Archivi tag: rivoluzione

a cosa serve una sentinella

Foto dalla pagina facebook di TPO - Bologna

Foto dalla pagina facebook di TPO – Bologna

prefazione evoluzionistica

L’omosessualità è una varietà sessuale delle specie appartenenti alla classe dei mammiferi. La riproduzione sessuale permette una grande capacità di adattamento ed ha avuto una certa fortuna evolutiva, perché è al contempo stabile e varia, ovvero i figli assomigliano ai genitori, ma sono anche molto diversi perché posseggono metà del patrimonio genetico di ognuno di loro. La stabilità è necessaria per mantenere un certo tipo di sopravvivenza, la varietà è altrettanto necessaria per superare le sfide adattative dell’ambiente. L’omosessualità è una varietà sessuale necessaria alla stabilizzazione cromosomica che tende (finora) a generare metà maschi e metà femmine. Cosa succederebbe se cominciassero a nascere solo femmine o solo maschi? Una specie della classe dei mammiferi scomparirebbe in poche generazioni, dunque ha prevalso all’adattamento del nostro corredo genetico la generazione di un certo numero di individui che possano riprodursi indistintamente con entrambi i generi per evitare l’estinzione.
Paradossalmente l’omofobia ha permesso agli omosessuali di trasmettere i loro geni a molti più discendenti di quanti ne avrebbero avuti se fossero stati liberi di vivere la loro sessualità con esseri umani omosessuali, in quanto sono stati costretti dai costumi a sposare eterosessuali (e a riprodursi) per convenienza sociale.
Naturalmente credere che la discriminazione abbia contribuito ad aumentare gli omosessuali o che la totale assenza di discriminazioni prima o poi elimini l’omosessualità è un’idiozia. Sarà la natura a decidere quale varietà prevarrà o quali varietà continueranno a sopravvivere, e non sono problemi che incontreremo a breve, in quanto l’evoluzione si spiega soltanto attraverso le ere, e non si vedranno cambiamenti significativi attraverso le epoche.

L’unico consiglio che mi sento di dare agli omofobi è di guardarsi intorno e osservare ciò che loro stessi chiamano “natura”: parlando dell’ambiente al di fuori delle loro teste dovrebbero come minimo rimanere stupiti dell’enormità di specie e di varietà che la “natura” dispone, e dunque rendersi conto che, se è la salvaguardia dei giovani individui della specie Homo sapiens che hanno a cuore, allora dovrebbero rallegrarsi che un numero maggiore di coppie siano disposte e disponibili a crescere orfani (che comunque sono figli di coppie etero, e questo non lo nega nessuno), ma soprattutto che la maggior varietà ha permesso alle specie di sopravvivere e di adattarsi, e dunque l’omosessualità è in ogni caso una risorsa naturale, non una deviazione. Inoltre negare un diritto ad una varietà sessuale di aderire ed esprimere il proprio sentimento materno e familiare equivale a distruggere e annichilire un ecosistema, a estinguere una linea di sangue, a pervertire quella straordinaria strada che la natura umana ha iniziato e ha percorso fin dall’inizio della sua comparsa sulla terra e che ha meravigliosamente definito civiltà.

cosa stanno sorvegliando?

cara sentinella, se sei contro l’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale, allora (almeno) dovresti essere contro :

1) una madre single che ha perso il marito;
2) un padre single che ha perso la moglie;
3) una madre single che vive a casa della madre vedova;
4) un padre single che vive a casa del padre vedovo;

se la tua opinione è che i figli possano essere cresciuti solo da una coppia formata da un padre e da una madre e sei contrario all’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale , allora dovresti essere anche a favore di obbligare:

1) madri single a sposarsi
2) padri single a sposarsi

e nel peggiore dei casi dovresti essere a favore dell’allontamento dei figli da questo tipo di famiglie.

di contro, se sei convinto che una coppia omosessuale non abbia i requisiti naturali per crescere un bambino, allora dovresti spiegarmi in quali famiglie pensi che siano cresciute le persone omosessuali, le quali, visto che ancora non possono adottare devono essere cresciute in famiglie formate da coppie etero;

dunque la domanda che ti faccio è: se una coppia omosessuale dovesse (o potesse) influenzare la sessualità di un figlio, questo dovrebbe essere vero anche per le coppie etero, allora come è possibile che coppie etero abbiano avuto figli omosessuali?

l’unica cosa a cui servono le sentinelle è proteggere cose o persone e nessuno sta mettendo in pericolo niente, dunque le sentinelle sono inutili.

