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La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale (un manifesto)

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale predica una verità che tutti tacciono, ma nessuno nega: tutti gli esseri umani sono degli idioti. Per questa ragione la nostra Chiesa non ha  dogmi di nessun tipo: sarebbe troppo complicato comprenderli; di conseguenza non ha regole di nessun genere: sarebbe troppo difficile per chiunque rispettarle.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale perdona tutti. Come si fa a non perdonare degli idioti? Come faremmo ad affermare in tutta coscienza e verità che qualcuno abbia sbagliato a fare questo o fare quello quando la grande verità nascosta della specie umana è di essere tutti degli idioti?

Nessuno cercherà di convincere qualcun altro che c’è qualcosa di giusto o di sbagliato, perché questa Chiesa è stata fondata per semplificare la vita dei suoi fedeli, non per complicarla. Hanno provato per millenni a convincere le persone che ce la potevano fare, che potevano capire, che la buona volontà, l’impegno, lo studio, la consapevolezza di sé, il comportamento civile, il rispetto di sé e degli altri, la moralità, il giudizio, la prudenza, la temperanza, il raziocinio, il ragionamento e la beneducazione avrebbero portato loro felicità e soddisfazione, amore e ricchezza.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale professa la felicità per tutti gli umani, e  questa meta ambita da ognuno è per tutti a portata di mano, anzi, è già in voi e non lo sapete. La felicità è non capire un cazzo.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale è qui per dirti che la felicità è accettare che non è colpa tua, che l’unica cosa da fare è accettare che sei un idiota. Se accetterai questa grande verità, allora capirai che questa è la tua Chiesa.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale professa una fede che non ha segreti in cui credere o misteri da scoprire, non ci sono altre verità da affermare.

Entrando nella Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale potrai fare a meno di ridere alle battute che non capisci; potrai fare a meno delle regole inutili che esistono solo per far lavorare qualcuno; potrai smettere di seguire l’esempio del virtuoso e del giusto, del grande uomo, del personaggio storico, del poeta e dello scrittore rinomato; potrai liberarti di ogni remora e dichiarare  ogni tuo pensiero perché tutto ti è permesso quando sei un idiota.

Perché vivere una vita di finzione e falsità? Perché non ammettere che nessuno è capace di farne una buona? Perché non ammettere finalmente con liberatoria enfasi che nessuno è davvero nella posizione di giudicarti se ti convinci fideisticamente di essere un idiota?

Affiliati alla Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale, sii te stesso, sii idiota fino in fondo.

Contro le religioni

Tutte le confessioni religiose si dicono contrarie a uno Stato confessionale, organizzano tavoli di confronto, conferenze e dibattiti per ribadire l’importanza e il valore sostanziale della vita umana e dei diritti civili. Allora perché quando si discute se lo Stato italiano debba o meno dotarsi di leggi o strumenti giuridici che permettano di allargare i diritti civili delle persone, tutte le confessioni religiose si preoccupano di organizzare campagne, conferenze e dibattiti contro diritti civili quali il matrimonio omossessuale, l’eutanasia, l’inseminazione artificiale o l’utero in affitto, l’equiparazione della tassazione per le attività commerciali religiose come se questi non avessero un valore sostanziale per lo Stato in cui mancano? La risposta è una sola. Le religioni sono contradditorie. Da millenni la civiltà nel suo più alto significato, per affermarsi ha dovuto combattere  solo contro una cosa: l’oscurantismo religioso e l’autorità della verità rivelata che non avevano altro scopo che il controllo delle masse e l’affermazione del  potere politico. Le religioni hanno causato direttamente e indirettamente la morte delle più grandi menti che siano apparse sulla faccia della Terra: Socrate, Ipazia, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Cartesio, Cardano, Campanella, Tommaso Moro, Oscar Wilde, Alan Turing solo per ricordarne alcuni. Personalità che hanno contribuito all’elevazione dell’uomo da semplice macchina termodinamica a essere capace di sconfiggere le malattie, il dolore e l’ignoranza, di portare la cultura umana a un livello visibile e chiaro, materiale e sottoponibile a giudizio, in una parola a rendere l’uomo libero dalla schiavitù dell’altro uomo e non soggiogabile né alle parole, né alle credenze di altri solo perché sono o sarebbero della maggioranza.

