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L’impiegato immaginario

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I genitori di Aurelio, il giovane disoccupato di 41 anni morto qualche settimana fa, non si danno ancora pace e vogliono raccontarci cosa è successo.
Aurelio ha perso il lavoro a trentasei anni a causa della crisi, quando la piccola azienda in cui lavorava ha chiuso improvvisamente.
“In realtà non è andata proprio così” puntualizza la madre “il proprietario si è suicidato dopo aver scoperto che il socio andava a letto con la moglie e che aveva preso mazzette da una famosa catena di alberghi per taroccare gli appalti e fargli ottenere forniture a prezzi vantaggiosi da altre società.”
La madre di Aurelio riferisce questo fatto con gravità, ma non si coglie la rabbia che ci si aspetterebbe da una vicenda del genere. Le domando se è stata avviata un’inchiesta, se quest’uomo, parte in causa del dramma di Aurelio, sia stato sottoposto a giudizio.
“Purtroppo no” risponde il padre “in Italia la corruzione tra privati non è reato, non è reato nemmeno compromettere la propria azienda e non lo è nemmeno l’auto-riciclaggio di denaro proveniente da atti illeciti. Quell’uomo è scappato all’estero e si gode i proventi della vendita della sua azienda.”
È meglio riportare l’attenzione sul dramma di Aurelio, per il quale sono venuto apposta per incontrare i suoi coraggiosi genitori. La sua storia è straziante quanto reale.
“Si stava per sposare, aveva dei soldi da parte, ma Equitalia bussò alla sua porta a poche settimane dal licenziamento” dice la madre con voce rotta da un pianto che tuttavia non inizia.
“Per pochi anni Aurelio aveva fatto l’assicuratore freelance a partita IVA. Per qualche ragione risultava che non l’avesse chiusa e quindi gli venne notificata una cartella di circa venticinquemila euro per gli anni dal 2000 al 2008, anni in cui aveva invece lavorato con un contratto a tempo indeterminato con la Sanitarix. Mise un avvocato, ma com’è come non è, non ci fu verso di venire a capo della cosa. Un finanziere interpellato come consulente gli disse che ormai era meglio pagare, perché tutto quel lavoro si doveva giustificare con un introito e che non si poteva far fare brutta figura alle amministrazioni…”
Aurelio cosa fece a quel punto?
“I soldi voleva usarli per il suo progetto d’amore, ma capì che era impossibile uscire da quella situazione: pagò.”
Dopo aver perso il lavoro Aurelio si ritrova senza prospettive e senza soldi all’inizio della peggiore crisi economica che il mondo e l’Italia abbiano mai conosciuto.

A questo punto cosa accadde?
“La fidanzata lo lasciò” racconta la madre accarezzando la foto del figlio che i genitori tengono incorniciata nel salotto.
“Era troppo orgoglioso per insistere o fare o dire qualcosa di cui si sarebbe potuto vergognare o pentire in seguito. Ci disse che lei aveva scelto così e che lui doveva rispettare quella scelta. Secondo me aveva già smesso di lottare da tempo” ci dice il padre prendendo la cornice e rimettendola nel suo posto d’onore. Questo dignitoso genitore si alza e ci dà le spalle. Immaginiamo che alcune lacrime stiano solcando il suo viso, in questo momento, ma ci sono ancora cinque anni di drammi e sofferenze da raccontare.
A questo punto, infatti, Aurelio è un uomo totalmente libero, forse solo, forse povero, certamente disoccupato, ma in fondo è come se la vita gli avesse riservato una seconda chance. Cosa fece?
“A malincuore si mise a studiare per partecipare a concorsi pubblici” ci dice il padre chinando la testa, sconsolato.
Sappiamo quale può essere l’esito di questa scelta sciagurata.

