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Zalone, Star Wars e l’arte di raccontare storie

Una storia è la nostra memoria in forma diversa, è la rappresentazione di motivazioni, archetipi e desideri che conosciamo sotto forma di bisogni, atti e realizzazioni in ogni fase della nostra vita. L’universalità delle storie e dell’arte del narrare, la trasversalità culturale degli schemi narrativi e delle funzioni dei personaggi è risaputa e banale. Abbiamo bisogno di storie come abbiamo bisogno di confidarci con un amico o di raccontare un’avventura amorosa, un brutto incidente o un successo negli affari o nella professione. Il tentativo di spiegare il successo dei film con Checco Zalone è la cattiva sociologia in cui affogano molti blog e la quasi maggioranza delle discussioni in rete, così come quelle sull’ultimo film di Star Wars che si sono trasformate in veri e propri corsi di narratologia filmica e/o tout court. Tutto questo è molto interessante, ma quella stessa cattiva sociologia rispecchia l’altro tragico tormentone nei dibattiti pubblici e durante le cene o gli aperitivi di chi si occupa di letteratura: lamentarsi delle classifiche dei libri più venduti e della mancanza di dibattito e di denuncia del livello ormai abietto a cui si sono ridotti i consumatori di letteratura nel nostro Bel paese. Immagino scenari apocalittici alla Fahrenheit 451 in cui invece dei memorizzatori i lettori di “buoni libri” se li passano fra loro magari usando “Little Free Library” o altri mezzi di book sharing e leggono di nascosto i capolavori universali della letteratura continuando a comprare i più sordidi titoli nei supermercati, negli uffici postali, negli aeroporti e financo nelle librerie, giusto per non sfigurare, e rimanere alla moda sfoggiando sul comodino il best-seller di turno che nell’80% dei casi non si legge nemmeno. L’ultimo film di Star Wars è un esempio di storia raccontata davanti a un caminetto globale e illuminato da un mito commerciale e blasonato, un culto vero e proprio che riprende il filone della persona normale che si ritrova con dei poteri a dover salvare il mondo. In qualche modo è una storia che conosciamo bene e ci piace vederla e rivederla perché sembra che parli di noi. L’ultimo film di Checco Zalone è un esempio di film costituito da frammenti di conversazioni, di sketch di cui saremmo potuti essere protagonisti, in cui ci sembra di riconoscere l’amico più simpatico del nostro gruppo e rientra in un modello di narrazione che rimanda più a Youtube e al bar che all’arte di raccontare storie. Siamo tutti pieni di pregiudizi e così anche la battuta più becera, quella che non è affatto satira, ma soltanto uno sfottò viscerale che invece di chiamare alle armi la nostra intelligenza primaria, fa scattare i nostri bassi istinti di animali braccati, ci fa ridere come se non avessimo mai riso prima in vita nostra e la sociologia spicciola cerca di spiegare il fenomeno parlando di involuzione. Se stessimo tutti più attenti a raccontare storie tipo Star Wars e ci dedicassimo alla narrazione mostrando gli esempi riusciti di quest’arte scopriremmo che non abbiamo bisogno di spiegazioni consolatorie, ma di storie spiazzanti, e invece di celebrare indirettamente ciò che ci sembra giusto odiare e disprezzare restituiremmo giustizia a chi la merita, e magari, ma solo per magia, vedremmo le classifiche dei libri più venduti come (forse) dovrebbero essere: sottosopra.

p.s.: non ho visto né Star Wars: Il risveglio della forza,Quo vado?.

L’ultimo libro che ho letto è Il vagabondo delle stelle di Jack London. Fate voi.