A questo punto mi domando se una società che vuole affrontare coerentemente con i suoi cosiddetti valori le sfide del suo tempo, non debba allargare i suoi diritti subito e senza remore, altrimenti quelle che sembrano apparire solo come delle resistenze psicologiche e incomprensibili di poche sacche di oscurantismo all’interno della nostra società, possono invece diventare la preparazione del terreno ideale per uno Stato confessionale e terroristico che non deve far altro che arrivare e bussare alla porta giusta. Non c’è scritto nella Bibbia “chiedi e ti sarà dato”?

Spettacolo unico, unico spettatore.

Foto di una sala cinematografia senza spettatori al momento di un black-out

Sala cinematografia al buio

Sono andato al cinema da solo. Sono entrato in sala e mi sono seduto a aspettare. Dieci minuti prima dell’inizio del film è entrata una donna. Si è avvicinata. Mi ha informato che ero l’unico spettatore. Silenzio da parte mia. Ha alluso alla possibilità che non arrivassero altri spettatori. Silenzio da parte mia. Ha espresso una domanda, senza punto interrogativo, che implicava l’eventualità che avessi voglia di vedere un altro film. Silenzio da parte mia. Si è domandata retoricamente se la mia volontà, vista l’effettiva presenza di me stesso in quella sala, fosse davvero quella di vedere quel film. Ho pronunciato un semplice “Sì”, pensando fosse l’unica parola adatta a sugellare il suo monologo.

Il film è iniziato in perfetto orario. Spettacolo unico, spettatore unico. Figata pazzesca.

