Un problema tutto italiano

carcere

Circa centomila italiani sono a spasso invece di essere in galera o ai domiciliari (si fa per dire).
La questione è naturalmente discussa poco e sempre in tono minore perché di questi  centomila (circa) italiani, la maggior parte è costituita da colletti bianchi e da portatori di interessi. A rendere più perniciosa la situazione sono i piccoli delinquenti, i picchiatori occasionali e i ladri della domenica.
C’è da sapere che oggi in Italia, se si viene condannati per un reato che preveda una pena inferiore ai quattro (4) anni, praticamente si viene assolti, il che è una contraddizione in termini. Si potrebbe obiettare che una condanna ai domiciliari o ai servizi sociali sono comunque una condanna, invece io affermo che non lo è.
Tutte le persone condannate, a qualunque pena, dai trenta (30) giorni ai quattro (4) anni, a parer mio (che certamente mi intendo solo di soluzioni immaginarie) dovrebbero scontare la loro pena in carcere, e non per giustizialismo o vendetta (pensate un po’ cosa va ad immaginare la gente), ma semplicemente per tenere lontano dalle attività economiche, sociali e politiche persone riconosciute colpevoli dei reati loro ascritti.
Senza questo genere di delinquenti minori tra i piedi, il Paese potrebbe pian piano ripartire, i posti di lavoro lasciati vacanti potrebbero essere occupati da persone più oneste e capaci, il sentimento di sicurezza generale aumenterebbe perché queste persone non andrebbero in giro ad alimentare la percezione degli altri delinquenti che il crimine, anche se viene sanzionato, in realtà non toglie loro la libertà, e non indurrebbe gli altri italiani onesti a pensare che, in fondo, tanto vale delinquere.
In poche parole a causa dello 0,15% (circa) della popolazione, tutti gli altri devono subire il comportamento criminale di questa classe di individui.

Volete sapere perché? Perché le carceri italiane possono contenere al massimo 65.000 persone, ovvero meno dello 0,05% della popolazione, e invece di costruire altri luoghi deputati al soggiorno degli altri disonesti e criminali che vivono tra noi, lo Stato italiano preferisce non punirli.
Questo è il modo migliore per prendersi gioco degli onesti.

a cosa serve una sentinella

Foto dalla pagina facebook di TPO - Bologna

Foto dalla pagina facebook di TPO – Bologna

prefazione evoluzionistica

L’omosessualità è una varietà sessuale delle specie appartenenti alla classe dei mammiferi. La riproduzione sessuale permette una grande capacità di adattamento ed ha avuto una certa fortuna evolutiva, perché è al contempo stabile e varia, ovvero i figli assomigliano ai genitori, ma sono anche molto diversi perché posseggono metà del patrimonio genetico di ognuno di loro. La stabilità è necessaria per mantenere un certo tipo di sopravvivenza, la varietà è altrettanto necessaria per superare le sfide adattative dell’ambiente. L’omosessualità è una varietà sessuale necessaria alla stabilizzazione cromosomica che tende (finora) a generare metà maschi e metà femmine. Cosa succederebbe se cominciassero a nascere solo femmine o solo maschi? Una specie della classe dei mammiferi scomparirebbe in poche generazioni, dunque ha prevalso all’adattamento del nostro corredo genetico la generazione di un certo numero di individui che possano riprodursi indistintamente con entrambi i generi per evitare l’estinzione.
Paradossalmente l’omofobia ha permesso agli omosessuali di trasmettere i loro geni a molti più discendenti di quanti ne avrebbero avuti se fossero stati liberi di vivere la loro sessualità con esseri umani omosessuali, in quanto sono stati costretti dai costumi a sposare eterosessuali (e a riprodursi) per convenienza sociale.
Naturalmente credere che la discriminazione abbia contribuito ad aumentare gli omosessuali o che la totale assenza di discriminazioni prima o poi elimini l’omosessualità è un’idiozia. Sarà la natura a decidere quale varietà prevarrà o quali varietà continueranno a sopravvivere, e non sono problemi che incontreremo a breve, in quanto l’evoluzione si spiega soltanto attraverso le ere, e non si vedranno cambiamenti significativi attraverso le epoche.