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L’impiegato immaginario

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I genitori di Aurelio, il giovane disoccupato di 41 anni morto qualche settimana fa, non si danno ancora pace e vogliono raccontarci cosa è successo.
Aurelio ha perso il lavoro a trentasei anni a causa della crisi, quando la piccola azienda in cui lavorava ha chiuso improvvisamente.
“In realtà non è andata proprio così” puntualizza la madre “il proprietario si è suicidato dopo aver scoperto che il socio andava a letto con la moglie e che aveva preso mazzette da una famosa catena di alberghi per taroccare gli appalti e fargli ottenere forniture a prezzi vantaggiosi da altre società.”
La madre di Aurelio riferisce questo fatto con gravità, ma non si coglie la rabbia che ci si aspetterebbe da una vicenda del genere. Le domando se è stata avviata un’inchiesta, se quest’uomo, parte in causa del dramma di Aurelio, sia stato sottoposto a giudizio.
“Purtroppo no” risponde il padre “in Italia la corruzione tra privati non è reato, non è reato nemmeno compromettere la propria azienda e non lo è nemmeno l’auto-riciclaggio di denaro proveniente da atti illeciti. Quell’uomo è scappato all’estero e si gode i proventi della vendita della sua azienda.”
È meglio riportare l’attenzione sul dramma di Aurelio, per il quale sono venuto apposta per incontrare i suoi coraggiosi genitori. La sua storia è straziante quanto reale.
“Si stava per sposare, aveva dei soldi da parte, ma Equitalia bussò alla sua porta a poche settimane dal licenziamento” dice la madre con voce rotta da un pianto che tuttavia non inizia.
“Per pochi anni Aurelio aveva fatto l’assicuratore freelance a partita IVA. Per qualche ragione risultava che non l’avesse chiusa e quindi gli venne notificata una cartella di circa venticinquemila euro per gli anni dal 2000 al 2008, anni in cui aveva invece lavorato con un contratto a tempo indeterminato con la Sanitarix. Mise un avvocato, ma com’è come non è, non ci fu verso di venire a capo della cosa. Un finanziere interpellato come consulente gli disse che ormai era meglio pagare, perché tutto quel lavoro si doveva giustificare con un introito e che non si poteva far fare brutta figura alle amministrazioni…”
Aurelio cosa fece a quel punto?
“I soldi voleva usarli per il suo progetto d’amore, ma capì che era impossibile uscire da quella situazione: pagò.”
Dopo aver perso il lavoro Aurelio si ritrova senza prospettive e senza soldi all’inizio della peggiore crisi economica che il mondo e l’Italia abbiano mai conosciuto.

A questo punto cosa accadde?
“La fidanzata lo lasciò” racconta la madre accarezzando la foto del figlio che i genitori tengono incorniciata nel salotto.
“Era troppo orgoglioso per insistere o fare o dire qualcosa di cui si sarebbe potuto vergognare o pentire in seguito. Ci disse che lei aveva scelto così e che lui doveva rispettare quella scelta. Secondo me aveva già smesso di lottare da tempo” ci dice il padre prendendo la cornice e rimettendola nel suo posto d’onore. Questo dignitoso genitore si alza e ci dà le spalle. Immaginiamo che alcune lacrime stiano solcando il suo viso, in questo momento, ma ci sono ancora cinque anni di drammi e sofferenze da raccontare.
A questo punto, infatti, Aurelio è un uomo totalmente libero, forse solo, forse povero, certamente disoccupato, ma in fondo è come se la vita gli avesse riservato una seconda chance. Cosa fece?
“A malincuore si mise a studiare per partecipare a concorsi pubblici” ci dice il padre chinando la testa, sconsolato.
Sappiamo quale può essere l’esito di questa scelta sciagurata.

