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Il gambetto di Renzi

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Renzi è riuscito nell’intento di spostare la discussione sul lavoro dagli stipendi ai diritti. I sindacati negli ultimi vent’anni hanno cristallizzato le loro polemiche (e il loro contributo al dibattito pubblico) sul diritto a lavorare piuttosto che sul diritto a veder riconosciuto il giusto compenso al lavoro. Il risultato è sotto l’occhio di tutti. Lavoratori sottopagati senza tutele e lavoratori talmente tutelati che nemmeno se riconosciuti lavativi e incompetenti vengono licenziati.
La forza del governo Renzi è tutta qua: ha colpito il lavoro proprio dove i sindacati battono da sempre sapendo che il vero nodo non è sui diritti, ma sugli stipendi, cioè uno dei luoghi da cui gli imprenditori possono guadagnare di più.
Il picco di strategia mediatica è stato raggiunto con l’invito agli imprenditori a tornare in Italia.
Ripercorriamo le tappe di questo fantomatico ritorno: 1) gli imprenditori italiani licenziano migliaia e migliaia di dipendenti in Italia; 2) delocalizzano le loro imprese dove gli stipendi sono più bassi (e dove ci sono meno diritti, dirà qualcuno, ma le questioni possono essere unite, non solo distinte); 3) le imprese che hanno delocalizzato fatturano in stati con tassazioni agevolate e non subiscono nessun tipo di sanzione in Italia (ma continuano a fregiarsi del “Made in Italy”); 4) ora che i sindacati hanno perso la battaglia sui diritti decidono che è ora di tornare.
Perché dovrebbero farlo? “Perché Renzi ha eliminato gli ultimi diritti dei lavoratori italiani” risponderà qualcuno. No, perché gli italiani hanno dimostrato al mondo intero, col beneplacito dei sindacati, che possono essere pagati una miseria e lavorano lo stesso, che votano un partito che al governo ha messo uno che ha eliminato fino all’ultima tutela e tutti, ma proprio tutti, invece di guardare cosa entra ed esce dalle tasche, come fanno in tutto il mondo, si riducono (purtroppo) a discutere dei massimi sistemi.
I diritti, come ogni imprenscindibile conquista della modernità, sono sacrosanti fino a quando non se ne abusa. In Italia se ne è abusato e i sindacati, che potevano usarli come merce di scambio per avere stipendi più alti e meritocrazia concreta e immediatamente fattibile, per esempio nella P.A., in nome di principi e privilegi si è trincerata dietro aut aut antistorici che a tutt’oggi danneggiano e hanno danneggiato i cittadini onesti e gli onesti lavoratori.
Allo stesso prezzo Renzi ha eliminato i diritti e mantenuto gli stipendi sotto la soglia minima sancita dalla Costituzione. Il gambetto è quella mossa negli scacchi in cui un giocatore cede un pedone per guadagnare un vantaggio tattico. Renzi non solo si è avvantaggiato tatticamente, ma non ha nemmeno sacrificato un pedone.
Complimenti a tutti, belli e brutti, a chi per miopia o per lungimiranza, ha contribuito a tenere questo paese, per usi e costumi, questi sì ottocenteschi, sotto il livello minimo di civiltà.

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Un problema tutto italiano

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Circa centomila italiani sono a spasso invece di essere in galera o ai domiciliari (si fa per dire).
La questione è naturalmente discussa poco e sempre in tono minore perché di questi  centomila (circa) italiani, la maggior parte è costituita da colletti bianchi e da portatori di interessi. A rendere più perniciosa la situazione sono i piccoli delinquenti, i picchiatori occasionali e i ladri della domenica.
C’è da sapere che oggi in Italia, se si viene condannati per un reato che preveda una pena inferiore ai quattro (4) anni, praticamente si viene assolti, il che è una contraddizione in termini. Si potrebbe obiettare che una condanna ai domiciliari o ai servizi sociali sono comunque una condanna, invece io affermo che non lo è.
Tutte le persone condannate, a qualunque pena, dai trenta (30) giorni ai quattro (4) anni, a parer mio (che certamente mi intendo solo di soluzioni immaginarie) dovrebbero scontare la loro pena in carcere, e non per giustizialismo o vendetta (pensate un po’ cosa va ad immaginare la gente), ma semplicemente per tenere lontano dalle attività economiche, sociali e politiche persone riconosciute colpevoli dei reati loro ascritti.
Senza questo genere di delinquenti minori tra i piedi, il Paese potrebbe pian piano ripartire, i posti di lavoro lasciati vacanti potrebbero essere occupati da persone più oneste e capaci, il sentimento di sicurezza generale aumenterebbe perché queste persone non andrebbero in giro ad alimentare la percezione degli altri delinquenti che il crimine, anche se viene sanzionato, in realtà non toglie loro la libertà, e non indurrebbe gli altri italiani onesti a pensare che, in fondo, tanto vale delinquere.
In poche parole a causa dello 0,15% (circa) della popolazione, tutti gli altri devono subire il comportamento criminale di questa classe di individui.