La tosse

PHO.09Apr26.159482

Quest’epoca ha reso l’umanità un tantino più felice e un tantino più triste, ma soltanto per il fatto che nell’ultimo secolo, invece di aumentare la felicità abbiamo aumentato di circa sette volte l’umanità e quindi la felicità è aumentata collettivamente, non individualmente. In sovrappiù mi sembra che le elementari conoscenze scientifiche acquisite negli ultimi secoli non siano state assimilate dalla maggioranza e che, le persone in generale e i molti in particolare, non abbiano accesso a quel grado medio di conoscenza auspicabile e siano rimasti attaccati al palo delle proprie particolari impressioni a discapito dello stato di conoscenza oggi possibile.
Mi ero fatto un giro per le librerie della città a tentare la carta vetusta, ma sempre popolare, della ricerca del lavoro porta a porta grazie a quello scambio che si definisce “incontrare le persone” domandando in giro se ci fosse richiesta di personale. Naturalmente fare il commesso in libreria è un mestiere molto appetibile e non ho trovato nemmeno il minimo spazio, la minima speranza. Un vecchio libraio ha coronato la mattinata rispondendomi “Magari”, parola che ha la curiosa caratteristica di poter essere diverse parti del discorso. Da ottimista l’ho intesa come avverbio, come se significasse un “forse” o un “può darsi”, ma alla mia seconda domanda il libraio chiarì che l’aveva usata come interiezione, esprimendo il vivo desiderio che un collaboratore possibile fosse anche necessario.
La mancata estinzione di acquirenti compulsivi di libri l’avrebbe convinto ad assumermi, ma sappiamo bene tutti che nonostante la grande distribuzione i grandi lettori sono scomparsi come la maggior parte delle specie nel Permiano. Dunque ero risalito sull’autobus con il cuore deluso e pieno di amarezza. Mi sono seduto incerto se mettermi a leggere Memorie dell’aldilà di Machado de Assis, giusto per consolarmi che anche da morto di fame avrei potuto continuare a scrivere, quando dietro di me un bambino di cinque anni in braccio alla madre si è messo a tossire. Una tosse grassa e gorgogliante che pensai stesse per esplodergli in gola, e temetti che quella gelatina infetta mi sarebbe arrivata direttamente sul collo, come uno schizzo di putrida conferma al fatto che non siamo altro che portatori di virus e batteri, robot giganti al servizio degli individui evolutivi più piccoli dell’intera biosfera. Sentii il fiato caldo di quella piccola gola che non la smetteva di gorgogliare e il suono era nitido e talmente vicino al mio orecchio che arguii il bambino non dovesse essere stato edotto sulle elementari norme igieniche comportamentali da adottare in questi casi. E non è colpa solo della madre.
La diffusione di malattie et similia sembra sia soprattutto responsabilità diretta di medici e multinazionali del farmaco che diffondono pratiche mediche e farmacologiche atte a contrastare gli effetti dei disturbi e delle malattie e non invece ciò che, aristotelicamente parlando, dovrebbero essere contrastate, ovvero le cause efficienti. Avrei potuto chiedere al bambino di smetterla di armeggiare con un cellulare finto mentre la madre se lo cullava affettuosamente e lo consolava con coccole e riferimenti nella voce nel tentativo velleitario di calmare anche la tosse, vano quanto un enteroclisma per curare un mal di testa.
In questo affrancarsi dalla cause vere e presunte che permettono alle malattie di diffondersi e proliferare, già quasi un secolo fa, il non mai abbastanza compianto dott. Norman Bethune, eroe della guerra civile rivoluzionaria cinese che secondo Mao Zedong ogni comunista avrebbe dovuto prendere ad esempio, aveva capito, al di là di ogni eziologia, che la vera causa della disposizione alle malattie è la povertà. Egli si era ammalato di tubercolosi negli anni ’20 del XX sec. e la sua vita di chirurgo era stata quasi stroncata quando la notizia di una cura sperimentale lo fece decidere ad affrontare l’intervento che gli avrebbe salvato la vita. Da quel momento si dedicò anima e corpo alla causa degli oppressi e morì nello Shang Tzi di un’infezione nel 1939, al seguito dell’esercito rivoluzionario cinese comandato da Mao Zedong che combatteva una guerra civile per l’indipendenza della Cina e per il diritto dei popoli di governarsi democraticamente.
Non potevo pretendere che un bambino di cinque anni che mi sventolava addosso il suo bagaglio pernicioso di chissà quale ceppo batterico conoscesse la vita di Bethune, né che avesse consacrato la propria esistenza all’affrancamento dalla povertà e dallo sfruttamento di un popolo che nemmeno conosceva, ma so che avrei potuto pretendere almeno dalla madre la conoscenza del più elementare metodo di profilassi per le malattie a trasmissione aerea: la mano davanti alla bocca. Non solo perché è un gesto entrato di filato nel gruppo di quelli che denotano buona educazione, ma anche perché malattie che crediamo scomparse come la tubercolosi (ancorché ormai curabile con gli antibiotici) sono tutt’altro che scomparse. I poveri o gli appartenenti alle classi meno abbienti dovrebbero starci molto attenti a queste cose, invece l’ignoranza, che è sia causa che effetto della povertà,  diffonde simili comportamenti pericolosi più di quanto le malattie più contagiose avrebbero bisogno.