“Non sembrava che per entrare nell’amministrazione pubblica, ovvero in un ambito dove si va a servire e onorare la società civile, ci si dovesse dimenticare di essere delle persone, e nemmeno sembrava incredibile che non cercassero persone intelligenti e preparate che per di più avessero lavorato molti anni nel settore privato. All’età di Aurelio, con una laurea invece del diploma, senza esperienze pregresse nel pubblico e senza una certificazione delle sue competenze informatiche e linguistiche, che erano comunque ottime, i suoi punti, a parità dei risultati dei test, erano sempre i più bassi. I concorsi pubblici, scoprimmo a malincuore, erano ormai orchestrati apposta per alcuni che non possono non vincerli e se sono trasparenti vince invece solo chi mette correttamente tutte le crocette: ma sanno fare altro?” si domanda il cuore della mamma di Aurelio in uno scatto di orgoglio materno.
Questo ragazzo non ammanicato dopo tre anni di concorsi falliti, lavoretti qua e là in una crisi economica che continua a mietere posti di lavoro, riceve un’altra notizia che mina una situazione che definire precaria è dire poco.
Può dirci cosa è successo?
“Certo” dice il padre di Aurelio prendendo da un cassetto delle carte.
“Aurelio andò all’INPS per vedere se era possibile avere un sussidio o qualcosa del genere, qualsiasi cosa – anche se secondo me ormai si recava negli uffici pubblici solo per osservare fannulloni o ignoranti che li affollavano, quasi per consolarsi di non essere mai stato preso perché era di un’intelligenza superiore – tuttavia risultò qualcosa che ancora oggi grida vendetta al cielo. Di tutti gli anni di lavoro che risultavano a lui – un giorno avrebbe voluto riscattare anche il servizio militare e gli anni di università – non risultava versato alcuni contributo previdenziale. Il suo commercialista non fu reperibile, era anche un nostro lontano cugino, ma ci dissero che era scappato col malloppo già nel 2008, proprio l’anno in cui aveva chiuso la Sanitarix. Eppure nessuno gli aveva mai comunicato nulla. Essere disoccupato pensando di avere quindici anni di contributi non è la stessa cosa che sapere che a trentanove anni è come se non avesse lavorato un solo giorno della sua vita…” ci dice il padre riponendo quei teneri fogli taglienti dai marchi azzurri tanto cari ai nostri pensionati.
“A quel punto” ci precede la madre “si chiuse in casa fino a quel fatidico giorno di primavera dell’anno scorso”
Prima di quel giorno non uscì più di casa?
“Praticamente. Se ne stava tutto il giorno davanti alla televisione a prendere a male parole questo e quello oppure a giocare al computer o sui social network o peggio…”
Cioè?
“Guardava porno” dice la madre senza vergognarsi “era molto solo poverino, così solo. Ogni tanto passava a trovarlo un amico, ma erano o fidanzati o occupati o tutti e due le cose e Aurelio non sopportava più la loro presenza, li sentiva lontani, incapaci di comprendere la sua situazione”
Arrivò così la primavera.
“Esatto. Speravo che il nuovo governo avrebbe portato un po’ di serenità, almeno un po’ di speranza se non poteva portare subito un po’ di lavoro o di giustizia sociale. Una mattina di metà aprile, era una bella giornata di sole tiepido, Aurelio si alzò molto presto. Ormai era suo solito non farlo mai prima di mezzogiorno. Invece quel giorno maledetto si alzò, si preparò, si fece la barba dopo più di tre anni che aveva portato una peluria indefinita, e verso le otto e mezza ci disse, dopo aver preso il caffè, che andava al lavoro. Io e mia moglie siamo rimasti basiti, lo abbiamo inseguito, ma era già uscito. Ci siamo guardati, mia moglie doveva scappare al lavoro, le mancavano pochi mesi alla pensione, e quindi sono rimasto da solo a pensare”
Non le sembrava possibile che avesse trovato lavoro?
“Mi era sembrato davvero strano. Intanto non ci aveva detto che avesse ripreso a cercarlo e in più avevo letto sul giornale che il governo aveva varato un decreto per le agevolazioni alle aziende che avessero assunto apprendisti, cioè persone fino a ventinove anni: mio figlio ne aveva già quaranta! Era davvero strano…” dice il padre, ripensando a quei giorni convulsi. Ha la faccia di chi si domanda come sia possibile che un motore appena revisionato possa fermarsi all’improvviso.
Quando avete saputo la verità?
“Ero appena andata in pensione e decisi di farmi una passeggiata alla Villa Comunale. Mio figlio sembrava felice in quei giorni, non ci aveva spiegato nulla di questo ≪lavoro≫, e noi ci eravamo fidati, avevamo creduto che le cose fossero tornate alla normalità”
E invece?
“E invece trovai mio figlio ad uno dei tavoli della Villa dove di solito si gioca a tressette e, non oso dirlo…”
Signora, si faccia coraggio.
“Certo, mi scusi. Mio figlio era seduto ad uno dei tavoli e giocava a fare l’impiegato”
Vuole spiegarci meglio?
“Era vestito di tutto punto e si era portato dietro materiale di cancelleria, faldoni di documenti, il suo computer portatile, persino una stampante sfasciata e un vecchio telefono. Teneva tutto davanti a sé, faceva finta di rispondere al telefono, prendeva appuntamenti, smaltiva pratiche e riempiva memorandum. Faceva anche finta di avere persone alle proprie dipendenze, insomma, giocava a fare il capo di un ufficio immaginario”
Lei a quel punto cosa decise di fare?
“Tornai a casa e dissi tutto a mio marito” dice la signora. I genitori di Aurelio si guardano e si prendono le mani. Questa storia non è ancora finita, ma sono già dignitosi nel loro dolore inesprimibile.
“Cercammo di comportarci normalmente per un po’ e allertammo i Servizi Sociali che tramite il responsabile ci disse che fino a quando gli garantivamo vitto e alloggio e non era un pericolo per sé o per gli altri, non potevano fare nulla. A quel punto, abbandonati dalle istituzioni cercammo di instaurare un dialogo costruttivo col nostro ragazzo, ma lui, per esempio, rifiutò di andare dallo psicologo spiegandoci che in ufficio nessuno lo trattava male, anzi che il suo superiore era molto felice per lui e i suoi dipendenti lo rispettavano”
E oltre a questo pensaste che non si sarebbe potuto fare altro?
“Non c’era nient’altro da fare. Alla fine di luglio smise di andare al ≪lavoro≫ e tornò lo sfaticato di prima. Nonostante la disoccupazione ci sembrò di tornare a respirare ma, la madre si interrompe, fu solo una tregua”
Perché, cosa era accaduto?
“Niente di particolare: era andato in ferie. Dal primo settembre tornò nel suo ≪ufficio≫ e fino al giorno della tragedia non mancò mai un solo giorno, tranne naturalmente le vacanze di Natale che passò a casa, come tutti i lavoratori”
Ma voi potevate immaginare, c’erano stati dei segnali di quello che sarebbe accaduto?
“Era ormai nell’aria che una soluzione finale alla crisi bisognava trovarla e prima che tutto andasse a rotoli e che molti altri come mio figlio, si riducessero fino a quel punto”
Cosa accadde?
“Il governo finalmente varò il Decreto Lavoro e a mio figlio venne immediatamente assegnato un esecutore”
Fu un lavoro veloce?
“Sì, non ringrazieremo mai abbastanza il Governo per questo. Per chi come nostro figlio risultava senza esperienza e senza speranza era prevista un’anestesia totale prima della soppressione. Ci è stato tolto un peso dal cuore, davvero, Aurelio ha smesso di soffrire, anche se il dolore per la perdita di un figlio è indescrivibile”
Vediamo che i genitori di Aurelio stanno per commuoversi, o quasi. Ci congediamo chiedendo loro se vogliano ricordare un’ultima cosa sulla drammatica storia di loro figlio.
“Ha avuto un funerale bellissimo, tutto pagato dal governo, fiori compresi. Nessun disoccupato avrà mai una fine così bella”