Il tetto del convento

Immagine

Quando ero piccolo mio padre mi raccontava una storia:

Un muratore un giorno portò il figlio con sé a lavorare. Gli aveva fatto dei discorsi prima di arrivare al convento, e pensava di essersi spiegato bene. Il tetto del convento era vecchio, le tegole erano rovinate e il controsoffitto quasi del tutto marcio. L’umidità aveva invaso molte delle celle occupate dalle suore e il muratore aveva molto lavoro.
“Le suore hanno pochi soldi e non possono risistemare tutto, ma per fortuna che ci sono loro, altrimenti noi non mangeremmo” aveva detto il muratore al figlio una volta arrivati. Il muratore si era preso l’incarico di rifare l’intonaco e di ritinteggiare le pareti e aveva lasciato il tetto al giovane figlio, per via di una sua intelligenza ingegneristica, un’intuitività geometrica che aveva dimostrato fin da piccolo.
Quando il muratore aveva finito salì sul tetto attraverso l’abbaino e vide il figlio tutto tronfio del lavoro completato. Il muratore si avvicinò e gli disse che aveva fatto un ottimo lavoro, ma che non aveva capito un cazzo.
“Se non lasci un buco per farci piovere dentro le suore non ci chiamano più, e il mese prossimo come mangiamo?” gli domandò il muratore con quel tono di scherno che si usa per i bambini che in fondo non possono ancora sapere tutto delle vita. Prima di scendere il muratore tolse alcune tegole e le mise da parte, tanto le suore lassù non ci sarebbero mai salite…

Sempre mi era sembrata una storia arguta sull’intelligenza contadina e sulla stupidità del clero, sull’avarizia e sulla mancanza di lungimiranza, di programmazione e di energia intellettuale. Adesso che sono grande e che la mia intelligenza è ben formata dall’esperienza non posso che leggere questa storia come un apologo. Il muratore sono i politici (e non c’è nessuna allusione alla massoneria, la storia era così, e così l’ho lasciata); le suore sono i ricchi; e il figlio sono i giovani e le persone oneste.
Poi ci si domanda perché si abbandonano le famiglie e si incendiano le strade…

Lettera di un disoccupato all’Universo

Immagine

Caro Universo,
io e te ci siamo sempre capiti. Sono una parte di te e tu te ne sei sempre stato sia fuori che dentro di me in un equilibrio piuttosto interessante. Durante la mia vita non ho assistito a tutto quello che tu invece hai avuto la fortuna di osservare: scontri interstellari, esplosioni di nove o civiltà extraterrestri che sconvolgerebbero la vita di noi umani e delle altre specie se solo potessimo entrarci in contatto. Tutto sommato però, sulla Terra noi sapiens tra politica, guerre e ingiustizie sappiamo come passare il tempo. Insomma, così come nella mia vita, anche nella tua, verso queste parti non c’è stato granché di movimento, viste le premesse.
Tuttavia ora le cose sono cambiate.
Forse te la sei presa perché all’inizio pensavamo che tu fossi semplicemente finito: la Terra al tuo centro e un essere onnipotente al di là delle stelle fisse che, tra le altre cose, raccontavamo addirittura che ti avesse creato. Capisco che ci sei rimasto male, ma per uno grande e grosso come te non credo che possa risultare un’offesa poi così grave; è stato solo un breve periodo di tempo della nostra storia: rispetto alla tua età si può paragonare all’esperienza di un bruscolo in un occhio di un essere umano: non è la fine del mondo. E infatti abbiamo rimediato: il sole è tornato al centro della galassia (in un angolo periferico di questa a dire il vero) e tu sei tornato ad essere infinito, come era giusto che venissi descritto.

Forse non ti è garbato l’ulteriore passo che abbiamo fatto? Da un unico Universo siamo passati agli Universi paralleli e al Multiverso: non pensiamo che tu sia schizofrenico, o ambiguo, o bifido, o biforcuto o dissociato (semmai sta a noi capire perché tutti questi termini hanno un che di spregiativo…), ma semplicemente ti abbiamo studiato e sei talmente grande, infinito e fondamentale per comprendere la trama delle nostre vite, e della materia diffusa che ci circonda, che un unico Universo infinito ci sembrava ancora troppo poco. Di cosa ti lamenti?
Te ne stai in panciolle tutto il giorno e tutto quello che capita di interessante e di più fico te lo puoi godere in diretta e dal vivo, mentre io non posso permettermi nemmeno l’abbonamento alla pay-tv. Insomma il problema che ti volevo sottoporre è che qualcosa nel caso o nella necessità, nel fato o nel destino, per me è cambiato di colpo.

