mani. Questa storia non è ancora finita, ma sono già dignitosi nel loro dolore inesprimibile.
“Cercammo di comportarci normalmente per un po’ e allertammo i Servizi Sociali che tramite il responsabile ci disse che fino a quando gli garantivamo vitto e alloggio e non era un pericolo per sé o per gli altri, non potevano fare nulla. A quel punto, abbandonati dalle istituzioni cercammo di instaurare un dialogo costruttivo col nostro ragazzo, ma lui, per esempio, rifiutò di andare dallo psicologo spiegandoci che in ufficio nessuno lo trattava male, anzi che il suo superiore era molto felice per lui e i suoi dipendenti lo rispettavano”
E oltre a questo pensaste che non si sarebbe potuto fare altro?
“Non c’era nient’altro da fare. Alla fine di luglio smise di andare al ≪lavoro≫ e tornò lo sfaticato di prima. Nonostante la disoccupazione ci sembrò di tornare a respirare ma, la madre si interrompe, fu solo una tregua”
Perché, cosa era accaduto?
“Niente di particolare: era andato in ferie. Dal primo settembre tornò nel suo ≪ufficio≫ e fino al giorno della tragedia non mancò mai un solo giorno, tranne naturalmente le vacanze di Natale che passò a casa, come tutti i lavoratori”
Ma voi potevate immaginare, c’erano stati dei segnali di quello che sarebbe accaduto?
“Era ormai nell’aria che una soluzione finale alla crisi bisognava trovarla e prima che tutto andasse a rotoli e che molti altri come mio figlio, si riducessero fino a quel punto”
Cosa accadde?
“Il governo finalmente varò il Decreto Lavoro e a mio figlio venne immediatamente assegnato un esecutore”
Fu un lavoro veloce?
“Sì, non ringrazieremo mai abbastanza il Governo per questo. Per chi come nostro figlio risultava senza esperienza e senza speranza era prevista un’anestesia totale prima della soppressione. Ci è stato tolto un peso dal cuore, davvero, Aurelio ha smesso di soffrire, anche se il dolore per la perdita di un figlio è indescrivibile”
Vediamo che i genitori di Aurelio stanno per commuoversi, o quasi. Ci congediamo chiedendo loro se vogliano ricordare un’ultima cosa sulla drammatica storia di loro figlio.
“Ha avuto un funerale bellissimo, tutto pagato dal governo, fiori compresi. Nessun disoccupato avrà mai una fine così bella”

Noi ringraziamo i coniugi per aver condiviso con noi il loro dolore e auguriamo a tutti buon lavoro.