L’unico consiglio che mi sento di dare agli omofobi è di guardarsi intorno e osservare ciò che loro stessi chiamano “natura”: parlando dell’ambiente al di fuori delle loro teste dovrebbero come minimo rimanere stupiti dell’enormità di specie e di varietà che la “natura” dispone, e dunque rendersi conto che, se è la salvaguardia dei giovani individui della specie Homo sapiens che hanno a cuore, allora dovrebbero rallegrarsi che un numero maggiore di coppie siano disposte e disponibili a crescere orfani (che comunque sono figli di coppie etero, e questo non lo nega nessuno), ma soprattutto che la maggior varietà ha permesso alle specie di sopravvivere e di adattarsi, e dunque l’omosessualità è in ogni caso una risorsa naturale, non una deviazione. Inoltre negare un diritto ad una varietà sessuale di aderire ed esprimere il proprio sentimento materno e familiare equivale a distruggere e annichilire un ecosistema, a estinguere una linea di sangue, a pervertire quella straordinaria strada che la natura umana ha iniziato e ha percorso fin dall’inizio della sua comparsa sulla terra e che ha meravigliosamente definito civiltà.

cosa stanno sorvegliando?

cara sentinella, se sei contro l’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale, allora (almeno) dovresti essere contro :

1) una madre single che ha perso il marito;
2) un padre single che ha perso la moglie;
3) una madre single che vive a casa della madre vedova;
4) un padre single che vive a casa del padre vedovo;

se la tua opinione è che i figli possano essere cresciuti solo da una coppia formata da un padre e da una madre e sei contrario all’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale , allora dovresti essere anche a favore di obbligare:

1) madri single a sposarsi
2) padri single a sposarsi

e nel peggiore dei casi dovresti essere a favore dell’allontamento dei figli da questo tipo di famiglie.

di contro, se sei convinto che una coppia omosessuale non abbia i requisiti naturali per crescere un bambino, allora dovresti spiegarmi in quali famiglie pensi che siano cresciute le persone omosessuali, le quali, visto che ancora non possono adottare devono essere cresciute in famiglie formate da coppie etero;

dunque la domanda che ti faccio è: se una coppia omosessuale dovesse (o potesse) influenzare la sessualità di un figlio, questo dovrebbe essere vero anche per le coppie etero, allora come è possibile che coppie etero abbiano avuto figli omosessuali?

l’unica cosa a cui servono le sentinelle è proteggere cose o persone e nessuno sta mettendo in pericolo niente, dunque le sentinelle sono inutili.

Daniza continua a sfuggire alla cattura (Homo Urso Lupus II)

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Una presunta immagine della pericolosa fuggitiva

Daniza, l’orsa pregiudicata che qualche giorno fa per difendere i suoi cuccioli aggredì un raccoglitore di funghi, continua a sfuggire alla cattura. Ancora non era stata dimenticato che quindici anni fa si presentò davanti ad una pizzeria terrorizzando i mangiatori umani che, in men che non si dica, il mondo dei sapiens è tornato a vivere nel terrore. A niente sono valsi gli sforzi delle forze dell’ordine che hanno anche disseminato i sentieri di esperti micologici e di disoccupati travestiti da cercatori di funghi nel tentativo di attirare il pericoloso membro della specie Ursus. Nonostante il braccialetto elettronico che monitora ogni sua mossa, l’orsa si muove così velocemente che nemmeno Superman riesce a individuarla, il che fa pensare a molti che l’orsa, in realtà, sia una spia Cryptoniana.
Da molte parti si ricorda che l’uccisione è prevista “solo come estrema ipotesi” qualora l’animale non si costituisca agli operatori. Qualora invece la cattura arrivi a buon fine, l’orsa sarà sottoposta a custodia cautelare e ad un corso di condizionamento grazie al quale le verrà insegnato a comportarsi umanamente.
Nel frattempo, per protestare contro il sacrosanto diritto degli Homo sapiens di discriminare impunemente le altre specie, un gruppo di cosiddetti traditori dei sapiens, meglio noti come animalisti, ha occupato la sede della Provincia Soppressa di Trento, chiedendo l’annullamento dell’ordinanza di cattura. Il portavoce universale degli Homo sapiens, Superman, ha dichiarato alla stampa che per il momento non interverrà in quanto non può discriminare tra una vita umana e l’altra. Il ministro Alfano ha invece dichiarato che tutti gli amici di Daniza che si dichiareranno apertamente contro la sua cattura (ed eventuale soppressione) sarebbero da arrestare come terroristi. Nella lotta senza quartiere tra le specie è guerra aperta tra la forza e la ragione. Staremo a vedere chi la vince.

Homo urso lupus

un'orsa dal dentista

Un’orsa durante una visita dentistica.