“Non sembrava che per entrare nell’amministrazione pubblica, ovvero in un ambito dove si va a servire e onorare la società civile, ci si dovesse dimenticare di essere delle persone, e nemmeno sembrava incredibile che non cercassero persone intelligenti e preparate che per di più avessero lavorato molti anni nel settore privato. All’età di Aurelio, con una laurea invece del diploma, senza esperienze pregresse nel pubblico e senza una certificazione delle sue competenze informatiche e linguistiche, che erano comunque ottime, i suoi punti, a parità dei risultati dei test, erano sempre i più bassi. I concorsi pubblici, scoprimmo a malincuore, erano ormai orchestrati apposta per alcuni che non possono non vincerli e se sono trasparenti vince invece solo chi mette correttamente tutte le crocette: ma sanno fare altro?” si domanda il cuore della mamma di Aurelio in uno scatto di orgoglio materno.
Questo ragazzo non ammanicato dopo tre anni di concorsi falliti, lavoretti qua e là in una crisi economica che continua a mietere posti di lavoro, riceve un’altra notizia che mina una situazione che definire precaria è dire poco.
Può dirci cosa è successo?
“Certo” dice il padre di Aurelio prendendo da un cassetto delle carte.
“Aurelio andò all’INPS per vedere se era possibile avere un sussidio o qualcosa del genere, qualsiasi cosa – anche se secondo me ormai si recava negli uffici pubblici solo per osservare fannulloni o ignoranti che li affollavano, quasi per consolarsi di non essere mai stato preso perché era di un’intelligenza superiore – tuttavia risultò qualcosa che ancora oggi grida vendetta al cielo. Di tutti gli anni di lavoro che risultavano a lui – un giorno avrebbe voluto riscattare anche il servizio militare e gli anni di università – non risultava versato alcuni contributo previdenziale. Il suo commercialista non fu reperibile, era anche un nostro lontano cugino, ma ci dissero che era scappato col malloppo già nel 2008, proprio l’anno in cui aveva chiuso la Sanitarix. Eppure nessuno gli aveva mai comunicato nulla. Essere disoccupato pensando di avere quindici anni di contributi non è la stessa cosa che sapere che a trentanove anni è come se non avesse lavorato un solo giorno della sua vita…” ci dice il padre riponendo quei teneri fogli taglienti dai marchi azzurri tanto cari ai nostri pensionati.
“A quel punto” ci precede la madre “si chiuse in casa fino a quel fatidico giorno di primavera dell’anno scorso”
Prima di quel giorno non uscì più di casa?
“Praticamente. Se ne stava tutto il giorno davanti alla televisione a prendere a male parole questo e quello oppure a giocare al computer o sui social network o peggio…”
Cioè?
“Guardava porno” dice la madre senza vergognarsi “era molto solo poverino, così solo. Ogni tanto passava a trovarlo un amico, ma erano o fidanzati o occupati o tutti e due le cose e Aurelio non sopportava più la loro presenza, li sentiva lontani, incapaci di comprendere la sua situazione”
Arrivò così la primavera.
“Esatto. Speravo che il nuovo governo avrebbe portato un po’ di serenità, almeno un po’ di speranza se non poteva portare subito un po’ di lavoro o di giustizia sociale. Una mattina di metà aprile, era una bella giornata di sole tiepido, Aurelio si alzò molto presto. Ormai era suo solito non farlo mai prima di mezzogiorno. Invece quel giorno maledetto si alzò, si preparò, si fece la barba dopo più di tre anni che aveva portato una peluria indefinita, e verso le otto e mezza ci disse, dopo aver preso il caffè, che andava al lavoro. Io e mia moglie siamo rimasti basiti, lo abbiamo inseguito, ma era già uscito. Ci siamo guardati, mia moglie doveva scappare al lavoro, le mancavano pochi mesi alla pensione, e quindi sono rimasto da solo a pensare”
Non le sembrava possibile che avesse trovato lavoro?