L’autista

Non conosco nemmeno uno stronzo.
È una cosa strana lo so. Il mondo è pieno di stronzi e anche a me, come sicuramente a voi, è capitato di incontrarne qualcuno, ma per fortuna non li frequento.
Avevo preso l’autobus per una di quelle che io chiamo corse di alleggerimento. Non avevo la macchina (e non ce l’ho tuttora, per questo non posso rispondere a molti annunci di lavoro e quando mi avevano chiamato per lavorare all’aeroporto mi hanno scaricato quando hanno saputo che non avevo la macchina) ed ero nervoso. I poveri come me, non potendo sfogarsi al volante salgono sul primo autobus e si fanno guidare dal destino o, come in questo caso, da uno stronzo.
Io non ce l’ho con la categoria degli autisti, sia chiaro. Odiare una categoria solo per il lavoro che fa sarebbe stupido; ancora più stupido è credere che non ci siano persone, in una determinata categoria, che sappiano quanto le persone le odino e che non cerchino perciò di cambiare le cose comportandosi meglio, rispettando le regole e pretendendo dai colleghi altrettanto ecc. ecc., e non sto parlando della sola categoria degli autisti. Il discorso è davvero generale e vale per gli idraulici, per i meccanici, per i finanzieri, per gli avvocati, per i politici. Forse per i politici no.
Fatto sta che la mia corsa di alleggerimento imbeccò in un’autista stronzo che è un po’ come essere giù di morale e chiamare la persona più lamentosa del mondo per farsi tirare su, e poi finisci sotto un treno e ti domandi se non sia un po’ anche colpa tua. Ma come per i genitori, l’autista non te lo scegli e a me toccò costui.
Aveva gli auricolari su e già al capolinea parlava di affari con un accento molto stretto e a voce piuttosto alta.
Ora io lo so perché nessuna azienda vuole assumere un laureato per un lavoro che potrebbe fare anche un semplice diplomato (o perché bandiscono concorsi pubblici in cui la tua laurea non vale quasi niente): i laureati sono odiosi e se uno si ritrova nella categoria degli odiosi è difficile che non venga odiato, vi pare? Io per primo mi riconosco in questa categoria perché ho questo atteggiamento di superiorità nei confronti di chi non è laureato, perché mi considero capace di un’ampiezza di vedute che tende a risolvere i problemi, a considerare il modo migliore di fare una cosa ecc. ecc. tutte quelle cose odiose che quando ve le dicono cominciate subito ad odiare chi ve le sta dicendo. Ecco. Caratteristica degli odiosi è di trovare spesso e volentieri gli altri odiosi. E infatti trovai l’autista del 14C subito odioso per due motivi: 1) parlare a voce così alta in stretta cadenza regionale mi fa pensare che studiare è stato inutile, che tutto quello che ho imparato su me stesso e sugli altri e sul mondo non mi permetterà comunque di superare il concorso per autista di autobus e che costui in persona, come rappresentante dell’azienda di trasporti sia un tipico esempio di revanscismo regionalista che non può fare nulla per la causa dell’integrazione dei nuovi italiani, anzi la ritarderà proprio perché è anche, metaforicamente, la nostra guida; 2) in quanto autista è responsabile per le nostre vite, ma anche parte integrante del servizio pubblico, e trovavo che fosse una forma estrema di mancanza di rispetto, in quel momento, parlare al telefono di rivendita di pezzi di ricambio per auto, investimenti in una catena di negozi nello stesso ramo e anche in quello delle auto usate, perché, dal mio punto di vista odioso, anche se non riesco a condannare l’iniziativa privata e l’interessamento di questa persona per il miglioramento della propria condizione economica e/o lavorativa, mi dava proprio l’idea di un dipendente pubblico a cui non fregava proprio un cazzo del lavoro che stava facendo, ma che anzi lo stava svolgendo come ripiego temporaneo e durante l’orario di lavoro si stava facendo, letteralmente, gli affari propri.
Il che mi portava a due amare conclusioni: a) in Italia per lavorare nel settore pubblico devi disprezzarlo, conditio sine qua non per superare il concorso (una forma psicologica di serendipità, probabilmente); b) la condotta di un dipendente pubblico, qualsiasi essa sia, non influisce sul rapporto di lavoro, ergo nella PA è pieno di gente che se ne frega o è almeno quello che arrivano tutti a pensare a discapito dei dipendenti virtuosi, che evidentemente ci sono, ma nessuno riesce mai a vedere.
Dal momento che avevo capito che l’Universo mi stava per dire qualcosa non potevo più allontanarmi, ma tendere l’orecchio e ascoltare cosa aveva da dirmi, anche se con quella corsa avrei voluto solo rilassarmi un po’ come quando ci si prende un bagno profumato, e non ero in vena di insegnamenti zen, ma tant’è.
Alla prima fermata una coppia assortita si affacciò all’ingresso anteriore per cercare informazioni dall’autista. L’uomo era vestito con un completo grigio impeccabile, camicia bianca e cravatta rosa. La donna era abbigliata con un vestito tradizionale a fiori, la testa era coperta con un velo lilla e aveva delle babbucce di seta ai piedi. Avranno avuto entrambi sui cinquant’anni e oltre ad essere dignitosi nell’essere un po’ spaesati, avevano quella generale aria di serenità delle popolazioni del sud est asiatico che me li faceva sempre vedere come imperturbabili e tendenti ad una invidiabile felicità terrena in qualsiasi avversità. Toc toc. Chi è? Uragano. Prego, si accomodi…