Per prima cosa non sono più sfigato e questo comporta delle responsabilità.
In secondo luogo il lavoro non mi trova più come una volta, quando venivo cercato e mi venivano offerti impieghi, commissioni, consulenze ecc. Adesso capita che più lo cerco e più il lavoro scappa in una fastidiosa pantomima di attrazione/repulsione che pare il rincorrersi amoroso dei personaggi di “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare in preda alle fantasticherie dovute al fiore magico che Puck ha fatto mangiare loro.

Ho forse mangiato fiori magici e per questo non riesco a trovare cosa sto cercando? Mi sembra di no. Se te la stessi prendendo con me per quel bruscolo nell’occhio di prima vorrei capire perché proprio io, cioè: non che non sappia che altri stanno messi peggio e che li stai trattando davvero di merda, ma mi piacerebbe capire perché d’un tratto hai cambiato la prassi a cui mi ero abituato.
Oppure, caro Universo, stai cercando di dirmi qualcosa in maniera negativa? Se il lavoro non mi trova più come una volta e io che lo cerco non lo trovo, allora significa che non devo lavorare? davvero è questo che stai cercando di dirmi, Universo? Altresì non si spiega allora perché non mi fai trovare portafogli per terra o sulla soglia di casa o direttamente rotoli di banconote avvolte con elastici o mazzette ripiegate in una molla d’oro (solo per elencare alcune delle più comuni maniere cinematografiche di mostrare il denaro guadagnato disonestamente), e anche non si spiega perché nello stesso giorno mi si è rotta l’aspirapolvere, la forbice, l’abat-jour e non riesco a trovare più i coperchi né delle pentole né quelli delle padelle, e sì che non c’è bisogno che ti spieghi le virtù del microclima umido che grazie ad essi si crea quando salti le verdure!

Quando ero piccolo capivo se mia madre era stanca dalla consistenza del purè: se ci trovavo pezzetti di patata era stata una giornata pesante, se invece aveva la consistenza morbida delle nuvole significava che aveva avuto il tempo e la passione per rendere i tuberi davvero una purea. Ed la stessa cosa con te: il gusto delle cose che una volta era quello delle nuvole, da qualche tempo ha il sapore della sabbia, in bocca mi ritrovo polvere, e non è quella di stelle, ma dei più bui angoli e delle malcelate preoccupazioni. Le cose sono due: o sei stanco, ma non riesco a capire il messaggio, oppure il periodo nero che sto passando è solo una singolarità, l’ennesima, alla tua presenza, dentro e fuori di te. Tu che sei la madre di ogni cosa, spiegami finalmente cosa sta succedendo.

Tanto lo so che non risponderai, con tutto il nulla che hai da fare immagino che tu sia davvero impegnato, proprio come me: disoccupato forse, ma incantato dal tutto.

La Grande Abbuffata

Immagine

“La grande abbuffata”, il film capolavoro di Marco Ferreri, ha compiuto 40 anni. Oserei dire i suoi primi 40 anni, o anche che non li dimostra e che è tra i miei film preferiti e che chi non l’ha visto nemmeno una volta nella vita dovrebbe farlo, almeno per il gusto di scandalizzarsi ancora in questo momento in cui sembra (molti lo dicono, ma lo dicevano anche nel 1600) che è stato detto tutto e che non c’è più nulla da dire. A detta dell’autore questo film è “fisiologico”. In effetti c’è tutto: nascita, morte, sesso, cibo, merda e tutte le sensazioni possibili con i cinque sensi e le arti che li nobilitano: musica, danza, alta cucina, bellezza e morte, e visto che al cinema il più difficile da trasmettere è l’odore, c’è anche molta merda, ché questa la conosciamo tutti.
Il film narra la messa in opera del suicidio collettivo di quattro amici ognuno dei quali incarna un simbolo della società di massa: un giudice (che è rimasto bambino e ha rapporti sessuali non completi con la sua vecchia levatrice innamorata di lui); un cuoco (che ha un famoso ristorante, ma non va più d’accordo con la moglie e ha ormai perso le speranze che i “ricchi” capiscano qualcosa di cucina, ovvero se la gustino, importante è solo che il piatto sia complicato e che costi tanto); un produttore-regista televisivo (di tendenze omosessuali si è ridotto a portare sullo schermo prodotti commerciali e deve fare i conti con una figlia che è il prodotto di questa mercificazione della società e che non capisce la differenza tra il saper fare qualcosa e il credere di saperlo fare); e un pilota di linea (che incarna il mito del playboy italiano, un marinaio dei giorni nostri che vive solo della gloria delle sue conquiste, ormai impotente).
L’idea dei quattro è che Ugo (Ugo Tognazzi), il cuoco, prepari quanto di più prelibato la cucina (francese e italiana) abbia mai potuto inventare e che si mangi fino a morirne. Lo aiuta ai fornelli Philippe (Philippe Noiret), il giudice, che vede in quest’occasione il modo di imparare qualcosa di nuovo e allo stesso tempo di non pensare alla miseria del mondo e della sua vita. Mentre Michel (Michel Piccoli) si dedica alla danza e alla musica e Marcello (Marcello Mastroianni) si dedica alla meccanica, mettendosi alla riparazione di una Bugatti abbandonata nel garage della villa in cui consumeranno il loro ultimo pasto e la loro stessa vita.
Marcello e Michel pensano che senza donne non si possa festeggiare adeguatamente e Ugo è d’accordo con loro. Solo Philippe è contrario a chiamare delle prostitute, molto probabilmente perché sono le uniche donne che ha conosciuto in vita e avrebbe preferito un ritiro di soli uomini. Tuttavia dopo la prima notte, la giornata si apre con la visita di una maestra con la sua scolaresca: nel giardino della villa c’è il tiglio sotto il quale il grande poeta satirico francese Boileau amava riposare e scrivere e lei fa una lezione ai suoi alunni.