Non sopportando i gorgheggi catarrosi del piccolo servo dei virus mi alzai noncurante e rimasi in piedi vicino all’emettitrice. Alla fermata successiva l’autobus si riempì all’inverosimile e pensai che tutto il tempo che avevo tenuto la bocca serrata per evitare di respirare batteri altrui era stato perso in un attimo. Girato verso il finestrino guardavo nel vuoto mentre Bologna scorreva a pezzetti davanti a me. Poco dopo sentii il tossire cinguettante di una donna che, essendosi aggrappata alle sbarre per non cadere, non poteva usare le sue belle manine smaltate per evitare il fenomeno del contagio. La sua era una tosse secca e di solito può avere cause diverse quali una ridotta salivazione, un’eccessiva secchezza dell’ambiente o una compromissione temporanea delle vie aeree. In qualche modo sembra più pulita della tosse grassa e in qualche modo il soggetto che ne è affetto sembra più degno di carità, ma forse soltanto perché sappiamo che non ci sarà mai e poi mai una malcapitata emissione di espettorato.
La tosse secca, tuttavia, non è meno fastidiosa quando una persona te la spara tranquillamente in faccia, o come nel mio caso, direttamente sulla guancia sinistra. Forse avrei dovuto porgere anche l’altra per farmi carezzare completamente dal suo vento pestilenziale, ma preferii provare un passo di danza all’indietro e girarmi in avanti, sperando che le scudisciate tossiche della gentil signora sulla mia cuticagna avrebbero annullato quelle purulenti del bambino di prima. Prima di darle la visione del mio occipite però, la guardai attentamente cercando di non prolungare oltre il lecito il mio indagare. Più che povera di mezzi mi sembrò povera di spirito. Assomigliava ad una di quelle contadine tedesche del mio immaginario che non sanno altro che la differenza tra il latte e la birra e che subiscono da secoli l’incontrastabile autorità di un latifondista o, nel caso della signora tossente, di un capo dispotico a dire poco. E la gentil signora, vittima di soprusi in ufficio, sull’autobus si vendicava comandando ai suoi batteri di invadere i corpi indifesi dei passeggeri. Vidi il suo sguardo funereo velato di quella vergogna verso il prossimo tanto cara a chi subisce e che si trasforma in indifferenza verso l’altrui destino, così diffusa purtroppo tra chi con lei condivide la medesima sorte di povertà, materiale o spirituale che sia.
Mentre immaginavo sulla mia collottola la guerra civile tra i batteri della tosse grassa e quelli della tosse secca affrontarsi in campo aperto per la conquista del mio corpo come un mezzo per trasmettere il contagio, mi domandai se quelli che si mettono la mano davanti alla bocca siano più immuni degli altri, e non solo per l’evidente profilassi, ma anche per una predisposizione evolutiva. La tosse non è altro che il sintomo che il virus ha casualmente escogitato per utilizzare le vie aeree del corpo in cui si è annidato per propagarsi e riprodursi maggiormente. Magari (avverbio) chi è talmente beneducato e attento alla profilassi non evita il contagio perché il virus non riesce ad entrare, ma solo perché il virus intuisce che se entra in lui non potrà usarlo come nuovo veicolo e quel corpo sarà per lui una tomba. In questo dilemma contro-fattuale mi arrivò alle nari l’odore acre di un sigaro. Il mio naso era ormai all’altezza della spalla di una costosa giacca di cammello. Più giù vidi pantaloni di lana grigiofumo con una piega perfetta e scarpe fatte a mano di Branchini. Solo con quelle calzature ci avrei pagato dieci mesi di affitto a dir poco e allora guardai un po’ più su. Il collo di questo signore era avvolto da una vistosa sciarpa di seta indiana. La barba era curata fin all’ultimo pelo, la pelle liscia e tonica di un cinquantenne sicuro di sé. Era in piedi di fronte all’uscita e doveva essere salito senza biglietto per farsi tutta via dell’Indipendenza. Gente come lui si vede poco o mai sull’autobus. Aveva in una mano una ventiquattrore nera e ad un certo punto staccò l’altra mano dalla sbarra per coprirsi la bocca per un leggero accesso di tosse. Ecco come sono i ricchi! Non sono semplicemente educati, ma si tengono tutto per loro, perfino i batteri da cui sono stati faticosamente conquistati.
La fermata era vicina, avrei voluto che uno scossone più forte avesse costretto il ricco tossente a reggersi durante un accesso di quella che mi era sembrata una perfetta combinazione di tosse grassa e secca: allora io mi sarei girato e avrei accettato quel fiato di opulenza batterica sul mio collo disoccupato perché avrei voluto davvero prendermi quella tosse aristocratica, quel vento virulento che non voleva mischiarsi all’aria plebea dell’autobus, ma se ne rimaneva, come un fondo nero in un conto svizzero, chiuso nel palmo della mano curata di quel bel tomo.
Chi avrebbe vinto la guerra civile sul mio collo se un terzo esercito fosse sceso nel campo di battaglia contro i due eserciti plebei? Un esercito ben equipaggiato e riprodottosi con il DNA di uno che aveva avuto successo nella vita e che non spezzava il suo pane con i poveri e non divideva con noi nemmeno i suoi batteri?  Ai medici l’ardua sentenza.
L’autobus curvò liscio e sicuro intorno ai lavori in corso. Il piedino dell’autista accompagnò il pedale del freno con studiata grazia e fermò la vettura senza scossoni. L’uomo ricco scese col suo carico esclusivo ed io mi girai. Il bambino tossiva allegramente con la boccuccia spalancata e la gentil signora ora era seduta con le braccia conserte mentre il suo petto era scosso da quella secchezza bronchiale come se niente fosse, en plein air. Dietro di me sentivo due tossici litigare per un nonnulla. Non mi girai nemmeno.