Tra tutte le parole che l’uomo mi parve di pronunciare dopo che l’autista domandò una piccola pausa al suo interlocutore al telefono, credo di aver capito “stadio” e “barca”. Trovandoci al Pilastro quell’autobus li avrebbe portati eventualmente sia allo stadio che al quartiere Barca, ma l’autista – particolare molto diffuso nella categoria – non conosceva né in particolare le zone che la linea che stava guidando attraversava, né tantomeno il nome di alcuna fermata della stessa, e tanto bastava per definirlo uno stronzo, oltreché incompetente, secondo me. Il signore ben vestito insisteva. Era l’ora del tè in Inghilterra o era passata da poco e mi immaginavo che la coppia dovesse andare a cena da qualche parte o a un ricevimento, o comunque a trovare qualcuno che rispettassero molto. L’uomo cercava di esprimersi al meglio, ma non conosceva perfettamente l’italiano e smozzicava molte parole. L’autista, che l’italiano non lo conosceva meglio, cercava di tirarla corta, sia perché non poteva stare fermo con l’autobus per troppo tempo, sia perché aveva degli importantissimi affari al telefono, ma anche perché stavano violando la regola d’oro degli autobus: non si parla al conducente. Sono d’accordo che se vuoi utilizzare un mezzo pubblico dovresti sapere meglio dove vuoi andare, ma la maleducazione è giustificata, se mai lo sia, solo da inescusabile malafede e mai e poi mai dall’incompetenza dell’autista. Fatto sta che l’uomo pronunciò le parole “centro” e “commerciale” in rapida successione e una luce brillò in fondo al tunnel dell’impazienza dell’autista.
“Ho capito. Salite” disse lo stronzo tutt’a un tratto gentile. L’uomo aiutò la moglie a salire il gradino tenendole affettuosamente il gomito e le porte si chiusero. Poi si avvicinò al gabbiotto per chiedere all’autista quando sarebbero dovuti scendere.
“Non vi preoccupate, ve lo dico io” disse guardando davanti a sé come doveva essere, ma ciò che in realtà vedeva era solo il suo roseo destino imprenditoriale e riprese la conversazione telefonica lì dove l’aveva lasciata.
“Come ti dicevo la percentuale di ricavo su ogni singolo pezzo per quel determinato comparto merceologico non supera le spese di stoccaggio dei colli se si utilizza un magazzino di deposito…”
Non successe nulla fino a via Massarenti. La coppia si era guardata intorno fiduciosa e speranzosa. La moglie si era seduta e non aveva mosso un dito. Dignitosa si era affidata completamente alle cure del marito e questi aveva creduto che l’autista avrebbe fatto quello che aveva promesso. Quando passò il Centro Commerciale di via Larga l’uomo ben vestito si era preoccupato, ma soltanto per un momento. L’autista non gli aveva detto nulla, ergo non era il loro “centro” e “commerciale” e aveva unito questa deduzione all’informazione che qualcun altro gli aveva dato: il centro commerciale di cui gli avevano detto non poteva essere così vicino, e probabilmente si trattava della Coop zona Stadio. Quando però arrivammo all’Ospedale S. Orsola, l’uomo vide la Coop San Vitale e pensò che aveva aspettato troppo e che l’autista sembrava troppo indifferente.
“Vedi, ti stai sbagliando un’altra volta. I pezzi di ricambio vanno alla grande durante le feste, soprattutto d’estate. La gente va fuori di testa durante le vacanze e consuma tutto: gomme, pastiglie, lampade, fanali…” stava dicendo l’autista al suo misterioso interlocutore. L’uomo ben vestito osò disturbarlo.
“Scusi, ma quando dobbiamo scendere?”
“Come? Ah già” disse l’autista “senti, aspetta un po’” disse al telefono e accostò all’ultima fermata di via Massarenti consapevole che di quella coppia si era completamente dimenticato.
“Ma voi dove dovevate andare?” domandò come il colpevole che cerca di nascondere la sua colpa.
“Noi detto: centro commerciale. Tu ci avvisavi” disse l’uomo con la voce incrinata.
“Eh lo so, ma ci siamo sbagliati entrambi. L’abbiamo già passato il centro commerciale, capito?” disse l’autista col tono di superiorità dell’autoctono che non sa come fare con questi stranieri che non sanno la lingua e pretendono pure.
“Tu detto che ci avvisavi” disse l’uomo ben vestito aumentando ancor di più l’equivoco. Voleva almeno una spiegazione, solo questo. L’autista gli aveva dato la sua parola.
“Senti, se tu non sai dove devi andare, come faccio a saperlo io?” gli domandò con tono leggermente irritato, ma con lo sguardo talmente menefreghista piuttosto che sereno che l’uomo deve aver pensato alla peggior gentaglia che aveva conosciuto nel suo paese e che credeva di aver finalmente abbandonato laggiù insieme alla povertà diffusa e ai rovesci degli elementi. Invece se li ritrovava anche qui. Perse la generale serenità della sua stirpe e andò a recuperare la moglie. Mentre scendevano disse: “Io non so come tu possa fare questo lavoro. Tu manchi di gentilezza e professionalità. Tu incompetente e sfiducioso…” e le porte si richiusero.
“Ma tu guarda che gente mi deve capitare che non sa nemmeno dove cazzo deve andare e pretende pure che lo sappia io. Ma che cazzo volete da me? Dico bene Giusè? Ma che volete? Tornatevene nel vostro paese, pezzi di merda!” disse l’autista quasi perdendo il controllo e mettendo un’energia eccessiva nell’acceleratore.
“Scusa come? Non sei Giuseppe?” sentii che diceva l’autista “Come cazzo è possibile? Ti chiami Mario? Ma come è successo? Allora ho sbagliato numero, se ti chiami Mario…” e chiuse la chiamata e si tolse l’auricolare schiaffeggiando il volante e saltando sulla sedia.
Ecco, aveva parlato per mezz’ora con qualcuno che credeva qualcun altro. Ecco chi ci guida. Lo so, sono odioso, ma non mi dite che questo autista non era uno stronzo.