Noi ringraziamo i coniugi per aver condiviso con noi il loro dolore e auguriamo a tutti buon lavoro.

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la morte di un attore

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un attore è un personaggio pubblico.
un attore è un’immagine collettiva.
un attore è emozione grondante sangue che ha lasciato una macchia indelebile sulla tua pelle.
un attore è un essenza.
un attore è un’esperienza immaginaria.
un attore è un ricordo sfrondato di ogni memoria.
un attore è un’illusione concreta.
un attore è fascino distratto e una distrazione affascinante.
un attore è tutto ciò che credi di sapere su di lui e non è vero.
un attore è un fremito di atti.
un attore è un traguardo.
un attore è un patibolo per una sola persona.
un attore è la finzione che dice la verità.
un attore è una poesia.
Philip Seymour Hoffman è morto.
Philip Seymour Hoffman è un attore.

La Grande Abbuffata

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“La grande abbuffata”, il film capolavoro di Marco Ferreri, ha compiuto 40 anni. Oserei dire i suoi primi 40 anni, o anche che non li dimostra e che è tra i miei film preferiti e che chi non l’ha visto nemmeno una volta nella vita dovrebbe farlo, almeno per il gusto di scandalizzarsi ancora in questo momento in cui sembra (molti lo dicono, ma lo dicevano anche nel 1600) che è stato detto tutto e che non c’è più nulla da dire. A detta dell’autore questo film è “fisiologico”. In effetti c’è tutto: nascita, morte, sesso, cibo, merda e tutte le sensazioni possibili con i cinque sensi e le arti che li nobilitano: musica, danza, alta cucina, bellezza e morte, e visto che al cinema il più difficile da trasmettere è l’odore, c’è anche molta merda, ché questa la conosciamo tutti.
Il film narra la messa in opera del suicidio collettivo di quattro amici ognuno dei quali incarna un simbolo della società di massa: un giudice (che è rimasto bambino e ha rapporti sessuali non completi con la sua vecchia levatrice innamorata di lui); un cuoco (che ha un famoso ristorante, ma non va più d’accordo con la moglie e ha ormai perso le speranze che i “ricchi” capiscano qualcosa di cucina, ovvero se la gustino, importante è solo che il piatto sia complicato e che costi tanto); un produttore-regista televisivo (di tendenze omosessuali si è ridotto a portare sullo schermo prodotti commerciali e deve fare i conti con una figlia che è il prodotto di questa mercificazione della società e che non capisce la differenza tra il saper fare qualcosa e il credere di saperlo fare); e un pilota di linea (che incarna il mito del playboy italiano, un marinaio dei giorni nostri che vive solo della gloria delle sue conquiste, ormai impotente).
L’idea dei quattro è che Ugo (Ugo Tognazzi), il cuoco, prepari quanto di più prelibato la cucina (francese e italiana) abbia mai potuto inventare e che si mangi fino a morirne. Lo aiuta ai fornelli Philippe (Philippe Noiret), il giudice, che vede in quest’occasione il modo di imparare qualcosa di nuovo e allo stesso tempo di non pensare alla miseria del mondo e della sua vita. Mentre Michel (Michel Piccoli) si dedica alla danza e alla musica e Marcello (Marcello Mastroianni) si dedica alla meccanica, mettendosi alla riparazione di una Bugatti abbandonata nel garage della villa in cui consumeranno il loro ultimo pasto e la loro stessa vita.
Marcello e Michel pensano che senza donne non si possa festeggiare adeguatamente e Ugo è d’accordo con loro. Solo Philippe è contrario a chiamare delle prostitute, molto probabilmente perché sono le uniche donne che ha conosciuto in vita e avrebbe preferito un ritiro di soli uomini. Tuttavia dopo la prima notte, la giornata si apre con la visita di una maestra con la sua scolaresca: nel giardino della villa c’è il tiglio sotto il quale il grande poeta satirico francese Boileau amava riposare e scrivere e lei fa una lezione ai suoi alunni.