Un problema tutto italiano

carcere

Circa centomila italiani sono a spasso invece di essere in galera o ai domiciliari (si fa per dire).
La questione è naturalmente discussa poco e sempre in tono minore perché di questi  centomila (circa) italiani, la maggior parte è costituita da colletti bianchi e da portatori di interessi. A rendere più perniciosa la situazione sono i piccoli delinquenti, i picchiatori occasionali e i ladri della domenica.
C’è da sapere che oggi in Italia, se si viene condannati per un reato che preveda una pena inferiore ai quattro (4) anni, praticamente si viene assolti, il che è una contraddizione in termini. Si potrebbe obiettare che una condanna ai domiciliari o ai servizi sociali sono comunque una condanna, invece io affermo che non lo è.
Tutte le persone condannate, a qualunque pena, dai trenta (30) giorni ai quattro (4) anni, a parer mio (che certamente mi intendo solo di soluzioni immaginarie) dovrebbero scontare la loro pena in carcere, e non per giustizialismo o vendetta (pensate un po’ cosa va ad immaginare la gente), ma semplicemente per tenere lontano dalle attività economiche, sociali e politiche persone riconosciute colpevoli dei reati loro ascritti.
Senza questo genere di delinquenti minori tra i piedi, il Paese potrebbe pian piano ripartire, i posti di lavoro lasciati vacanti potrebbero essere occupati da persone più oneste e capaci, il sentimento di sicurezza generale aumenterebbe perché queste persone non andrebbero in giro ad alimentare la percezione degli altri delinquenti che il crimine, anche se viene sanzionato, in realtà non toglie loro la libertà, e non indurrebbe gli altri italiani onesti a pensare che, in fondo, tanto vale delinquere.
In poche parole a causa dello 0,15% (circa) della popolazione, tutti gli altri devono subire il comportamento criminale di questa classe di individui.

Volete sapere perché? Perché le carceri italiane possono contenere al massimo 65.000 persone, ovvero meno dello 0,05% della popolazione, e invece di costruire altri luoghi deputati al soggiorno degli altri disonesti e criminali che vivono tra noi, lo Stato italiano preferisce non punirli.
Questo è il modo migliore per prendersi gioco degli onesti.

Homo urso lupus

un'orsa dal dentista

Un’orsa durante una visita dentistica.

 

Un’orsa, madre single con due cuccioli, già nota alle forze dell’ordine, ha aggredito un cercatore di funghi. Gli ha rifilato due zampate e gli ha morso uno scarpone, riferisce la Repubblica.
In seguito a questo brutale attacco alla specie umana, la provincia di Trento ha schierato le sue forze di polizia per stanare l’animale e interrogarlo. Se l’animale farà resistenza l’orsa potrebbe anche essere abbattuta.
“Ci dispiace, ma visto che non ci sono ancora supereroi alieni con lo specifico ruolo di difensori di altre specie viventi sulla Terra, questa è l’unica condotta possibile. Il fungicida stava osservando l’orsa e i cuccioli, e non si è reso conto di essere sottovento: è una colpa questa? L’odio contro un’altra specie è perseguibile anche se l’unico reato che l’orsa abbia mai commesso è di non essere un Homo sapiens” ha dichiarato Superman alla stampa.
“Solo con interventi duri ed esemplari faremo capire che non possiamo tollerare simili atti di odio di specie. Il fungicida era solo un voyeur, non un pedofilo o un violentatore o un assassino. Il momento di dire basta è arrivato ed è già da troppo tempo che consentiamo il pascolo e la permanenza di altre specie sul suolo terrestre. Se il ringraziamento per la nostra tolleranza è questo, l’unica soluzione è quella finale” ha dichiarato Alfano.
Da questo momento è caccia aperta all’orsa mordicchiona.

(n.b.: lo scrivente Homo sapiens si dissocia dal comportamento dei membri della sua specie)

L’assurdo allarme dell’analfabetismo

Questo è un momento storico davvero storico.

Tre generazioni di italiani convivono sul suolo patrio e hanno in comune, oltre alla cittadinanza, qualcosa di così rivoluzionario che difficilmente appare a prima vista tale, e che ancora non è visto con la giusta logica entusiastica: tutte e tre sono state a scuola. I miei nonni e i miei genitori sono stati a scuola. Io sono stato a scuola. I vostri nonni (sicuramente con qualche eccezione, ma diciamo che parlo ai nati negli anni settanta) e i vostri genitori sono stati a scuola. Voi siete stati a scuola e tutto questo è avvenuto solo nell’ultimo secolo.

Davidson dice del relativismo culturale che spesso e volentieri operiamo una discriminazione al ribasso delle cose in comune tra due culture soltanto perché le differenze spiccano maggiormente e l’incomprensione è un’arma potentissima di fascinazione. Invece le cose in comune pacificano, rendono i conflitti più dolci e scientificamente chiariscono parecchie cose, come ha fatto per esempio Chomsky con le lingue.