Volete sapere perché? Perché le carceri italiane possono contenere al massimo 65.000 persone, ovvero meno dello 0,05% della popolazione, e invece di costruire altri luoghi deputati al soggiorno degli altri disonesti e criminali che vivono tra noi, lo Stato italiano preferisce non punirli.
Questo è il modo migliore per prendersi gioco degli onesti.

L’impiegato immaginario

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I genitori di Aurelio, il giovane disoccupato di 41 anni morto qualche settimana fa, non si danno ancora pace e vogliono raccontarci cosa è successo.
Aurelio ha perso il lavoro a trentasei anni a causa della crisi, quando la piccola azienda in cui lavorava ha chiuso improvvisamente.
“In realtà non è andata proprio così” puntualizza la madre “il proprietario si è suicidato dopo aver scoperto che il socio andava a letto con la moglie e che aveva preso mazzette da una famosa catena di alberghi per taroccare gli appalti e fargli ottenere forniture a prezzi vantaggiosi da altre società.”
La madre di Aurelio riferisce questo fatto con gravità, ma non si coglie la rabbia che ci si aspetterebbe da una vicenda del genere. Le domando se è stata avviata un’inchiesta, se quest’uomo, parte in causa del dramma di Aurelio, sia stato sottoposto a giudizio.
“Purtroppo no” risponde il padre “in Italia la corruzione tra privati non è reato, non è reato nemmeno compromettere la propria azienda e non lo è nemmeno l’auto-riciclaggio di denaro proveniente da atti illeciti. Quell’uomo è scappato all’estero e si gode i proventi della vendita della sua azienda.”
È meglio riportare l’attenzione sul dramma di Aurelio, per il quale sono venuto apposta per incontrare i suoi coraggiosi genitori. La sua storia è straziante quanto reale.
“Si stava per sposare, aveva dei soldi da parte, ma Equitalia bussò alla sua porta a poche settimane dal licenziamento” dice la madre con voce rotta da un pianto che tuttavia non inizia.
“Per pochi anni Aurelio aveva fatto l’assicuratore freelance a partita IVA. Per qualche ragione risultava che non l’avesse chiusa e quindi gli venne notificata una cartella di circa venticinquemila euro per gli anni dal 2000 al 2008, anni in cui aveva invece lavorato con un contratto a tempo indeterminato con la Sanitarix. Mise un avvocato, ma com’è come non è, non ci fu verso di venire a capo della cosa. Un finanziere interpellato come consulente gli disse che ormai era meglio pagare, perché tutto quel lavoro si doveva giustificare con un introito e che non si poteva far fare brutta figura alle amministrazioni…”
Aurelio cosa fece a quel punto?
“I soldi voleva usarli per il suo progetto d’amore, ma capì che era impossibile uscire da quella situazione: pagò.”
Dopo aver perso il lavoro Aurelio si ritrova senza prospettive e senza soldi all’inizio della peggiore crisi economica che il mondo e l’Italia abbiano mai conosciuto.

A questo punto cosa accadde?
“La fidanzata lo lasciò” racconta la madre accarezzando la foto del figlio che i genitori tengono incorniciata nel salotto.
“Era troppo orgoglioso per insistere o fare o dire qualcosa di cui si sarebbe potuto vergognare o pentire in seguito. Ci disse che lei aveva scelto così e che lui doveva rispettare quella scelta. Secondo me aveva già smesso di lottare da tempo” ci dice il padre prendendo la cornice e rimettendola nel suo posto d’onore. Questo dignitoso genitore si alza e ci dà le spalle. Immaginiamo che alcune lacrime stiano solcando il suo viso, in questo momento, ma ci sono ancora cinque anni di drammi e sofferenze da raccontare.
A questo punto, infatti, Aurelio è un uomo totalmente libero, forse solo, forse povero, certamente disoccupato, ma in fondo è come se la vita gli avesse riservato una seconda chance. Cosa fece?
“A malincuore si mise a studiare per partecipare a concorsi pubblici” ci dice il padre chinando la testa, sconsolato.
Sappiamo quale può essere l’esito di questa scelta sciagurata.