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La maestra, l’affascinante e giunonica Andrea (Andrea Ferreol) viene invitata alla festa della sera stessa da Ugo, quasi a voler completare il cerchio con le tre prostitute che un annuncio messo da Michel e Marcello sta cercando. Philippe è già innamorato di Andrea e il suo arrivo non fa che scatenare le passioni durante la festa in cui tutto è esplicito: il cibo, le passioni, l’impotenza (razionale e fisica di Marcello), il rapporto tra il bene (Andrea, maestra e Madre) e il cosiddetto male (le tre prostitute, ovvero le parche, ovvero le furie, ovvero le tre marie). Tutto si smussa, si amalgama, diventa un tutt’uno di essere e non-essere, le contraddizioni si capovolgono e quello che ne esce fuori è la vita in tutte le sue sfaccettature, contraddizioni e ovvietà, verrebbe da dire. Non c’è moralità, né censura che tengano, di fronte all’autodeterminazione. In questo film ogni personaggio è puro come dovrebbero essere puri gli essere umani e lasciati vivere (e morire) a loro piacimento, come garba alla loro idea di vita. Nel film ci sono anche simboli, ma non sono surreali né rimandano a significati altri.
La morte è una parte della vita, ma è fredda. Marcello, dopo gli inutili tentativi con le prostitute, non riesce a scopare nemmeno con Andrea (la Madre e la Maestra) e si lascia morire assiderato dentro la Bugatti che è riuscito a rimettere in moto.

La battuta è che finalmente, diventato un pezzo di ghiaccio, è duro, come il cazzo che voleva essere, ma in realtà è anche il rapporto con la macchina, che egli uomo, è riuscito a mettere in moto, mentre non riesce a mettere in moto sé stesso. La prima frecciata alla società di massa. La morte di Marcello sconvolge Michel, innamorato di lui. Ha dei gravi problemi di meteorismo e gli altri lo mettono a letto e lo ingozzano, esattamente come fa il pubblico con la televisione, che sembra riversarci addosso la sua merda, ma in realtà è il pubblico ad accettarla passivo, a non riuscire a smettere di guardarla e di crederla buona da mangiare. A questo punto, infatti, inaspettatamente, uno dei cessi esplode e riversa tutta la sua merda in casa. Michel non sarà da meno della televisione che ha fatto fino a quel momento. Sembra che si sia rimesso, in realtà la merda che ha accumulato dentro di sé esplode, e muore così, in un lago della sua stessa merda.

Le prostitute sono andate vie e rimangono solo Ugo e Philippe. Andrea ha deciso di aiutarli e si accingono a preparare il piatto finale, un paté speciale fatto di tre carni diverse farcito e presentato in una torta gigante a forma di cupola di San Pietro. Facile o “troppo” facile anche qui fare del banale simbolismo. Le tre carni possono essere le tre persone della trinità e la cupola di San Pietro che si mangeranno è la fine (o l’inizio) della chiesa cattolica. Nell’intero film non c’è nessun altro riferimento alla religione. La scena è surreale poiché il piatto lo preparano tutti e tre insieme e sullo sfondo c’è la ghiacciaia con i corpi congelati di Marcello e Philippe, quasi a satireggiare sulla vita dopo la morte che altro non può essere che il proprio corpo surgelato, evidentemente. Philippe imboccherà fino ad un certo punto Ugo, il quale vuole finire quel capolavoro che ha fatto e che se preparasse per altri lo farebbe diventare miliardario, ma questi “altri” lo mangerebbero solo perché costa tanto, non perché saprebbero davvero apprezzarlo.

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Ugo muore steso sul tavolo della cucina (il suo regno dei sensi) mentre Philippe lo imbocca e Andrea lo masturba.
Philippe da ultimo, è quasi tentato di abbandonare il proposito fatale, ma Andrea assurge a Dea della Vita e della Morte e gli prepara un dolce a forma di tette e lo imbocca sotto il tiglio del poeta fino a quando, prima dell’ultimo boccone, si spegne.
È morta la tecnica (Marcello), è morta l’arte svenduta e mercificata (Michel), è morta la gioia di vivere il proprio nutrimento e la propria fisicità (Ugo), è morta anche la Giustizia (Philippe).
Andrea, Maestra e Madre, che ha fatto l’amore con tutti tranne che con Marcello, è pronta a ridare vita al mondo.
C’è tutto.