 

Un’orsa, madre single con due cuccioli, già nota alle forze dell’ordine, ha aggredito un cercatore di funghi. Gli ha rifilato due zampate e gli ha morso uno scarpone, riferisce la Repubblica.
In seguito a questo brutale attacco alla specie umana, la provincia di Trento ha schierato le sue forze di polizia per stanare l’animale e interrogarlo. Se l’animale farà resistenza l’orsa potrebbe anche essere abbattuta.
“Ci dispiace, ma visto che non ci sono ancora supereroi alieni con lo specifico ruolo di difensori di altre specie viventi sulla Terra, questa è l’unica condotta possibile. Il fungicida stava osservando l’orsa e i cuccioli, e non si è reso conto di essere sottovento: è una colpa questa? L’odio contro un’altra specie è perseguibile anche se l’unico reato che l’orsa abbia mai commesso è di non essere un Homo sapiens” ha dichiarato Superman alla stampa.
“Solo con interventi duri ed esemplari faremo capire che non possiamo tollerare simili atti di odio di specie. Il fungicida era solo un voyeur, non un pedofilo o un violentatore o un assassino. Il momento di dire basta è arrivato ed è già da troppo tempo che consentiamo il pascolo e la permanenza di altre specie sul suolo terrestre. Se il ringraziamento per la nostra tolleranza è questo, l’unica soluzione è quella finale” ha dichiarato Alfano.
Da questo momento è caccia aperta all’orsa mordicchiona.

(n.b.: lo scrivente Homo sapiens si dissocia dal comportamento dei membri della sua specie)

L’impiegato immaginario

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I genitori di Aurelio, il giovane disoccupato di 41 anni morto qualche settimana fa, non si danno ancora pace e vogliono raccontarci cosa è successo.
Aurelio ha perso il lavoro a trentasei anni a causa della crisi, quando la piccola azienda in cui lavorava ha chiuso improvvisamente.
“In realtà non è andata proprio così” puntualizza la madre “il proprietario si è suicidato dopo aver scoperto che il socio andava a letto con la moglie e che aveva preso mazzette da una famosa catena di alberghi per taroccare gli appalti e fargli ottenere forniture a prezzi vantaggiosi da altre società.”
La madre di Aurelio riferisce questo fatto con gravità, ma non si coglie la rabbia che ci si aspetterebbe da una vicenda del genere. Le domando se è stata avviata un’inchiesta, se quest’uomo, parte in causa del dramma di Aurelio, sia stato sottoposto a giudizio.
“Purtroppo no” risponde il padre “in Italia la corruzione tra privati non è reato, non è reato nemmeno compromettere la propria azienda e non lo è nemmeno l’auto-riciclaggio di denaro proveniente da atti illeciti. Quell’uomo è scappato all’estero e si gode i proventi della vendita della sua azienda.”
È meglio riportare l’attenzione sul dramma di Aurelio, per il quale sono venuto apposta per incontrare i suoi coraggiosi genitori. La sua storia è straziante quanto reale.
“Si stava per sposare, aveva dei soldi da parte, ma Equitalia bussò alla sua porta a poche settimane dal licenziamento” dice la madre con voce rotta da un pianto che tuttavia non inizia.
“Per pochi anni Aurelio aveva fatto l’assicuratore freelance a partita IVA. Per qualche ragione risultava che non l’avesse chiusa e quindi gli venne notificata una cartella di circa venticinquemila euro per gli anni dal 2000 al 2008, anni in cui aveva invece lavorato con un contratto a tempo indeterminato con la Sanitarix. Mise un avvocato, ma com’è come non è, non ci fu verso di venire a capo della cosa. Un finanziere interpellato come consulente gli disse che ormai era meglio pagare, perché tutto quel lavoro si doveva giustificare con un introito e che non si poteva far fare brutta figura alle amministrazioni…”
Aurelio cosa fece a quel punto?
“I soldi voleva usarli per il suo progetto d’amore, ma capì che era impossibile uscire da quella situazione: pagò.”
Dopo aver perso il lavoro Aurelio si ritrova senza prospettive e senza soldi all’inizio della peggiore crisi economica che il mondo e l’Italia abbiano mai conosciuto.