“Non sembrava che per entrare nell’amministrazione pubblica, ovvero in un ambito dove si va a servire e onorare la società civile, ci si dovesse dimenticare di essere delle persone, e nemmeno sembrava incredibile che non cercassero persone intelligenti e preparate che per di più avessero lavorato molti anni nel settore privato. All’età di Aurelio, con una laurea invece del diploma, senza esperienze pregresse nel pubblico e senza una certificazione delle sue competenze informatiche e linguistiche, che erano comunque ottime, i suoi punti, a parità dei risultati dei test, erano sempre i più bassi. I concorsi pubblici, scoprimmo a malincuore, erano ormai orchestrati apposta per alcuni che non possono non vincerli e se sono trasparenti vince invece solo chi mette correttamente tutte le crocette: ma sanno fare altro?” si domanda il cuore della mamma di Aurelio in uno scatto di orgoglio materno.
Questo ragazzo non ammanicato dopo tre anni di concorsi falliti, lavoretti qua e là in una crisi economica che continua a mietere posti di lavoro, riceve un’altra notizia che mina una situazione che definire precaria è dire poco.
Può dirci cosa è successo?
“Certo” dice il padre di Aurelio prendendo da un cassetto delle carte.
“Aurelio andò all’INPS per vedere se era possibile avere un sussidio o qualcosa del genere, qualsiasi cosa – anche se secondo me ormai si recava negli uffici pubblici solo per osservare fannulloni o ignoranti che li affollavano, quasi per consolarsi di non essere mai stato preso perché era di un’intelligenza superiore – tuttavia risultò qualcosa che ancora oggi grida vendetta al cielo. Di tutti gli anni di lavoro che risultavano a lui – un giorno avrebbe voluto riscattare anche il servizio militare e gli anni di università – non risultava versato alcuni contributo previdenziale. Il suo commercialista non fu reperibile, era anche un nostro lontano cugino, ma ci dissero che era scappato col malloppo già nel 2008, proprio l’anno in cui aveva chiuso la Sanitarix. Eppure nessuno gli aveva mai comunicato nulla. Essere disoccupato pensando di avere quindici anni di contributi non è la stessa cosa che sapere che a trentanove anni è come se non avesse lavorato un solo giorno della sua vita…” ci dice il padre riponendo quei teneri fogli taglienti dai marchi azzurri tanto cari ai nostri pensionati.
“A quel punto” ci precede la madre “si chiuse in casa fino a quel fatidico giorno di primavera dell’anno scorso”
Prima di quel giorno non uscì più di casa?
“Praticamente. Se ne stava tutto il giorno davanti alla televisione a prendere a male parole questo e quello oppure a giocare al computer o sui social network o peggio…”
Cioè?
“Guardava porno” dice la madre senza vergognarsi “era molto solo poverino, così solo. Ogni tanto passava a trovarlo un amico, ma erano o fidanzati o occupati o tutti e due le cose e Aurelio non sopportava più la loro presenza, li sentiva lontani, incapaci di comprendere la sua situazione”
Arrivò così la primavera.
“Esatto. Speravo che il nuovo governo avrebbe portato un po’ di serenità, almeno un po’ di speranza se non poteva portare subito un po’ di lavoro o di giustizia sociale. Una mattina di metà aprile, era una bella giornata di sole tiepido, Aurelio si alzò molto presto. Ormai era suo solito non farlo mai prima di mezzogiorno. Invece quel giorno maledetto si alzò, si preparò, si fece la barba dopo più di tre anni che aveva portato una peluria indefinita, e verso le otto e mezza ci disse, dopo aver preso il caffè, che andava al lavoro. Io e mia moglie siamo rimasti basiti, lo abbiamo inseguito, ma era già uscito. Ci siamo guardati, mia moglie doveva scappare al lavoro, le mancavano pochi mesi alla pensione, e quindi sono rimasto da solo a pensare”
Non le sembrava possibile che avesse trovato lavoro?