Cinque milioni di dollari

Nell’articolo di Repubblica “Cinque milioni di dollari per studiare l’immortalità” si racconta che al filosofo John Martin Fischer è stata finanziata una ricerca sul significato e i perché dell’immaginario sull’immortalità e la vita oltre la morte. Le domande a cui il filosofo dovrà rispondere sono queste: 1) se e in quale forma le persone sopravvivono, o possono sopravvivere, alla morte del corpo; 2) quanto credere nell’immortalità influenza il carattere, gli atteggiamenti e le credenze di uomini e donne; 3) perché la gente è portata a credere a una vita ultraterrena; 4) se è o meno irrazionale desiderare l’immortalità.
Proverò a fare la stessa cosa gratis, senza organizzare convegni miliardari, senza essere influenzato da chi ha finanziato la ricerca e soprattutto senza pensarci tanto su, perché il vero problema che attanaglia l’umanità è l’utilizzo strumentale del pensiero.
1) Se e in quale forma le persone sopravvivono, o possono sopravvivere, alla morte del corpo. Risposta: voi conoscete di persona, per sentito dire, perché qualcuno dei vostri conoscenti l’abbia conosciuto, qualcuno che è tornato in vita dopo essere stato dichiarato clinicamente morto? Io no, dunque la risposta a questa domanda è che le persone non possono sopravvivere alla morte del corpo. Se così fosse e gli spiriti esistessero molti di noi avrebbero a che fare con gli spiriti di molti morti, soprattutto degli spiriti dei morti famosi, i quali non si accontenterebbero della fama terrena ma continuerebbero molto volentieri a perpetuarla dopo la morte. Per esempio, se ci fosse una vita dopo la morte, Mike Bongiorno avrebbe partecipato, anche se in puro spirito, a tutte le interrogazioni scolastiche degli ultimi anni come presentatore e mediatore tra gli insegnanti e gli alunni, a tutti i quiz radiofonici e televisivi come ospite illustre ecc.. Io non ho mai sentito dire che qualcuno ha mai sentito dire “Allegria!” se non in una registrazione televisiva.
2) quanto credere nell’immortalità influenza il carattere, gli atteggiamenti e le credenze di uomini e donne. Risposta: è davvero incredibile come tutti gli uomini in più alto grado delle gerarchie ecclesiastiche e religiose delle maggiori religioni sulla faccia della terra (esclusa la buddista) facciano a gara ad accaparrarsi potere politico (vedi l’Iran, il Vaticano, lo Stato d’Israele) invece di pregare e sacrificarsi come coloro ai quali chiedono di farlo. I credenti, infatti, sono stati educati a credere nelle religioni suddette e fanno tutto quello che viene chiesto loro dai rappresentanti delle religioni. Quindi la risposta è sì, credere nell’immortalità influenza il carattere di uomini e donne (li spinge ad aver paura della morte, li porta a temere che lottare per una vita migliore possa escluderli dalla vita eterna), e influenza soprattutto gli atteggiamenti e le credenze dei capi delle religioni, i quali, in modo oltremodo terreno fanno credere a tutti i loro seguaci che la vita celeste esista.
3) perché la gente è portata a credere ad una vita ultraterrena. Risposta: perché se, con falsa coscienza, un eminente filosofo o un eminente personaggio o rappresentante di una religione, dicesse chiaramente una volta per tutte che la vita ultraterrena è solo un desiderio o un sogno, gli eminenti di cui sopra non avrebbero lo stesso potere terreno di cui alla risposta 2) e l’eminente filosofo non avrebbe ricevuto cinque milioni di dollari per rispondere a questa domanda.
4) se è irrazionale o meno desiderare l’immortalità. Risposta: ma certo che desiderare l’immortalità è razionale, è crederci ad essere irrazionale.

la scrittura e il corpo

ho lo scheletro perfetto per scrivere un capolavoro.
mi manca la carne. è carne che non vendono da nessuna parte. non c’è mercato nero, non è un pezzo unico, non è nemmeno carne umana. 
è la carne dell’esperienza.
devi prima trovare il denaro. 
quello giusto non si trova in banca, non lo stampa la zecca, in ogni caso si sente da lontano e si capisce da vicino quando usi denaro falso. è una moneta che non puoi comprare, nè fabbricare, ma lo trovi dappertutto in giro per il mondo, sotto i culi dei Re, sotto i piedistalli delle statue, sulle pareti dietro i quadri nei musei, tra le pagine dei libri.
per acquistare quella carne devi prima scrivere quello che non si può scrivere, affinchè i Re si alzino stupefatti dai loro scanni, poi devi scrivere quello che non si deve scrivere, affinchè le statue scendano dai loro piedistalli. poi devi rubare le tele dai musei, senza che nessuno se ne accorga, nè prima nè dopo, arrangiati, se non sai come fare. poi devi capire che la letteratura è l’inganno più dolce, ma è come un gioco: se rispetti le regole perdere non è grave: il gioco perfetto è lo spazio che consente il funzionale movimento tra due parti… la meccanica dell’amore, contatto e distanza, entrambi specchi l’uno dell’altro.
ora che hai la carne devi fare attenzione a rimpolpare con oculatezza, con geometria e matematico estetismo quelle ossa che il poeta dichiara nude. 
dove le hai prese?, si domanda il profano. ho guardato più vicino che potevo, perché non permetto allo sguardo di scappare lontano. è ai miei piedi che cadono le bombe, che si ammucchiano cadaveri. parlano la mia lingua, non hanno fatto nemmeno un ridicolo chilometro. prima di essere esotico, guarda nella tua casa. fai uno sforzo di realtà. i torti e le verità non hanno bandiere.