A questo punto cosa accadde?
“La fidanzata lo lasciò” racconta la madre accarezzando la foto del figlio che i genitori tengono incorniciata nel salotto.
“Era troppo orgoglioso per insistere o fare o dire qualcosa di cui si sarebbe potuto vergognare o pentire in seguito. Ci disse che lei aveva scelto così e che lui doveva rispettare quella scelta. Secondo me aveva già smesso di lottare da tempo” ci dice il padre prendendo la cornice e rimettendola nel suo posto d’onore. Questo dignitoso genitore si alza e ci dà le spalle. Immaginiamo che alcune lacrime stiano solcando il suo viso, in questo momento, ma ci sono ancora cinque anni di drammi e sofferenze da raccontare.
A questo punto, infatti, Aurelio è un uomo totalmente libero, forse solo, forse povero, certamente disoccupato, ma in fondo è come se la vita gli avesse riservato una seconda chance. Cosa fece?
“A malincuore si mise a studiare per partecipare a concorsi pubblici” ci dice il padre chinando la testa, sconsolato.
Sappiamo quale può essere l’esito di questa scelta sciagurata.

“Non sembrava che per entrare nell’amministrazione pubblica, ovvero in un ambito dove si va a servire e onorare la società civile, ci si dovesse dimenticare di essere delle persone, e nemmeno sembrava incredibile che non cercassero persone intelligenti e preparate che per di più avessero lavorato molti anni nel settore privato. All’età di Aurelio, con una laurea invece del diploma, senza esperienze pregresse nel pubblico e senza una certificazione delle sue competenze informatiche e linguistiche, che erano comunque ottime, i suoi punti, a parità dei risultati dei test, erano sempre i più bassi. I concorsi pubblici, scoprimmo a malincuore, erano ormai orchestrati apposta per alcuni che non possono non vincerli e se sono trasparenti vince invece solo chi mette correttamente tutte le crocette: ma sanno fare altro?” si domanda il cuore della mamma di Aurelio in uno scatto di orgoglio materno.
Questo ragazzo non ammanicato dopo tre anni di concorsi falliti, lavoretti qua e là in una crisi economica che continua a mietere posti di lavoro, riceve un’altra notizia che mina una situazione che definire precaria è dire poco.
Può dirci cosa è successo?
“Certo” dice il padre di Aurelio prendendo da un cassetto delle carte.
“Aurelio andò all’INPS per vedere se era possibile avere un sussidio o qualcosa del genere, qualsiasi cosa – anche se secondo me ormai si recava negli uffici pubblici solo per osservare fannulloni o ignoranti che li affollavano, quasi per consolarsi di non essere mai stato preso perché era di un’intelligenza superiore – tuttavia risultò qualcosa che ancora oggi grida vendetta al cielo. Di tutti gli anni di lavoro che risultavano a lui – un giorno avrebbe voluto riscattare anche il servizio militare e gli anni di università – non risultava versato alcuni contributo previdenziale. Il suo commercialista non fu reperibile, era anche un nostro lontano cugino, ma ci dissero che era scappato col malloppo già nel 2008, proprio l’anno in cui aveva chiuso la Sanitarix. Eppure nessuno gli aveva mai comunicato nulla. Essere disoccupato pensando di avere quindici anni di contributi non è la stessa cosa che sapere che a trentanove anni è come se non avesse lavorato un solo giorno della sua vita…” ci dice il padre riponendo quei teneri fogli taglienti dai marchi azzurri tanto cari ai nostri pensionati.
“A quel punto” ci precede la madre “si chiuse in casa fino a quel fatidico giorno di primavera dell’anno scorso”
Prima di quel giorno non uscì più di casa?
“Praticamente. Se ne stava tutto il giorno davanti alla televisione a prendere a male parole questo e quello oppure a giocare al computer o sui social network o peggio…”
Cioè?
“Guardava porno” dice la madre senza vergognarsi “era molto solo poverino, così solo. Ogni tanto passava a trovarlo un amico, ma erano o fidanzati o occupati o tutti e due le cose e Aurelio non sopportava più la loro presenza, li sentiva lontani, incapaci di comprendere la sua situazione”
Arrivò così la primavera.