Lettera di un disoccupato all’Universo

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Caro Universo,
io e te ci siamo sempre capiti. Sono una parte di te e tu te ne sei sempre stato sia fuori che dentro di me in un equilibrio piuttosto interessante. Durante la mia vita non ho assistito a tutto quello che tu invece hai avuto la fortuna di osservare: scontri interstellari, esplosioni di nove o civiltà extraterrestri che sconvolgerebbero la vita di noi umani e delle altre specie se solo potessimo entrarci in contatto. Tutto sommato però, sulla Terra noi sapiens tra politica, guerre e ingiustizie sappiamo come passare il tempo. Insomma, così come nella mia vita, anche nella tua, verso queste parti non c’è stato granché di movimento, viste le premesse.
Tuttavia ora le cose sono cambiate.
Forse te la sei presa perché all’inizio pensavamo che tu fossi semplicemente finito: la Terra al tuo centro e un essere onnipotente al di là delle stelle fisse che, tra le altre cose, raccontavamo addirittura che ti avesse creato. Capisco che ci sei rimasto male, ma per uno grande e grosso come te non credo che possa risultare un’offesa poi così grave; è stato solo un breve periodo di tempo della nostra storia: rispetto alla tua età si può paragonare all’esperienza di un bruscolo in un occhio di un essere umano: non è la fine del mondo. E infatti abbiamo rimediato: il sole è tornato al centro della galassia (in un angolo periferico di questa a dire il vero) e tu sei tornato ad essere infinito, come era giusto che venissi descritto.

Forse non ti è garbato l’ulteriore passo che abbiamo fatto? Da un unico Universo siamo passati agli Universi paralleli e al Multiverso: non pensiamo che tu sia schizofrenico, o ambiguo, o bifido, o biforcuto o dissociato (semmai sta a noi capire perché tutti questi termini hanno un che di spregiativo…), ma semplicemente ti abbiamo studiato e sei talmente grande, infinito e fondamentale per comprendere la trama delle nostre vite, e della materia diffusa che ci circonda, che un unico Universo infinito ci sembrava ancora troppo poco. Di cosa ti lamenti?
Te ne stai in panciolle tutto il giorno e tutto quello che capita di interessante e di più fico te lo puoi godere in diretta e dal vivo, mentre io non posso permettermi nemmeno l’abbonamento alla pay-tv. Insomma il problema che ti volevo sottoporre è che qualcosa nel caso o nella necessità, nel fato o nel destino, per me è cambiato di colpo.