Breve saggio sullo snuff movie

Una serie di riflessioni serie e oggettive sulla leggenda dei fantomatici snuff movie mi ha mosso a scrivere questo saggio poiché esiste una possibilità tragica e orripilante che ritengo non sia stata mai presa in seria considerazione.
La storia degli snuff movie comincia con il film Snuff (1976) che viene pubblicizzato proprio mettendo in giro la falsa notizia che nel film le scene dell’omicidio di una ragazza non fossero state fatte con effetti speciali e la ragazza fosse stata davvero uccisa sul set. Primo appunto. Nel documentario
Do snuff movie exist viene mostrato come la scena in questione sia girata con effetti speciali anche banali e su questo non pare possano esserci più dubbi sulla prima bufala. Il secondo appunto è che nel film non ci sono riferimenti al fantomatico mercato degli snuffs e questo può significare una cosa sola (credo verificabile, ma non ho abbastanza tempo per farlo, comunque mi piacerebbe essere smentito, scrivo per questo): prima di questo film nessuno parlava di snuff movie. Questo si spiega ulteriormente con la mia “soluzione immaginaria”, ma andiamo con ordine. Dopo questo film iniziarono a girare leggende su questi gruppi di operatori a cui vengono commissionati film in cui alcune persone (consapevoli o meno – vedi per il primo caso il film di Johnny Depp The Brave (1997)) vengono sacrificate, uccise o torturate fino alla morte davanti alla telecamera. Un altro particolare molto interessante, a dir poco illuminante a parer mio, è che lo snuff è un film pornografico. Così ce lo presenta Moresco in Canti del Caos e i committenti, sia nel film di Depp che nel romanzo di Moresco, sono degli sconosciuti molto ma molto danarosi. Questa caratteristica della leggenda metropolitana è ovvia. Qualcuno disposto non solo a uccidere, ma anche a farsi filmare mentre lo fa deve essere convinto con una contropartita adeguata al caso. E’ anche vero però che dovrebbe sorgere il primo dubbio. Quanto vale, in termini di denaro, commettere un omicidio davanti ad una telecamera? Non così tanto se si considera la fiction delle dicerie. Il committente così danaroso che terrebbe naturalmente l’unica copia del film per sè, non ha nessun interesse a venderla (l’ha commissiona lui, è già ricco), quindi l’assassino ripreso nel film (qualora non sia stato anche reso irriconoscibile da trucchi cinematografici e non) non rischierebbe proprio nulla. Tutto fila. E in effetti sono d’accordo che fila. Fila così tanto che negli ultimi anni il gran numero di donne uccise e scomparse nel Nord del Messico ha fatto acuire e indirettamente corroborare le dicerie sull’esistenza dei cosiddetti snuff movie. Un committente danaroso fornisce logistica e movente. Persone prive di scrupoli accettano il tremendo incarico. Donne senza diritti, senza amici e senza parenti di cui mai nessuno chiederà conto vivono al confine tra Messico e Stati Uniti e sembrano essere le vittime perfette in quanto provengono da uno dei paesi dove la polizia è una delle più corrotte al mondo e il maschilismo è una pratica di vita. Vale la pena accennare che anche uno dei più grandi scrittori al mondo Roberto Bolaño, nel romanzo 2666, si occupa della leggenda degli snuff. Egli racconta così dettagliatamente e senza cercare di salvare le apparenze dei femminicidi che quando racconta le origini della leggenda degli snuff e mette in bocca ad un alto papavero dell’esercito messicano la frase “io ho visto tutto” ma appunto degli snuff mai, si è tentati di credergli, nonostante sia un’opera di fiction. Comunque tutte queste “prove” si puntellano a vicenda e la necessità, per opere così pericolose, di essere in un’unica copia sono anche la giustificazione del perché non c’è nessuno che ne abbia mai visto uno, ovvero uno snuff commissionato da chicchessia. Nemmeno l’FBI dichiara di esserne mai venuto in possesso (informazione contenuta nel documentario citato sopra). Ultimamente filmati di  morte in diretta si sono moltiplicati a causa della diffusione sempre maggiore di videocamere, grazie al giornalismo e per opera di fanatici religiosi. Lo snuff è però un’altra cosa. Vediamo di andare avanti.
L’altra prospettiva (cioè il ragionamento portato avanti lungo una linea continua di fatti messi uno dietro l’altro) che metterebbe una pietra definitiva sopra la questione è proprio quella del cinema pornografico. Il ragionamento è più o meno questo: hanno girato film porno delle peggiori specie, in cui persone e animali fanno sesso come se niente fosse; persone si fanno frustare, legare, sputare, gettare cose addosso, pisciare sopra e dentro, cagare addosso, umiliare in altre migliaia di forme, torturare, scopare con qualsiasi oggetto in qualunque buco; si sono girati film in cui persone fanno cose che la maggior parte delle persone non riuscirebbe nemmeno ad immaginare e che forse gli non piacerebbero o forse sì… perciò – figurati! – se non esiste da qualche parte un miliardario che ecc. ecc… la storia la conosciamo. Diamo insomma per scontato che esista qualcuno che provi piacere erotico davanti alla morte di qualcun’altro. Possibile che questo non ci sembri assurdo? E i serial killer allora?, e gli assassini di qualunque genere? Non sono proprio la stessa cosa, ma chi crede nello snuff fa più o meno un ragionamento del genere. Abbiamo un’idea così tremenda del mondo che non possiamo non credere all’esistenza di un prodotto umanamente aberrante come uno snuff movie
E invece no, mio caro lettore. La scoperta che farai oggi potrebbe portarti davvero ad avere un’illuminazione. E’ un’informazione che molti si farebbero pagare. Io te la do gratis. L’esistenza dello snuff movie (se credi nella loro esistenza) è necessaria proprio per rassicurarti della crudeltà del mondo, ovvero tu hai bisogno di pensare che esista qualcuno che si ecciti guardando un film porno  in cui qualcuno viene ucciso lentamente. Voglio sottolineare questo particolare, intanto. 