“Esatto. Speravo che il nuovo governo avrebbe portato un po’ di serenità, almeno un po’ di speranza se non poteva portare subito un po’ di lavoro o di giustizia sociale. Una mattina di metà aprile, era una bella giornata di sole tiepido, Aurelio si alzò molto presto. Ormai era suo solito non farlo mai prima di mezzogiorno. Invece quel giorno maledetto si alzò, si preparò, si fece la barba dopo più di tre anni che aveva portato una peluria indefinita, e verso le otto e mezza ci disse, dopo aver preso il caffè, che andava al lavoro. Io e mia moglie siamo rimasti basiti, lo abbiamo inseguito, ma era già uscito. Ci siamo guardati, mia moglie doveva scappare al lavoro, le mancavano pochi mesi alla pensione, e quindi sono rimasto da solo a pensare”
Non le sembrava possibile che avesse trovato lavoro?
“Mi era sembrato davvero strano. Intanto non ci aveva detto che avesse ripreso a cercarlo e in più avevo letto sul giornale che il governo aveva varato un decreto per le agevolazioni alle aziende che avessero assunto apprendisti, cioè persone fino a ventinove anni: mio figlio ne aveva già quaranta! Era davvero strano…” dice il padre, ripensando a quei giorni convulsi. Ha la faccia di chi si domanda come sia possibile che un motore appena revisionato possa fermarsi all’improvviso.
Quando avete saputo la verità?
“Ero appena andata in pensione e decisi di farmi una passeggiata alla Villa Comunale. Mio figlio sembrava felice in quei giorni, non ci aveva spiegato nulla di questo ≪lavoro≫, e noi ci eravamo fidati, avevamo creduto che le cose fossero tornate alla normalità”
E invece?
“E invece trovai mio figlio ad uno dei tavoli della Villa dove di solito si gioca a tressette e, non oso dirlo…”
Signora, si faccia coraggio.
“Certo, mi scusi. Mio figlio era seduto ad uno dei tavoli e giocava a fare l’impiegato”
Vuole spiegarci meglio?
“Era vestito di tutto punto e si era portato dietro materiale di cancelleria, faldoni di documenti, il suo computer portatile, persino una stampante sfasciata e un vecchio telefono. Teneva tutto davanti a sé, faceva finta di rispondere al telefono, prendeva appuntamenti, smaltiva pratiche e riempiva memorandum. Faceva anche finta di avere persone alle proprie dipendenze, insomma, giocava a fare il capo di un ufficio immaginario”
Lei a quel punto cosa decise di fare?
“Tornai a casa e dissi tutto a mio marito” dice la signora. I genitori di Aurelio si guardano e si prendono le mani. Questa storia non è ancora finita, ma sono già dignitosi nel loro dolore inesprimibile.
“Cercammo di comportarci normalmente per un po’ e allertammo i Servizi Sociali che tramite il responsabile ci disse che fino a quando gli garantivamo vitto e alloggio e non era un pericolo per sé o per gli altri, non potevano fare nulla. A quel punto, abbandonati dalle istituzioni cercammo di instaurare un dialogo costruttivo col nostro ragazzo, ma lui, per esempio, rifiutò di andare dallo psicologo spiegandoci che in ufficio nessuno lo trattava male, anzi che il suo superiore era molto felice per lui e i suoi dipendenti lo rispettavano”
E oltre a questo pensaste che non si sarebbe potuto fare altro?
“Non c’era nient’altro da fare. Alla fine di luglio smise di andare al ≪lavoro≫ e tornò lo sfaticato di prima. Nonostante la disoccupazione ci sembrò di tornare a respirare ma, la madre si interrompe, fu solo una tregua”
Perché, cosa era accaduto?
“Niente di particolare: era andato in ferie. Dal primo settembre tornò nel suo ≪ufficio≫ e fino al giorno della tragedia non mancò mai un solo giorno, tranne naturalmente le vacanze di Natale che passò a casa, come tutti i lavoratori”
Ma voi potevate immaginare, c’erano stati dei segnali di quello che sarebbe accaduto?
“Era ormai nell’aria che una soluzione finale alla crisi bisognava trovarla e prima che tutto andasse a rotoli e che molti altri come mio figlio, si riducessero fino a quel punto”
Cosa accadde?
“Il governo finalmente varò il Decreto Lavoro e a mio figlio venne immediatamente assegnato un esecutore”
Fu un lavoro veloce?
“Sì, non ringrazieremo mai abbastanza il Governo per questo. Per chi come nostro figlio risultava senza esperienza e senza speranza era prevista un’anestesia totale prima della soppressione. Ci è stato tolto un peso dal cuore, davvero, Aurelio ha smesso di soffrire, anche se il dolore per la perdita di un figlio è indescrivibile”
Vediamo che i genitori di Aurelio stanno per commuoversi, o quasi. Ci congediamo chiedendo loro se vogliano ricordare un’ultima cosa sulla drammatica storia di loro figlio.
“Ha avuto un funerale bellissimo, tutto pagato dal governo, fiori compresi. Nessun disoccupato avrà mai una fine così bella”

Noi ringraziamo i coniugi per aver condiviso con noi il loro dolore e auguriamo a tutti buon lavoro.