Per prima cosa non sono più sfigato e questo comporta delle responsabilità.
In secondo luogo il lavoro non mi trova più come una volta, quando venivo cercato e mi venivano offerti impieghi, commissioni, consulenze ecc. Adesso capita che più lo cerco e più il lavoro scappa in una fastidiosa pantomima di attrazione/repulsione che pare il rincorrersi amoroso dei personaggi di “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare in preda alle fantasticherie dovute al fiore magico che Puck ha fatto mangiare loro.

Ho forse mangiato fiori magici e per questo non riesco a trovare cosa sto cercando? Mi sembra di no. Se te la stessi prendendo con me per quel bruscolo nell’occhio di prima vorrei capire perché proprio io, cioè: non che non sappia che altri stanno messi peggio e che li stai trattando davvero di merda, ma mi piacerebbe capire perché d’un tratto hai cambiato la prassi a cui mi ero abituato.
Oppure, caro Universo, stai cercando di dirmi qualcosa in maniera negativa? Se il lavoro non mi trova più come una volta e io che lo cerco non lo trovo, allora significa che non devo lavorare? davvero è questo che stai cercando di dirmi, Universo? Altresì non si spiega allora perché non mi fai trovare portafogli per terra o sulla soglia di casa o direttamente rotoli di banconote avvolte con elastici o mazzette ripiegate in una molla d’oro (solo per elencare alcune delle più comuni maniere cinematografiche di mostrare il denaro guadagnato disonestamente), e anche non si spiega perché nello stesso giorno mi si è rotta l’aspirapolvere, la forbice, l’abat-jour e non riesco a trovare più i coperchi né delle pentole né quelli delle padelle, e sì che non c’è bisogno che ti spieghi le virtù del microclima umido che grazie ad essi si crea quando salti le verdure!

Quando ero piccolo capivo se mia madre era stanca dalla consistenza del purè: se ci trovavo pezzetti di patata era stata una giornata pesante, se invece aveva la consistenza morbida delle nuvole significava che aveva avuto il tempo e la passione per rendere i tuberi davvero una purea. Ed la stessa cosa con te: il gusto delle cose che una volta era quello delle nuvole, da qualche tempo ha il sapore della sabbia, in bocca mi ritrovo polvere, e non è quella di stelle, ma dei più bui angoli e delle malcelate preoccupazioni. Le cose sono due: o sei stanco, ma non riesco a capire il messaggio, oppure il periodo nero che sto passando è solo una singolarità, l’ennesima, alla tua presenza, dentro e fuori di te. Tu che sei la madre di ogni cosa, spiegami finalmente cosa sta succedendo.

Tanto lo so che non risponderai, con tutto il nulla che hai da fare immagino che tu sia davvero impegnato, proprio come me: disoccupato forse, ma incantato dal tutto.

L’altrui mestiere

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L’Italia è un paese di santi, navigatori, poeti e qualcos’altro di un’abusata formula che ho voluto violentare apposta, perché il tema di questa soluzione immaginaria è un Paese a forma di stivale in cui ognuno fa il suo mestiere e non toglie, a causa di ciò, il lavoro agli altri.

Marco Travaglio recita nel film “Il venditore di medicine” in mostra a Roma e in prossima uscita nelle sale. Potete vederlo qui. Naturalmente è solo un cameo, non è una scena lunga e non è una parte importante, ma il punto non è questo. Posso quasi affermare senza paura di querele che Marco Travaglio per la prima volta ha toppato. Non sono un suo fan accanito e nemmeno lo seguo tanto, ma devo ammettere che per anni i suoi fondi sulla prima pagina de “Il Fatto Quotidiano” hanno allietato le mie colazioni e di questo lo ringrazio.