“Mi era sembrato davvero strano. Intanto non ci aveva detto che avesse ripreso a cercarlo e in più avevo letto sul giornale che il governo aveva varato un decreto per le agevolazioni alle aziende che avessero assunto apprendisti, cioè persone fino a ventinove anni: mio figlio ne aveva già quaranta! Era davvero strano…” dice il padre, ripensando a quei giorni convulsi. Ha la faccia di chi si domanda come sia possibile che un motore appena revisionato possa fermarsi all’improvviso.
Quando avete saputo la verità?
“Ero appena andata in pensione e decisi di farmi una passeggiata alla Villa Comunale. Mio figlio sembrava felice in quei giorni, non ci aveva spiegato nulla di questo ≪lavoro≫, e noi ci eravamo fidati, avevamo creduto che le cose fossero tornate alla normalità”
E invece?
“E invece trovai mio figlio ad uno dei tavoli della Villa dove di solito si gioca a tressette e, non oso dirlo…”
Signora, si faccia coraggio.
“Certo, mi scusi. Mio figlio era seduto ad uno dei tavoli e giocava a fare l’impiegato”
Vuole spiegarci meglio?
“Era vestito di tutto punto e si era portato dietro materiale di cancelleria, faldoni di documenti, il suo computer portatile, persino una stampante sfasciata e un vecchio telefono. Teneva tutto davanti a sé, faceva finta di rispondere al telefono, prendeva appuntamenti, smaltiva pratiche e riempiva memorandum. Faceva anche finta di avere persone alle proprie dipendenze, insomma, giocava a fare il capo di un ufficio immaginario”
Lei a quel punto cosa decise di fare?
“Tornai a casa e dissi tutto a mio marito” dice la signora. I genitori di Aurelio si guardano e si prendono le mani. Questa storia non è ancora finita, ma sono già dignitosi nel loro dolore inesprimibile.
“Cercammo di comportarci normalmente per un po’ e allertammo i Servizi Sociali che tramite il responsabile ci disse che fino a quando gli garantivamo vitto e alloggio e non era un pericolo per sé o per gli altri, non potevano fare nulla. A quel punto, abbandonati dalle istituzioni cercammo di instaurare un dialogo costruttivo col nostro ragazzo, ma lui, per esempio, rifiutò di andare dallo psicologo spiegandoci che in ufficio nessuno lo trattava male, anzi che il suo superiore era molto felice per lui e i suoi dipendenti lo rispettavano”
E oltre a questo pensaste che non si sarebbe potuto fare altro?
“Non c’era nient’altro da fare. Alla fine di luglio smise di andare al ≪lavoro≫ e tornò lo sfaticato di prima. Nonostante la disoccupazione ci sembrò di tornare a respirare ma, la madre si interrompe, fu solo una tregua”
Perché, cosa era accaduto?
“Niente di particolare: era andato in ferie. Dal primo settembre tornò nel suo ≪ufficio≫ e fino al giorno della tragedia non mancò mai un solo giorno, tranne naturalmente le vacanze di Natale che passò a casa, come tutti i lavoratori”
Ma voi potevate immaginare, c’erano stati dei segnali di quello che sarebbe accaduto?
“Era ormai nell’aria che una soluzione finale alla crisi bisognava trovarla e prima che tutto andasse a rotoli e che molti altri come mio figlio, si riducessero fino a quel punto”
Cosa accadde?
“Il governo finalmente varò il Decreto Lavoro e a mio figlio venne immediatamente assegnato un esecutore”
Fu un lavoro veloce?
“Sì, non ringrazieremo mai abbastanza il Governo per questo. Per chi come nostro figlio risultava senza esperienza e senza speranza era prevista un’anestesia totale prima della soppressione. Ci è stato tolto un peso dal cuore, davvero, Aurelio ha smesso di soffrire, anche se il dolore per la perdita di un figlio è indescrivibile”
Vediamo che i genitori di Aurelio stanno per commuoversi, o quasi. Ci congediamo chiedendo loro se vogliano ricordare un’ultima cosa sulla drammatica storia di loro figlio.
“Ha avuto un funerale bellissimo, tutto pagato dal governo, fiori compresi. Nessun disoccupato avrà mai una fine così bella”