L’autista

Non conosco nemmeno uno stronzo.
È una cosa strana lo so. Il mondo è pieno di stronzi e anche a me, come sicuramente a voi, è capitato di incontrarne qualcuno, ma per fortuna non li frequento.
Avevo preso l’autobus per una di quelle che io chiamo corse di alleggerimento. Non avevo la macchina (e non ce l’ho tuttora, per questo non posso rispondere a molti annunci di lavoro e quando mi avevano chiamato per lavorare all’aeroporto mi hanno scaricato quando hanno saputo che non avevo la macchina) ed ero nervoso. I poveri come me, non potendo sfogarsi al volante salgono sul primo autobus e si fanno guidare dal destino o, come in questo caso, da uno stronzo.
Io non ce l’ho con la categoria degli autisti, sia chiaro. Odiare una categoria solo per il lavoro che fa sarebbe stupido; ancora più stupido è credere che non ci siano persone, in una determinata categoria, che sappiano quanto le persone le odino e che non cerchino perciò di cambiare le cose comportandosi meglio, rispettando le regole e pretendendo dai colleghi altrettanto ecc. ecc., e non sto parlando della sola categoria degli autisti. Il discorso è davvero generale e vale per gli idraulici, per i meccanici, per i finanzieri, per gli avvocati, per i politici. Forse per i politici no.
Fatto sta che la mia corsa di alleggerimento imbeccò in un’autista stronzo che è un po’ come essere giù di morale e chiamare la persona più lamentosa del mondo per farsi tirare su, e poi finisci sotto un treno e ti domandi se non sia un po’ anche colpa tua. Ma come per i genitori, l’autista non te lo scegli e a me toccò costui.
Aveva gli auricolari su e già al capolinea parlava di affari con un accento molto stretto e a voce piuttosto alta.
Ora io lo so perché nessuna azienda vuole assumere un laureato per un lavoro che potrebbe fare anche un semplice diplomato (o perché bandiscono concorsi pubblici in cui la tua laurea non vale quasi niente): i laureati sono odiosi e se uno si ritrova nella categoria degli odiosi è difficile che non venga odiato, vi pare? Io per primo mi riconosco in questa categoria perché ho questo atteggiamento di superiorità nei confronti di chi non è laureato, perché mi considero capace di un’ampiezza di vedute che tende a risolvere i problemi, a considerare il modo migliore di fare una cosa ecc. ecc. tutte quelle cose odiose che quando ve le dicono cominciate subito ad odiare chi ve le sta dicendo. Ecco. Caratteristica degli odiosi è di trovare spesso e volentieri gli altri odiosi. E infatti trovai l’autista del 14C subito odioso per due motivi: 1) parlare a voce così alta in stretta cadenza regionale mi fa pensare che studiare è stato inutile, che tutto quello che ho imparato su me stesso e sugli altri e sul mondo non mi permetterà comunque di superare il concorso per autista di autobus e che costui in persona, come rappresentante dell’azienda di trasporti sia un tipico esempio di revanscismo regionalista che non può fare nulla per la causa dell’integrazione dei nuovi italiani, anzi la ritarderà proprio perché è anche, metaforicamente, la nostra guida; 2) in quanto autista è responsabile per le nostre vite, ma anche parte integrante del servizio pubblico, e trovavo che fosse una forma estrema di mancanza di rispetto, in quel momento, parlare al telefono di rivendita di pezzi di ricambio per auto, investimenti in una catena di negozi nello stesso ramo e anche in quello delle auto usate, perché, dal mio punto di vista odioso, anche se non riesco a condannare l’iniziativa privata e l’interessamento di questa persona per il miglioramento della propria condizione economica e/o lavorativa, mi dava proprio l’idea di un dipendente pubblico a cui non fregava proprio un cazzo del lavoro che stava facendo, ma che anzi lo stava svolgendo come ripiego temporaneo e durante l’orario di lavoro si stava facendo, letteralmente, gli affari propri.
Il che mi portava a due amare conclusioni: a) in Italia per lavorare nel settore pubblico devi disprezzarlo, conditio sine qua non per superare il concorso (una forma psicologica di serendipità, probabilmente); b) la condotta di un dipendente pubblico, qualsiasi essa sia, non influisce sul rapporto di lavoro, ergo nella PA è pieno di gente che se ne frega o è almeno quello che arrivano tutti a pensare a discapito dei dipendenti virtuosi, che evidentemente ci sono, ma nessuno riesce mai a vedere.
Dal momento che avevo capito che l’Universo mi stava per dire qualcosa non potevo più allontanarmi, ma tendere l’orecchio e ascoltare cosa aveva da dirmi, anche se con quella corsa avrei voluto solo rilassarmi un po’ come quando ci si prende un bagno profumato, e non ero in vena di insegnamenti zen, ma tant’è.
Alla prima fermata una coppia assortita si affacciò all’ingresso anteriore per cercare informazioni dall’autista. L’uomo era vestito con un completo grigio impeccabile, camicia bianca e cravatta rosa. La donna era abbigliata con un vestito tradizionale a fiori, la testa era coperta con un velo lilla e aveva delle babbucce di seta ai piedi. Avranno avuto entrambi sui cinquant’anni e oltre ad essere dignitosi nell’essere un po’ spaesati, avevano quella generale aria di serenità delle popolazioni del sud est asiatico che me li faceva sempre vedere come imperturbabili e tendenti ad una invidiabile felicità terrena in qualsiasi avversità. Toc toc. Chi è? Uragano. Prego, si accomodi…