Affermare che la sua partecipazione a questo film abbia tolto lavoro ad un attore, o svilisca la professione giornalistica o la innalzi, o renda troppo facile la considerazione del lavoro dell’attore è altrettanto stupido del dire che tutti possono fare gli attori e quindi per lanciare il film niente di meglio di un incorruttibile giornalista nella parte di un incorruttibile medico di cui l’Italia ha evidentemente tanto bisogno. L’unico commento che mi sento di fare è breve ed è il seguente. L’Italia ha bisogno di responsabilizzare ogni ambito professionale esistente, sia nel rivedere e/o allargare i diritti, sia nel garantire alla comunità che i lavoratori disonesti finiscano in galera. Prima che si possa arrivare ad una giustizia che garantisca queste due ambiziose prospettive, ciò che noi italiani dovremmo imparare è la critica, anche sprezzante, di ogni scavalcamento dei campi professionali e soprattutto la giusta svalutazione e/o sanzione boicottatrice nei confronti di coloro che non riconoscono il merito, la professionalità e il giusto ruolo delle persone che già si occupano in quel determinato campo di quella determinata professione.

Dunque io penso che 1) Travaglio non avrebbe dovuto accettare di interpretare una parte in un film perché non è un attore; 2) non andrò a vedere il film perché il regista non avrebbe dovuto cercare un non-attore che interpreta una parte insieme ad altri attori (insomma dietro non c’è nessuna poetica pasoliniana); 3) il non-attore Travaglio che si intravede in un cameo è un’operazione squallidamente commerciale; 4) in tutto il mondo un cameo è interpretato da un attore in una piccola comparsata, il cui ruolo è marginale e non ha (quasi) niente a che vedere con il carattere del personaggio (ovverosia non c’è rispecchiamento carattere dell’attore/carattere del personaggio); 5) non riesco a credere che non si sia trovato un caratterista o un attore che potesse interpretare il ruolo; 6) lo sconfinamento dei ruoli denigra la categoria degli attori, perché si fa pensare al pubblico che non è necessario essere un attore per fare l’attore, ma basta essere già conosciuti in qualche campo; 7) non si capisce se recita o sta facendo un editoriale.

Intervista a me stesso sul fantastico mondo del lavoro

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domanda: perché non sei ancora entrato nel mondo del lavoro?
risposta: perché sono laureato.
d: in che senso?
r: nel senso che siccome nella vita voglio fare l’impiegato o il commesso la mia laurea non mi permette di accedere a queste tipologie di lavoro.
d: mi sembra tutto un po’ strano, vuoi provare a spiegarcelo?
r: molto volentieri. per fare il commesso o l’impiegato in azienda privata devi avere una certa esperienza e se quella non basta ho provato a scrivere lettere di presentazione in cui motivavo la mia scelta, parlavo della mia voglia di imparare un lavoro e di intraprendere quest’attività. non mi hanno mai risposto e alla fine qualcuno mi ha detto che era perché ho “lasciato” nel cv che sono laureato (LM in Scienze Filosofiche, n.d.a.).
d: e nel pubblico impiego?
r: ancora peggio. nell’ultimo concorso a cui ho partecipato il mio diploma di perito chimico e la mia laurea specialistica messe insieme valgono meno di un diploma a pieni voti…
d: ci puoi fare un esempio specifico così a casa capiscono di cosa stai parlando?
r: certo: se hai preso 60/60 ti danno 5 punti, tra 57 e 59 sono 3,75, tra 54 e 56 2,50, tra 51 e 53 sono appena 1,25. Per la laurea specialistica sono 3 punti, la laurea triennale 1 solo. Quindi un diplomato con 60 ha 5 punti e io (52 + LS) 4,25. Non ho nessuna speranza.
d: ci sono sempre gli esami.
r: anche quelli te li raccomando. la seconda prova è la stesura di un documento amministrativo. sfido chiunque a trovare un libro dove ti spieghino come stilare un documento amministrativo. e poi quale documento? uno a caso tra i cinquemila tipi esistenti in tutte le tipologie di amministrazioni pubbliche? Inoltre concorrono al punteggio i corsi di formazione, i corsi d’inglese e i corsi di computer. Io l’inglese l’ho studiato da solo e lo conosco benissimo, col computer non ho mai avuto problemi, l’ho imparato a usare più di quindici anni fa, penso che basti no?
d: non basta?
r: no, non basta. rifacendo i punti un diplomato con 60/60 che abbia fatto due corsi tra i predetti e che abbia avuto un contratto interinale in una pubblica amministrazione ha, a parità di punteggio dell’esame a risposta multipla e dell’esame pratico, già più punti di me. La cosa più assurda è che c’è pure l’orale per valutare la conoscenza della lingua e dei programmi informatici – testuali parole – “più diffusi”. Allora a che serve dare punteggi se hai fatto un corso?
d: sembrerebbe un controsenso, in effetti. Conclusione?
r: in questo paese se sei un giovane laureato che vuole fare un lavoro dignitoso che non ha mai fatto prima perché ha passato degli anni a studiare e magari ama il contatto con la gente, se non vuole (e non si capisce perché dovrebbe) nascondere i suoi studi, non può entrare nel mondo del lavoro. spero che per i lavori specialistici sia diverso.
d: vuoi lasciarci con una chicca intellettuale, per favore?
r: Ci mancherebbe: “Forse i suoi vizi gli si potevano perdonare, ma era anche dedito alla pratica sovversiva di pensare” dice W.S. Burroughs di Kim, il protagonista di Strade Morte. Ecco, fino a quando mi dedicherò a questa pratica sembra che non potrò lavorare.