Noi ringraziamo i coniugi per aver condiviso con noi il loro dolore e auguriamo a tutti buon lavoro.

L’autista

Non conosco nemmeno uno stronzo.
È una cosa strana lo so. Il mondo è pieno di stronzi e anche a me, come sicuramente a voi, è capitato di incontrarne qualcuno, ma per fortuna non li frequento.
Avevo preso l’autobus per una di quelle che io chiamo corse di alleggerimento. Non avevo la macchina (e non ce l’ho tuttora, per questo non posso rispondere a molti annunci di lavoro e quando mi avevano chiamato per lavorare all’aeroporto mi hanno scaricato quando hanno saputo che non avevo la macchina) ed ero nervoso. I poveri come me, non potendo sfogarsi al volante salgono sul primo autobus e si fanno guidare dal destino o, come in questo caso, da uno stronzo.
Io non ce l’ho con la categoria degli autisti, sia chiaro. Odiare una categoria solo per il lavoro che fa sarebbe stupido; ancora più stupido è credere che non ci siano persone, in una determinata categoria, che sappiano quanto le persone le odino e che non cerchino perciò di cambiare le cose comportandosi meglio, rispettando le regole e pretendendo dai colleghi altrettanto ecc. ecc., e non sto parlando della sola categoria degli autisti. Il discorso è davvero generale e vale per gli idraulici, per i meccanici, per i finanzieri, per gli avvocati, per i politici. Forse per i politici no.
Fatto sta che la mia corsa di alleggerimento imbeccò in un’autista stronzo che è un po’ come essere giù di morale e chiamare la persona più lamentosa del mondo per farsi tirare su, e poi finisci sotto un treno e ti domandi se non sia un po’ anche colpa tua. Ma come per i genitori, l’autista non te lo scegli e a me toccò costui.
Aveva gli auricolari su e già al capolinea parlava di affari con un accento molto stretto e a voce piuttosto alta.
Ora io lo so perché nessuna azienda vuole assumere un laureato per un lavoro che potrebbe fare anche un semplice diplomato (o perché bandiscono concorsi pubblici in cui la tua laurea non vale quasi niente): i laureati sono odiosi e se uno si ritrova nella categoria degli odiosi è difficile che non venga odiato, vi pare? Io per primo mi riconosco in questa categoria perché ho questo atteggiamento di superiorità nei confronti di chi non è laureato, perché mi considero capace di un’ampiezza di vedute che tende a risolvere i problemi, a considerare il modo migliore di fare una cosa ecc. ecc. tutte quelle cose odiose che quando ve le dicono cominciate subito ad odiare chi ve le sta dicendo. Ecco. Caratteristica degli odiosi è di trovare spesso e volentieri gli altri odiosi. E infatti trovai l’autista del 14C subito odioso per due motivi: 1) parlare a voce così alta in stretta cadenza regionale mi fa pensare che studiare è stato inutile, che tutto quello che ho imparato su me stesso e sugli altri e sul mondo non mi permetterà comunque di superare il concorso per autista di autobus e che costui in persona, come rappresentante dell’azienda di trasporti sia un tipico esempio di revanscismo regionalista che non può fare nulla per la causa dell’integrazione dei nuovi italiani, anzi la ritarderà proprio perché è anche, metaforicamente, la nostra guida; 2) in quanto autista è responsabile per le nostre vite, ma anche parte integrante del servizio pubblico, e trovavo che fosse una forma estrema di mancanza di rispetto, in quel momento, parlare al telefono di rivendita di pezzi di ricambio per auto, investimenti in una catena di negozi nello stesso ramo e anche in quello delle auto usate, perché, dal mio punto di vista odioso, anche se non riesco a condannare l’iniziativa privata e l’interessamento di questa persona per il miglioramento della propria condizione economica e/o lavorativa, mi dava proprio l’idea di un dipendente pubblico a cui non fregava proprio un cazzo del lavoro che stava facendo, ma che anzi lo stava svolgendo come ripiego temporaneo e durante l’orario di lavoro si stava facendo, letteralmente, gli affari propri.
Il che mi portava a due amare conclusioni: a) in Italia per lavorare nel settore pubblico devi disprezzarlo, conditio sine qua non per superare il concorso (una forma psicologica di serendipità, probabilmente); b) la condotta di un dipendente pubblico, qualsiasi essa sia, non influisce sul rapporto di lavoro, ergo nella PA è pieno di gente che se ne frega o è almeno quello che arrivano tutti a pensare a discapito dei dipendenti virtuosi, che evidentemente ci sono, ma nessuno riesce mai a vedere.
Dal momento che avevo capito che l’Universo mi stava per dire qualcosa non potevo più allontanarmi, ma tendere l’orecchio e ascoltare cosa aveva da dirmi, anche se con quella corsa avrei voluto solo rilassarmi un po’ come quando ci si prende un bagno profumato, e non ero in vena di insegnamenti zen, ma tant’è.
Alla prima fermata una coppia assortita si affacciò all’ingresso anteriore per cercare informazioni dall’autista. L’uomo era vestito con un completo grigio impeccabile, camicia bianca e cravatta rosa. La donna era abbigliata con un vestito tradizionale a fiori, la testa era coperta con un velo lilla e aveva delle babbucce di seta ai piedi. Avranno avuto entrambi sui cinquant’anni e oltre ad essere dignitosi nell’essere un po’ spaesati, avevano quella generale aria di serenità delle popolazioni del sud est asiatico che me li faceva sempre vedere come imperturbabili e tendenti ad una invidiabile felicità terrena in qualsiasi avversità. Toc toc. Chi è? Uragano. Prego, si accomodi…