“Mi era sembrato davvero strano. Intanto non ci aveva detto che avesse ripreso a cercarlo e in più avevo letto sul giornale che il governo aveva varato un decreto per le agevolazioni alle aziende che avessero assunto apprendisti, cioè persone fino a ventinove anni: mio figlio ne aveva già quaranta! Era davvero strano…” dice il padre, ripensando a quei giorni convulsi. Ha la faccia di chi si domanda come sia possibile che un motore appena revisionato possa fermarsi all’improvviso.
Quando avete saputo la verità?
“Ero appena andata in pensione e decisi di farmi una passeggiata alla Villa Comunale. Mio figlio sembrava felice in quei giorni, non ci aveva spiegato nulla di questo ≪lavoro≫, e noi ci eravamo fidati, avevamo creduto che le cose fossero tornate alla normalità”
E invece?
“E invece trovai mio figlio ad uno dei tavoli della Villa dove di solito si gioca a tressette e, non oso dirlo…”
Signora, si faccia coraggio.
“Certo, mi scusi. Mio figlio era seduto ad uno dei tavoli e giocava a fare l’impiegato”
Vuole spiegarci meglio?
“Era vestito di tutto punto e si era portato dietro materiale di cancelleria, faldoni di documenti, il suo computer portatile, persino una stampante sfasciata e un vecchio telefono. Teneva tutto davanti a sé, faceva finta di rispondere al telefono, prendeva appuntamenti, smaltiva pratiche e riempiva memorandum. Faceva anche finta di avere persone alle proprie dipendenze, insomma, giocava a fare il capo di un ufficio immaginario”
Lei a quel punto cosa decise di fare?
“Tornai a casa e dissi tutto a mio marito” dice la signora. I genitori di Aurelio si guardano e si prendono le mani. Questa storia non è ancora finita, ma sono già dignitosi nel loro dolore inesprimibile.
“Cercammo di comportarci normalmente per un po’ e allertammo i Servizi Sociali che tramite il responsabile ci disse che fino a quando gli garantivamo vitto e alloggio e non era un pericolo per sé o per gli altri, non potevano fare nulla. A quel punto, abbandonati dalle istituzioni cercammo di instaurare un dialogo costruttivo col nostro ragazzo, ma lui, per esempio, rifiutò di andare dallo psicologo spiegandoci che in ufficio nessuno lo trattava male, anzi che il suo superiore era molto felice per lui e i suoi dipendenti lo rispettavano”
E oltre a questo pensaste che non si sarebbe potuto fare altro?
“Non c’era nient’altro da fare. Alla fine di luglio smise di andare al ≪lavoro≫ e tornò lo sfaticato di prima. Nonostante la disoccupazione ci sembrò di tornare a respirare ma, la madre si interrompe, fu solo una tregua”
Perché, cosa era accaduto?
“Niente di particolare: era andato in ferie. Dal primo settembre tornò nel suo ≪ufficio≫ e fino al giorno della tragedia non mancò mai un solo giorno, tranne naturalmente le vacanze di Natale che passò a casa, come tutti i lavoratori”
Ma voi potevate immaginare, c’erano stati dei segnali di quello che sarebbe accaduto?
“Era ormai nell’aria che una soluzione finale alla crisi bisognava trovarla e prima che tutto andasse a rotoli e che molti altri come mio figlio, si riducessero fino a quel punto”
Cosa accadde?
“Il governo finalmente varò il Decreto Lavoro e a mio figlio venne immediatamente assegnato un esecutore”
Fu un lavoro veloce?
“Sì, non ringrazieremo mai abbastanza il Governo per questo. Per chi come nostro figlio risultava senza esperienza e senza speranza era prevista un’anestesia totale prima della soppressione. Ci è stato tolto un peso dal cuore, davvero, Aurelio ha smesso di soffrire, anche se il dolore per la perdita di un figlio è indescrivibile”
Vediamo che i genitori di Aurelio stanno per commuoversi, o quasi. Ci congediamo chiedendo loro se vogliano ricordare un’ultima cosa sulla drammatica storia di loro figlio.
“Ha avuto un funerale bellissimo, tutto pagato dal governo, fiori compresi. Nessun disoccupato avrà mai una fine così bella”