Traslando il metodo di Davidson alla situazione dell’analfabetismo in Italia le cose si possono descrivere più o meno allo stesso modo: spiccando all’occhio esempi di analfabetismo ci sfuggono le più elementari osservazioni di un fenomeno epocale: la maggioranza della popolazione italiana conosce e riconosce almeno un linguaggio scritto (quello della propria nazione). Una buona fetta di questa maggioranza conosce addirittura un altro linguaggio (almeno un’infarinatura d’inglese grazie alla pubblicità, ai film e all’ingloriosa esterofilia italiana). Tutti utilizzano le parole scritte per la comunicazione di tutti i giorni: sms, commenti o post su Facebook o sulle pagine dei giornali on-line, comunicazioni commerciali, lettere d’amore e lettere d’affari, scritte sui muri (la storia umana non ne aveva mai viste così tante che se un’eruzione seppellisse una qualsiasi città europea presa a caso gli eventuali scopritori delle sue rovine penserebbero prima di tutto che avessimo sostituito i muri alla carta…) ecc. ecc. per una tale gamma di scrittura e lettura e una tale mole di testi fruiti e scritti che mai, dico mai, la società metropolitana aveva mai potuto sperimentare.

C’è ancora chi non è convinto e fa leva nel suo ragionamento tutto sulla parola “maggioranza”, che naturalmente io ho usato apposta, anzi ho dovuto usare, in primo luogo perché in un articolo generalista che non ha nessuna pretesa sociologica è corretta; in secondo lugoo perché rientra nella logica davidsoniana del mettere da parte le differenze e sottolineare le cose in comune.
Nell’ottocento il tasso di analfabetismo, solo in Italia, in certe zone, superava anche l’80%. Ancora sotto il fascismo più della metà della popolazione era analfabeta, e non aveva la possibilità di avvicinarsi a nessuna produzione culturale, né scritta né verbale.

Tutti questi dati li sto naturalmente inventando perché non posso ricordare le cifre precise, ma fidandomi della mia memoria di ottimo studente delle superiori, farò finta che esse siano più vicine al vero di quanto non siano. Chiunque può andare a controllare e vedrà che le cose stanno davvero così, o almeno ci sono andato molto vicino. Se ho scelto di non mettere dati precisi è proprio per rendere ancora più evidente la logica davidsoniana. La maggioranza non è più analfabeta: ha concluso gli studi superiori, e una buona fetta di questa ha potuto studiare all’Università, ovvero accedere al massimo grado di conoscenza del genere umano. C’è persino di più. Se anche non volessimo considerare i canali ufficiali degli studi legalmente riconosciuti, qualsiasi italiano (anche se non in tutte le città, e nemmeno in tutte le più grandi, questo lo riconosco) volendo potrebbe studiare senza spendere un soldo esattamente gli stessi libri che studia uno studente universitario di qualsiasi corso di laurea, di qualsiasi Scuola. Infatti abbiamo ripreso la tradizione del Museo di Alessandria e abbiamo creato una delle più grandi istituzione della civiltà occidentale: la Biblioteca.
Questo è sorprendente ed è questo ciò che va sottolineato: va sempre ricordato quale è il grado di civiltà a cui siamo giunti e non solo che molti alfabetizzati sono incapaci di compiere semplici operazioni matematiche o comprendere un testo complesso. Certo, questi sono altri problemi che andranno affrontati con nuovi strumenti e certamente la sfida dell’informazione digitale è quella di migliorare l’acculturamento e non di appiattirlo.

Infine vorrei spezzare una lancia a favore di quelli che non sono in grado di comprendere un testo complesso o anche maggiormente articolato di un semplice articolo giornalistico di cronaca. Siamo davvero sicuri che tutta la cultura si trovi solo nei saggi scientifici o accademici e negli articoli più complessi? Ci chiediamo se la società è davvero pronta a dare più tempo e più risorse a tutti, affinché possano imparare di più e mettersi nelle condizioni di affrontare delle letture più complesse di un articolo di gossip?
La nostra è una società complessa che si regge su mille ruoli diversi e su lavori sia umili che altamente specializzati di milioni di persone che la fanno funzionare, non solo perché sono pagati per farlo, ma perché sono parte di quella stessa società. Quando fai certi lavori e la società non ti da nessuna chance di cambiare il tuo status, forse hai il sacrosanto diritto di non volere nemmeno saperlo un concetto più complesso di quelli che ti servono per sopravvivere, e quindi certi allarmisti, benché esimi studiosi, dovrebbero parlare delle radici in cui il male culturale si annida, e non prendersela (o apparentemente mostrando) soltanto le foglie rinsecchite di questo albero così frondoso e opulento che è la società moderna alfabetizzata.