Tra tutte le parole che l’uomo mi parve di pronunciare dopo che l’autista domandò una piccola pausa al suo interlocutore al telefono, credo di aver capito “stadio” e “barca”. Trovandoci al Pilastro quell’autobus li avrebbe portati eventualmente sia allo stadio che al quartiere Barca, ma l’autista – particolare molto diffuso nella categoria – non conosceva né in particolare le zone che la linea che stava guidando attraversava, né tantomeno il nome di alcuna fermata della stessa, e tanto bastava per definirlo uno stronzo, oltreché incompetente, secondo me. Il signore ben vestito insisteva. Era l’ora del tè in Inghilterra o era passata da poco e mi immaginavo che la coppia dovesse andare a cena da qualche parte o a un ricevimento, o comunque a trovare qualcuno che rispettassero molto. L’uomo cercava di esprimersi al meglio, ma non conosceva perfettamente l’italiano e smozzicava molte parole. L’autista, che l’italiano non lo conosceva meglio, cercava di tirarla corta, sia perché non poteva stare fermo con l’autobus per troppo tempo, sia perché aveva degli importantissimi affari al telefono, ma anche perché stavano violando la regola d’oro degli autobus: non si parla al conducente. Sono d’accordo che se vuoi utilizzare un mezzo pubblico dovresti sapere meglio dove vuoi andare, ma la maleducazione è giustificata, se mai lo sia, solo da inescusabile malafede e mai e poi mai dall’incompetenza dell’autista. Fatto sta che l’uomo pronunciò le parole “centro” e “commerciale” in rapida successione e una luce brillò in fondo al tunnel dell’impazienza dell’autista.
“Ho capito. Salite” disse lo stronzo tutt’a un tratto gentile. L’uomo aiutò la moglie a salire il gradino tenendole affettuosamente il gomito e le porte si chiusero. Poi si avvicinò al gabbiotto per chiedere all’autista quando sarebbero dovuti scendere.
“Non vi preoccupate, ve lo dico io” disse guardando davanti a sé come doveva essere, ma ciò che in realtà vedeva era solo il suo roseo destino imprenditoriale e riprese la conversazione telefonica lì dove l’aveva lasciata.
“Come ti dicevo la percentuale di ricavo su ogni singolo pezzo per quel determinato comparto merceologico non supera le spese di stoccaggio dei colli se si utilizza un magazzino di deposito…”
Non successe nulla fino a via Massarenti. La coppia si era guardata intorno fiduciosa e speranzosa. La moglie si era seduta e non aveva mosso un dito. Dignitosa si era affidata completamente alle cure del marito e questi aveva creduto che l’autista avrebbe fatto quello che aveva promesso. Quando passò il Centro Commerciale di via Larga l’uomo ben vestito si era preoccupato, ma soltanto per un momento. L’autista non gli aveva detto nulla, ergo non era il loro “centro” e “commerciale” e aveva unito questa deduzione all’informazione che qualcun altro gli aveva dato: il centro commerciale di cui gli avevano detto non poteva essere così vicino, e probabilmente si trattava della Coop zona Stadio. Quando però arrivammo all’Ospedale S. Orsola, l’uomo vide la Coop San Vitale e pensò che aveva aspettato troppo e che l’autista sembrava troppo indifferente.
“Vedi, ti stai sbagliando un’altra volta. I pezzi di ricambio vanno alla grande durante le feste, soprattutto d’estate. La gente va fuori di testa durante le vacanze e consuma tutto: gomme, pastiglie, lampade, fanali…” stava dicendo l’autista al suo misterioso interlocutore. L’uomo ben vestito osò disturbarlo.
“Scusi, ma quando dobbiamo scendere?”
“Come? Ah già” disse l’autista “senti, aspetta un po’” disse al telefono e accostò all’ultima fermata di via Massarenti consapevole che di quella coppia si era completamente dimenticato.
“Ma voi dove dovevate andare?” domandò come il colpevole che cerca di nascondere la sua colpa.
“Noi detto: centro commerciale. Tu ci avvisavi” disse l’uomo con la voce incrinata.
“Eh lo so, ma ci siamo sbagliati entrambi. L’abbiamo già passato il centro commerciale, capito?” disse l’autista col tono di superiorità dell’autoctono che non sa come fare con questi stranieri che non sanno la lingua e pretendono pure.
“Tu detto che ci avvisavi” disse l’uomo ben vestito aumentando ancor di più l’equivoco. Voleva almeno una spiegazione, solo questo. L’autista gli aveva dato la sua parola.
“Senti, se tu non sai dove devi andare, come faccio a saperlo io?” gli domandò con tono leggermente irritato, ma con lo sguardo talmente menefreghista piuttosto che sereno che l’uomo deve aver pensato alla peggior gentaglia che aveva conosciuto nel suo paese e che credeva di aver finalmente abbandonato laggiù insieme alla povertà diffusa e ai rovesci degli elementi. Invece se li ritrovava anche qui. Perse la generale serenità della sua stirpe e andò a recuperare la moglie. Mentre scendevano disse: “Io non so come tu possa fare questo lavoro. Tu manchi di gentilezza e professionalità. Tu incompetente e sfiducioso…” e le porte si richiusero.
“Ma tu guarda che gente mi deve capitare che non sa nemmeno dove cazzo deve andare e pretende pure che lo sappia io. Ma che cazzo volete da me? Dico bene Giusè? Ma che volete? Tornatevene nel vostro paese, pezzi di merda!” disse l’autista quasi perdendo il controllo e mettendo un’energia eccessiva nell’acceleratore.
“Scusa come? Non sei Giuseppe?” sentii che diceva l’autista “Come cazzo è possibile? Ti chiami Mario? Ma come è successo? Allora ho sbagliato numero, se ti chiami Mario…” e chiuse la chiamata e si tolse l’auricolare schiaffeggiando il volante e saltando sulla sedia.
Ecco, aveva parlato per mezz’ora con qualcuno che credeva qualcun altro. Ecco chi ci guida. Lo so, sono odioso, ma non mi dite che questo autista non era uno stronzo.