Noi ringraziamo i coniugi per aver condiviso con noi il loro dolore e auguriamo a tutti buon lavoro.

Il tetto del convento

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Quando ero piccolo mio padre mi raccontava una storia:

Un muratore un giorno portò il figlio con sé a lavorare. Gli aveva fatto dei discorsi prima di arrivare al convento, e pensava di essersi spiegato bene. Il tetto del convento era vecchio, le tegole erano rovinate e il controsoffitto quasi del tutto marcio. L’umidità aveva invaso molte delle celle occupate dalle suore e il muratore aveva molto lavoro.
“Le suore hanno pochi soldi e non possono risistemare tutto, ma per fortuna che ci sono loro, altrimenti noi non mangeremmo” aveva detto il muratore al figlio una volta arrivati. Il muratore si era preso l’incarico di rifare l’intonaco e di ritinteggiare le pareti e aveva lasciato il tetto al giovane figlio, per via di una sua intelligenza ingegneristica, un’intuitività geometrica che aveva dimostrato fin da piccolo.
Quando il muratore aveva finito salì sul tetto attraverso l’abbaino e vide il figlio tutto tronfio del lavoro completato. Il muratore si avvicinò e gli disse che aveva fatto un ottimo lavoro, ma che non aveva capito un cazzo.
“Se non lasci un buco per farci piovere dentro le suore non ci chiamano più, e il mese prossimo come mangiamo?” gli domandò il muratore con quel tono di scherno che si usa per i bambini che in fondo non possono ancora sapere tutto delle vita. Prima di scendere il muratore tolse alcune tegole e le mise da parte, tanto le suore lassù non ci sarebbero mai salite…

Sempre mi era sembrata una storia arguta sull’intelligenza contadina e sulla stupidità del clero, sull’avarizia e sulla mancanza di lungimiranza, di programmazione e di energia intellettuale. Adesso che sono grande e che la mia intelligenza è ben formata dall’esperienza non posso che leggere questa storia come un apologo. Il muratore sono i politici (e non c’è nessuna allusione alla massoneria, la storia era così, e così l’ho lasciata); le suore sono i ricchi; e il figlio sono i giovani e le persone oneste.
Poi ci si domanda perché si abbandonano le famiglie e si incendiano le strade…

L’altrui mestiere

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L’Italia è un paese di santi, navigatori, poeti e qualcos’altro di un’abusata formula che ho voluto violentare apposta, perché il tema di questa soluzione immaginaria è un Paese a forma di stivale in cui ognuno fa il suo mestiere e non toglie, a causa di ciò, il lavoro agli altri.

Marco Travaglio recita nel film “Il venditore di medicine” in mostra a Roma e in prossima uscita nelle sale. Potete vederlo qui. Naturalmente è solo un cameo, non è una scena lunga e non è una parte importante, ma il punto non è questo. Posso quasi affermare senza paura di querele che Marco Travaglio per la prima volta ha toppato. Non sono un suo fan accanito e nemmeno lo seguo tanto, ma devo ammettere che per anni i suoi fondi sulla prima pagina de “Il Fatto Quotidiano” hanno allietato le mie colazioni e di questo lo ringrazio.

Affermare che la sua partecipazione a questo film abbia tolto lavoro ad un attore, o svilisca la professione giornalistica o la innalzi, o renda troppo facile la considerazione del lavoro dell’attore è altrettanto stupido del dire che tutti possono fare gli attori e quindi per lanciare il film niente di meglio di un incorruttibile giornalista nella parte di un incorruttibile medico di cui l’Italia ha evidentemente tanto bisogno. L’unico commento che mi sento di fare è breve ed è il seguente. L’Italia ha bisogno di responsabilizzare ogni ambito professionale esistente, sia nel rivedere e/o allargare i diritti, sia nel garantire alla comunità che i lavoratori disonesti finiscano in galera. Prima che si possa arrivare ad una giustizia che garantisca queste due ambiziose prospettive, ciò che noi italiani dovremmo imparare è la critica, anche sprezzante, di ogni scavalcamento dei campi professionali e soprattutto la giusta svalutazione e/o sanzione boicottatrice nei confronti di coloro che non riconoscono il merito, la professionalità e il giusto ruolo delle persone che già si occupano in quel determinato campo di quella determinata professione.