il gioco delle parti

In questo mondo dominato dal capitalismo economico e finanziario ognuno ha la parte che gli spetta. c’è chi si lamenta, chi vive di rendita, chi lavora indefessamente, chi non ama il suo lavoro ma non può permettersi di lasciarlo; c’è chi adora la sua vita tragicamente normale, c’è chi odia il tran-tran quotidiano ma non sa immaginarsi un’altra vita. C’è poi chi è ancorato al vecchio stilema operaio/padrone seguendo il quale se il padrone vuole chiudere la tua fabbrica e licenziarti per ragioni economiche (quindi per giusta causa che più ingiusta non c’è, direi) alla fine si incazza e va davanti al ministero dello sviluppo economico a dare la colpa al ministro. Gli operai di quella fabbrica sono gli unici a sapere se la fabbrica in questione produce davvero qualcosa che ha ancora mercato. O almeno dovrebbero saperlo. Gli operai di quella fabbrica chiedono che il governo intervenga, che interpelli qualche altro imprenditore o gruppo che acquisti la fabbrica. C’è chi dice che lo stato dovrebbe acquistare la fabbrica per non lasciare a casa gli operai. Nessuno, mi sembra, ha pensato ad una soluzione rivoluzionaria. Gli operai che credono davvero nelle possibilità della fabbrica che non vogliono lasciare dovrebbero avere il coraggio di comprarsela. Mettersi tutti insieme, decidere la forma (cooperativa, srl ecc.) e chiedere finalmente qualcosa di sensato al governo: garantire per loro l’accessibilità ai vari mutui che gli operai dovranno per forza aprire con svariate banche (o solo con una). La rivoluzione è il capovolgimento dello stato di cose presenti. Dopo tutta la Storia che ci è passata davanti, sotto, dietro e sopra non riesco ancora a credere che degli operai nel loro sacrosantissimo diritto di veder garantito il loro posto di lavoro non riescano però a prendersi anche la responsabilità di fare qualcosa di proprio pugno. La consapevolezza dei propri diritti sta anche nel non sottomettersi alle ingiustizie altrui. I padroni non sono i salvatori del mondo, ma gli sfruttatori da combattere. Gli operai che ho visto manifestare ce l’avevano con i vecchi padroni, se la sono presa con il ministro dello sviluppo economico (che non si sa cosa ci stia a fare) e non vedono l’ora di avere un nuovo padrone. Non vi sembra un tantino capitalistico, paternalistico e già visto, tutto questo?