Dedicata a Bologna

Bologna sei una puttana.
Ci fai entrare senza pudore nei tuoi cortili
ci fai sbirciare sotto i tuoi portici,
ci fai intravedere i tuoi giardini,
ma non ci ami davvero. Sei umida
e ci illudi, ti fai pagare caro
perché sai che non ti si dimentica.

Bologna sei una vecchia baldracca.
Sai come fingerti giovane e rivoluzionaria,
come un’adolescente che si è fatta il primo pelo,
ma nascondi le tue rughe reazionarie
sotto uno spesso strato di trucco.
Sei alternativa soltanto in superficie,
e ci illudi, di accoglierci così come siamo,
ti fai pagare caro, di noi ti prendi la nostra meglio gioventù
e te la tieni.

Bologna sei una troia.
Grufoli da mattina a sera
e la notte passano a pulirti la stalla,
ma all’alba puzzi ancora e dopo il tramonto
si fa a gara ad imbrattarti, a pisciarti,
a cagarti addosso. E si vede che ti piace.
Attraverso le tue dodici vagine sfondate
fai entrare una fauna grottesca di studenti marinai,
banchieri pezzenti, piazzisti adulatori,
e immigrati orgogliosi e fieri
che tieni appesi ad un filo
che sembra un’altalena,
e invece è un capestro.

Bologna, sei una nuvola sporca
ci illudi che tra le tue pietre ci sia il cielo,
e ti fai pagare molto caro
questo angolo di paradiso terreno che sei
e duri solo il tempo di un bacio
e hai il fottuto sapore di un addio.