Dunque io penso che 1) Travaglio non avrebbe dovuto accettare di interpretare una parte in un film perché non è un attore; 2) non andrò a vedere il film perché il regista non avrebbe dovuto cercare un non-attore che interpreta una parte insieme ad altri attori (insomma dietro non c’è nessuna poetica pasoliniana); 3) il non-attore Travaglio che si intravede in un cameo è un’operazione squallidamente commerciale; 4) in tutto il mondo un cameo è interpretato da un attore in una piccola comparsata, il cui ruolo è marginale e non ha (quasi) niente a che vedere con il carattere del personaggio (ovverosia non c’è rispecchiamento carattere dell’attore/carattere del personaggio); 5) non riesco a credere che non si sia trovato un caratterista o un attore che potesse interpretare il ruolo; 6) lo sconfinamento dei ruoli denigra la categoria degli attori, perché si fa pensare al pubblico che non è necessario essere un attore per fare l’attore, ma basta essere già conosciuti in qualche campo; 7) non si capisce se recita o sta facendo un editoriale.

Intervista a me stesso sul fantastico mondo del lavoro

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domanda: perché non sei ancora entrato nel mondo del lavoro?
risposta: perché sono laureato.
d: in che senso?
r: nel senso che siccome nella vita voglio fare l’impiegato o il commesso la mia laurea non mi permette di accedere a queste tipologie di lavoro.
d: mi sembra tutto un po’ strano, vuoi provare a spiegarcelo?
r: molto volentieri. per fare il commesso o l’impiegato in azienda privata devi avere una certa esperienza e se quella non basta ho provato a scrivere lettere di presentazione in cui motivavo la mia scelta, parlavo della mia voglia di imparare un lavoro e di intraprendere quest’attività. non mi hanno mai risposto e alla fine qualcuno mi ha detto che era perché ho “lasciato” nel cv che sono laureato (LM in Scienze Filosofiche, n.d.a.).
d: e nel pubblico impiego?
r: ancora peggio. nell’ultimo concorso a cui ho partecipato il mio diploma di perito chimico e la mia laurea specialistica messe insieme valgono meno di un diploma a pieni voti…
d: ci puoi fare un esempio specifico così a casa capiscono di cosa stai parlando?
r: certo: se hai preso 60/60 ti danno 5 punti, tra 57 e 59 sono 3,75, tra 54 e 56 2,50, tra 51 e 53 sono appena 1,25. Per la laurea specialistica sono 3 punti, la laurea triennale 1 solo. Quindi un diplomato con 60 ha 5 punti e io (52 + LS) 4,25. Non ho nessuna speranza.
d: ci sono sempre gli esami.
r: anche quelli te li raccomando. la seconda prova è la stesura di un documento amministrativo. sfido chiunque a trovare un libro dove ti spieghino come stilare un documento amministrativo. e poi quale documento? uno a caso tra i cinquemila tipi esistenti in tutte le tipologie di amministrazioni pubbliche? Inoltre concorrono al punteggio i corsi di formazione, i corsi d’inglese e i corsi di computer. Io l’inglese l’ho studiato da solo e lo conosco benissimo, col computer non ho mai avuto problemi, l’ho imparato a usare più di quindici anni fa, penso che basti no?
d: non basta?
r: no, non basta. rifacendo i punti un diplomato con 60/60 che abbia fatto due corsi tra i predetti e che abbia avuto un contratto interinale in una pubblica amministrazione ha, a parità di punteggio dell’esame a risposta multipla e dell’esame pratico, già più punti di me. La cosa più assurda è che c’è pure l’orale per valutare la conoscenza della lingua e dei programmi informatici – testuali parole – “più diffusi”. Allora a che serve dare punteggi se hai fatto un corso?
d: sembrerebbe un controsenso, in effetti. Conclusione?
r: in questo paese se sei un giovane laureato che vuole fare un lavoro dignitoso che non ha mai fatto prima perché ha passato degli anni a studiare e magari ama il contatto con la gente, se non vuole (e non si capisce perché dovrebbe) nascondere i suoi studi, non può entrare nel mondo del lavoro. spero che per i lavori specialistici sia diverso.
d: vuoi lasciarci con una chicca intellettuale, per favore?
r: Ci mancherebbe: “Forse i suoi vizi gli si potevano perdonare, ma era anche dedito alla pratica sovversiva di pensare” dice W.S. Burroughs di Kim, il protagonista di Strade Morte. Ecco, fino a quando mi dedicherò a questa pratica sembra che non potrò lavorare.