Perché gli snuffs della leggenda metropolitana sono sempre porno? Perché non dovrebbero essere di un altro genere? La risposta è semplice. I film porno eccitano sessualmente, gli altri no, o difficilmente, per questo la crudeltà del mondo si lega alla rimozione del desiderio, poiché il desiderio è rivoluzionario, mentre un film porno in cui si uccide qualcuno sul serio ci lascia attoniti, ma anche immobili, facciamo una scelta di campo, nel senso che non ci muoviamo, attendiamo che il mondo agisca, pensiamo di non poter agire. Per fare un’altra citazione: in un numero di Dylan Dog vengono commissionati dei film horror in cui vengono uccise davvero delle persone, ma nelle leggende questo altro tipo di film non vengono mai menzionati. Dunque l’esistenza dello snuff movie è necessaria per pensare di essere buono, per pensare che noi non si farebbe mai una cosa del genere e soprattutto che la maggior parte delle persone non può permettersela, quindi i ricchi sono dei bastardi oltreché essere ricchi ecc. ecc…
Ma eccoci alla seconda rivelazione shock, se la prima non ti è bastata. Anche questa è gratis e siccome sembra contraddire la prima, faccio un breve riepilogo per chiarezza. Gli snuff movie non esistono per tutte le cose dette finora, soprattutto perché: nessuno è così stupido da farsi riprendere mentre ammazza qualcuno, se lo fa è pazzo; nessuno è così stupido da cercare qualcuno a cui commissionare una cosa del genere, se lo fa è altrettanto pazzo, lo prenderebbero per pazzo o per un serial killer ecc. ecc. Gli snuff movie non esistono anche per le motivazioni umane che sottostanno alla loro esistenza come leggenda metropolitana. Un modo di pensare reazionario, rinunciatario, religioso, ha bisogno di credere nell’esistenza di un simile prodotto, è necessario per giustificare la propria inanità intellettuale, ma anche e soprattutto per non accettare la realtà. (Intendo un’accezione di realtà molto ampia, fatta di principi scientifici e sulla condizione umana, l’evoluzionismo, ecc..).
La seconda rivelazione è questa: gli snuff esistono, ma non sono movie. Lo ribadisco se è stato troppo veloce. Esistono e sono esistiti nella storia umana eventi che rientrano in tutta la categoria degli eventi che sarebbero contenuti negli snuff movie, ma di cui non c’è documentazione filmata. Sto affermando qualcosa senza prove, senza testimonianze, senza elementi che non siano i miei ragionamenti e le mie conoscenze, ma ne sono altresì convinto.
Vengono commessi delitti di questo genere solo per il piacere di ammazzare qualcuno o per libidine, ma appunto non vengono ripresi da nessuna telecamera. Mi si dirà: che scoperta! E certo che è una scoperta, ma per il fatto che lo snuff movie è un modo per non accettare la realtà di questi altri fatti. Il primo dato a riprova è molto semplice. Se hai “semplicemente” bisogno di vedere la morte di qualcuno non credo che ti basti credere che nel video stiano uccidendo qualcuno. Infatti un video, proprio per essere sottoposto ad almeno una post-produzione è sempre falsificabile. Cosa chiederebbe il committente di uno snuff come garanzia che lo snuff sia autentico? Delle foto? Un altro video? Qualunque committente sarebbe alla mercè di truffatori di ogni genere, quindi nasce anche la possibilità che un film spacciato per snuff sia un falso fatto passare per vero pur di venderlo come tale. Per questo lo snuff movie esiste come leggenda metropolitana: non si riesce a credere che possa esserci qualcuno che voglia vedere la morte “in diretta” e direttamente di un altro essere umano. Invece accade ogni giorno. Lo snuff è un modo per non accettare la realtà che gli uomini si ammazzano a vicenda. Non significa che sia giusto – in ogni caso ammazzarsi fra uomini è inutile – ma l’esistenza della leggenda degli snuffs copre (ovvero media, poiché è un prodotto multimediale esso stesso) che ci siano persone che lo fanno sul serio, nella realtà.
Per rimanere nell’ambito strettamente tecnico c’è un altro autore che non si poteva non citare – il marchese De Sade – che soprattutto nel libro Juliette ovvero le prosperità del vizio descrive con minuzia di dettagli vari snuff che naturalmente all’epoca non sarebbero mai potuti essere dei movie. Questo mi ha fatto pensare che qualcuno ispirato da De Sade o dalle sue personali fantasie e perversioni possa essersi fatto procurare delle vittime delle quali il mercante non vuole sapere naturalmente l’utilizzo (perdonate la parola) e questo perché il reato che si configura è di minore entità. Certamente colui il quale oggi può permettersi di comprare un essere umano sarà certamente un uomo danaroso o molto “coperto”, ma in alternativa potrebbe essere, come dicevamo, un serial killer estremamente scaltro, senza il proverbiale desiderio di essere catturato, che si procura le proprie vittime senza intermediari. 
Come vedete anche il mio ragionamento fila, esattamente come quello che proverebbe l’esistenza di snuff movie
Quello che mi premeva era tuttavia mostrare come complicando i termini in gioco si possa giungere a conclusioni opposte, ma con particolari in comune. La plausibilità della mia ipotesi è purtroppo provata da tutti gli episodi di violenza e uccisioni in Messico e in tutte le altre parti del mondo. Il dibattito sugli snuff movie mi è servito, ancora una volta, per mostrare come il principio di realtà serva proprio per mostrare cose che erano sotto gli occhi di tutti e che certe dicerie e certe leggende nascano soltanto per nascondere fatti forse ancora più gravi e per questo difficili da accettare. Mettiamo il nostro cervello a disposizione di noi stessi e dell’umanità.