Distruggete la Masanto! (recensione)

Questo post è una recensione. Di solito lascio perdere. I libri hanno tantissime cose da dire, ma sono come i consigli. La maggior parte delle volte non richiesti e la maggior parte noiosi. Naturalmente la maggior parte dei libri pubblicati io non l’ho letta, per cui… In questo caso faccio un’eccezione. E la faccio per un’eccezione. Il libro di cui potete vedere la copertina è un romanzo assolutamente fantastico, deliziosamente immaginario e pertinentemente reale. La storia non ve la racconto perché è da scoprire da soli, ma l’evento scatenante di cui vorrei parlarvi è che questo romanzo non l’ho pagato. Intanto è stato il primo e-book che ho letto. L’ho scaricato gratis perché Jacopo Fo è un folle e ogni tanto fa di queste cose che dovrebbero essere normali. Far pagare un file secondo me non ha senso. La carta e il suo valore stampato sopra la pago volentieri, compro libri a decine, ma comprare un file alla metà (o di più) del prezzo di copertina è da pazzi o da idioti. 
Nel romanzo “Distruggete la Masanto!” ci sono tantissimi personaggi e tantissimi spunti di vita e tra questi e quelli voglio raccontarvi di Hubert Heidelberg, l’amministratore delegato della multinazionale Masanto che fa una vita triste tra competitors, riunioni lunghissime e sedute con prostitute d’alto bordo. Per delle ragioni che non posso svelarvi gli viene regalato un “rito taoista con il quale le concubine dell’imperatore Wei della dinastia Shang ricevevano il loro sposo divino al ritorno dalla battaglia“, un esperienza che è simile all’andare in paradiso, come provare il più grande piacere (mentale e fisico) più grande del più grande orgasmo che abbiate mai provato. Naturalmente Hubert Heidelberg si domanda perché sia stato scelto per questo “regalo”, perché otto donne giovani e bellissime si siano prestate, gratis, a questo rituale. 
Siccome è molto ricco, è molto bastardo ed è un uomo di mondo, sa che non c’è niente gratis. Allora domanda. E gli viene detto che in cambio dovrà semplicemente fare una buona azione. Lui domanda se va bene regalare centomila dollari a dei bambini poveri. Lucy, la prostituta sacra che l’ha contattato, gli risponde che va bene. Quando il rito tantrico è terminato, Hubert Heidelberg non è più lo stesso. Quello che ha provato, quello che gli hanno fatto provare è stato troppo intenso, troppo importante, troppo vero perché lui non senta che c’è sotto qualcos’altro, che quello che ha spinto quelle bellissime donne a portarlo all’estasi non è semplicemente una buona azione in cambio.
Come Hubert Heidelberg ha ricevuto il paradiso gratis, io ho avuto la fortuna di leggere questo romanzo gratis: un romanzo che è davvero come un rito tantrico, ricolmo di verità, di idee, di sentimenti, di amicizie e del concetto mai abbastanza diffuso di come anche le cose impossibili si possano fare se ci si crede davvero, se si hanno gli amici giusti, se si crede in qualcosa più grande di noi: nell’umanità, per esempio. Come Hubert Heidelberg troverà il modo di sdebitarsi, ottenendone allo stesso tempo una nuova vita lo scoprirete leggendo il libro. Il minimo che potevo fare io in cambio del regalo che ho avuto era raccontare di questo romanzo e di questo autore, Jacopo Fo, una specie di Tom Robbins italiano che ha moltissimo da dire e tanto da insegnare. Grazie Jacopo Fo, per il tuo romanzo, per la tua follia, per crederci, ho passato delle bellissime ore a leggere questo romanzo appassionante che ti trascina come un fiume nella sua corrente, ho imparato tantissime cose e penso a questo articolo come un anello della lunga catena che permetterà ai buoni di farcela, di godere e di spassarsela, perché i cattivi pensano di essere furbi, ma non sanno cosa si perdono…

http://www.commercioetico.it/libri/83/Jacopo-Fo/Distruggete-la-Masanto.aspx

e ancora fino a domani potete trovarlo qui:
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