Tra tutte le parole che l’uomo mi parve di pronunciare dopo che l’autista domandò una piccola pausa al suo interlocutore al telefono, credo di aver capito “stadio” e “barca”. Trovandoci al Pilastro quell’autobus li avrebbe portati eventualmente sia allo stadio che al quartiere Barca, ma l’autista – particolare molto diffuso nella categoria – non conosceva né in particolare le zone che la linea che stava guidando attraversava, né tantomeno il nome di alcuna fermata della stessa, e tanto bastava per definirlo uno stronzo, oltreché incompetente, secondo me. Il signore ben vestito insisteva. Era l’ora del tè in Inghilterra o era passata da poco e mi immaginavo che la coppia dovesse andare a cena da qualche parte o a un ricevimento, o comunque a trovare qualcuno che rispettassero molto. L’uomo cercava di esprimersi al meglio, ma non conosceva perfettamente l’italiano e smozzicava molte parole. L’autista, che l’italiano non lo conosceva meglio, cercava di tirarla corta, sia perché non poteva stare fermo con l’autobus per troppo tempo, sia perché aveva degli importantissimi affari al telefono, ma anche perché stavano violando la regola d’oro degli autobus: non si parla al conducente. Sono d’accordo che se vuoi utilizzare un mezzo pubblico dovresti sapere meglio dove vuoi andare, ma la maleducazione è giustificata, se mai lo sia, solo da inescusabile malafede e mai e poi mai dall’incompetenza dell’autista. Fatto sta che l’uomo pronunciò le parole “centro” e “commerciale” in rapida successione e una luce brillò in fondo al tunnel dell’impazienza dell’autista.
“Ho capito. Salite” disse lo stronzo tutt’a un tratto gentile. L’uomo aiutò la moglie a salire il gradino tenendole affettuosamente il gomito e le porte si chiusero. Poi si avvicinò al gabbiotto per chiedere all’autista quando sarebbero dovuti scendere.
“Non vi preoccupate, ve lo dico io” disse guardando davanti a sé come doveva essere, ma ciò che in realtà vedeva era solo il suo roseo destino imprenditoriale e riprese la conversazione telefonica lì dove l’aveva lasciata.
“Come ti dicevo la percentuale di ricavo su ogni singolo pezzo per quel determinato comparto merceologico non supera le spese di stoccaggio dei colli se si utilizza un magazzino di deposito…”
Non successe nulla fino a via Massarenti. La coppia si era guardata intorno fiduciosa e speranzosa. La moglie si era seduta e non aveva mosso un dito. Dignitosa si era affidata completamente alle cure del marito e questi aveva creduto che l’autista avrebbe fatto quello che aveva promesso. Quando passò il Centro Commerciale di via Larga l’uomo ben vestito si era preoccupato, ma soltanto per un momento. L’autista non gli aveva detto nulla, ergo non era il loro “centro” e “commerciale” e aveva unito questa deduzione all’informazione che qualcun altro gli aveva dato: il centro commerciale di cui gli avevano detto non poteva essere così vicino, e probabilmente si trattava della Coop zona Stadio. Quando però arrivammo all’Ospedale S. Orsola, l’uomo vide la Coop San Vitale e pensò che aveva aspettato troppo e che l’autista sembrava troppo indifferente.
“Vedi, ti stai sbagliando un’altra volta. I pezzi di ricambio vanno alla grande durante le feste, soprattutto d’estate. La gente va fuori di testa durante le vacanze e consuma tutto: gomme, pastiglie, lampade, fanali…” stava dicendo l’autista al suo misterioso interlocutore. L’uomo ben vestito osò disturbarlo.
“Scusi, ma quando dobbiamo scendere?”
“Come? Ah già” disse l’autista “senti, aspetta un po’” disse al telefono e accostò all’ultima fermata di via Massarenti consapevole che di quella coppia si era completamente dimenticato.
“Ma voi dove dovevate andare?” domandò come il colpevole che cerca di nascondere la sua colpa.
“Noi detto: centro commerciale. Tu ci avvisavi” disse l’uomo con la voce incrinata.
“Eh lo so, ma ci siamo sbagliati entrambi. L’abbiamo già passato il centro commerciale, capito?” disse l’autista col tono di superiorità dell’autoctono che non sa come fare con questi stranieri che non sanno la lingua e pretendono pure.
“Tu detto che ci avvisavi” disse l’uomo ben vestito aumentando ancor di più l’equivoco. Voleva almeno una spiegazione, solo questo. L’autista gli aveva dato la sua parola.
“Senti, se tu non sai dove devi andare, come faccio a saperlo io?” gli domandò con tono leggermente irritato, ma con lo sguardo talmente menefreghista piuttosto che sereno che l’uomo deve aver pensato alla peggior gentaglia che aveva conosciuto nel suo paese e che credeva di aver finalmente abbandonato laggiù insieme alla povertà diffusa e ai rovesci degli elementi. Invece se li ritrovava anche qui. Perse la generale serenità della sua stirpe e andò a recuperare la moglie. Mentre scendevano disse: “Io non so come tu possa fare questo lavoro. Tu manchi di gentilezza e professionalità. Tu incompetente e sfiducioso…” e le porte si richiusero.
“Ma tu guarda che gente mi deve capitare che non sa nemmeno dove cazzo deve andare e pretende pure che lo sappia io. Ma che cazzo volete da me? Dico bene Giusè? Ma che volete? Tornatevene nel vostro paese, pezzi di merda!” disse l’autista quasi perdendo il controllo e mettendo un’energia eccessiva nell’acceleratore.
“Scusa come? Non sei Giuseppe?” sentii che diceva l’autista “Come cazzo è possibile? Ti chiami Mario? Ma come è successo? Allora ho sbagliato numero, se ti chiami Mario…” e chiuse la chiamata e si tolse l’auricolare schiaffeggiando il volante e saltando sulla sedia.
Ecco, aveva parlato per mezz’ora con qualcuno che credeva qualcun altro. Ecco chi ci guida. Lo so, sono odioso, ma non mi dite che questo autista non era uno stronzo.