[Aggiornamento del 30 maggio 2012. La notizia è stata riportata da “La Stampa” e si deve ammettere che non ci sono parole per descrivere quello che si legge. Nonostante le conclusioni di questo articolo siano per me ancora valide è evidente che la realtà ha superato la fantasia e che se è lecito parlarne (e forse non lo è) farlo è doveroso per provare a capire cosa succede nella mente di certi esseri umani. Gli snuff movie esistono e purtroppo le vittime designate sono dei bambini. Qualcuno gira questi filmati, li smercia e li vende, non solo nella crudeltà più totale verso delle vittime di abusi indescrivibili, ma anche nella consapevolezza che c’è qualcuno a cui piace assistere a questo genere di spettacoli. Io spero, per il bene della specie umana, che queste persone siano malate.]

la mia immaginazione

la mia immaginazione mi precede sempre. se vado a londra, la mia mente è stata là prima di me. se vado a berlino, la mia mente ha raccolto il racconto dei miei amici. se vado in messico, la mia mente ha ascoltato le parole profumate e succose di chi sono andato a trovare. con l’immaginazione si possono fare tante cose, ma non vivere. per vivere abbiamo bisogno del nostro corpo. e fino alla fine lottiamo per muoverci, per smuoverci, per accennare con il più lieve dei nostri movimenti che l’immobilità non fa parte di noi, non ci sono segreti dietro la catalessi, non c’è mistero dietro ad un risveglio rimandato per tanto tempo. qualcuno di noi vorrebbe aspettare, ne sono sicuro. anch’io aspetterei. ma fino a quando? e per fare cosa, se il mio corpo è ormai impossibile da muovere? se la mia immaginazione soffrirebbe per ogni immagine che non può trasformarsi in realtà?
la morte non è crudele, il mondo non è crudele. il nostro manicheismo lo è. la nostra mancanza di volontà lo è ancora di più. la nostra sensazione di toccare il nulla, lo è.
la mia immaginazione mi dice di non dormire. c’è troppe cose da fare e da dire, da vedere e da toccare, da bere e da sentire, da leggere, da camminare e da sentire di nuovo.
sono nato senza spine. morirò senza spine. se qualcuno me ne metterà una in corpo lo chiedo a tutti e a nessuno: staccatemi da quella spina.