Il tetto del convento

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Quando ero piccolo mio padre mi raccontava una storia:

Un muratore un giorno portò il figlio con sé a lavorare. Gli aveva fatto dei discorsi prima di arrivare al convento, e pensava di essersi spiegato bene. Il tetto del convento era vecchio, le tegole erano rovinate e il controsoffitto quasi del tutto marcio. L’umidità aveva invaso molte delle celle occupate dalle suore e il muratore aveva molto lavoro.
“Le suore hanno pochi soldi e non possono risistemare tutto, ma per fortuna che ci sono loro, altrimenti noi non mangeremmo” aveva detto il muratore al figlio una volta arrivati. Il muratore si era preso l’incarico di rifare l’intonaco e di ritinteggiare le pareti e aveva lasciato il tetto al giovane figlio, per via di una sua intelligenza ingegneristica, un’intuitività geometrica che aveva dimostrato fin da piccolo.
Quando il muratore aveva finito salì sul tetto attraverso l’abbaino e vide il figlio tutto tronfio del lavoro completato. Il muratore si avvicinò e gli disse che aveva fatto un ottimo lavoro, ma che non aveva capito un cazzo.
“Se non lasci un buco per farci piovere dentro le suore non ci chiamano più, e il mese prossimo come mangiamo?” gli domandò il muratore con quel tono di scherno che si usa per i bambini che in fondo non possono ancora sapere tutto delle vita. Prima di scendere il muratore tolse alcune tegole e le mise da parte, tanto le suore lassù non ci sarebbero mai salite…

Sempre mi era sembrata una storia arguta sull’intelligenza contadina e sulla stupidità del clero, sull’avarizia e sulla mancanza di lungimiranza, di programmazione e di energia intellettuale. Adesso che sono grande e che la mia intelligenza è ben formata dall’esperienza non posso che leggere questa storia come un apologo. Il muratore sono i politici (e non c’è nessuna allusione alla massoneria, la storia era così, e così l’ho lasciata); le suore sono i ricchi; e il figlio sono i giovani e le persone oneste.
Poi ci si domanda perché si abbandonano le famiglie e si incendiano le strade…