Immagine

La maestra, l’affascinante e giunonica Andrea (Andrea Ferreol) viene invitata alla festa della sera stessa da Ugo, quasi a voler completare il cerchio con le tre prostitute che un annuncio messo da Michel e Marcello sta cercando. Philippe è già innamorato di Andrea e il suo arrivo non fa che scatenare le passioni durante la festa in cui tutto è esplicito: il cibo, le passioni, l’impotenza (razionale e fisica di Marcello), il rapporto tra il bene (Andrea, maestra e Madre) e il cosiddetto male (le tre prostitute, ovvero le parche, ovvero le furie, ovvero le tre marie). Tutto si smussa, si amalgama, diventa un tutt’uno di essere e non-essere, le contraddizioni si capovolgono e quello che ne esce fuori è la vita in tutte le sue sfaccettature, contraddizioni e ovvietà, verrebbe da dire. Non c’è moralità, né censura che tengano, di fronte all’autodeterminazione. In questo film ogni personaggio è puro come dovrebbero essere puri gli essere umani e lasciati vivere (e morire) a loro piacimento, come garba alla loro idea di vita. Nel film ci sono anche simboli, ma non sono surreali né rimandano a significati altri.
La morte è una parte della vita, ma è fredda. Marcello, dopo gli inutili tentativi con le prostitute, non riesce a scopare nemmeno con Andrea (la Madre e la Maestra) e si lascia morire assiderato dentro la Bugatti che è riuscito a rimettere in moto.

La battuta è che finalmente, diventato un pezzo di ghiaccio, è duro, come il cazzo che voleva essere, ma in realtà è anche il rapporto con la macchina, che egli uomo, è riuscito a mettere in moto, mentre non riesce a mettere in moto sé stesso. La prima frecciata alla società di massa. La morte di Marcello sconvolge Michel, innamorato di lui. Ha dei gravi problemi di meteorismo e gli altri lo mettono a letto e lo ingozzano, esattamente come fa il pubblico con la televisione, che sembra riversarci addosso la sua merda, ma in realtà è il pubblico ad accettarla passivo, a non riuscire a smettere di guardarla e di crederla buona da mangiare. A questo punto, infatti, inaspettatamente, uno dei cessi esplode e riversa tutta la sua merda in casa. Michel non sarà da meno della televisione che ha fatto fino a quel momento. Sembra che si sia rimesso, in realtà la merda che ha accumulato dentro di sé esplode, e muore così, in un lago della sua stessa merda.

Le prostitute sono andate vie e rimangono solo Ugo e Philippe. Andrea ha deciso di aiutarli e si accingono a preparare il piatto finale, un paté speciale fatto di tre carni diverse farcito e presentato in una torta gigante a forma di cupola di San Pietro. Facile o “troppo” facile anche qui fare del banale simbolismo. Le tre carni possono essere le tre persone della trinità e la cupola di San Pietro che si mangeranno è la fine (o l’inizio) della chiesa cattolica. Nell’intero film non c’è nessun altro riferimento alla religione. La scena è surreale poiché il piatto lo preparano tutti e tre insieme e sullo sfondo c’è la ghiacciaia con i corpi congelati di Marcello e Philippe, quasi a satireggiare sulla vita dopo la morte che altro non può essere che il proprio corpo surgelato, evidentemente. Philippe imboccherà fino ad un certo punto Ugo, il quale vuole finire quel capolavoro che ha fatto e che se preparasse per altri lo farebbe diventare miliardario, ma questi “altri” lo mangerebbero solo perché costa tanto, non perché saprebbero davvero apprezzarlo.

Immagine
Ugo muore steso sul tavolo della cucina (il suo regno dei sensi) mentre Philippe lo imbocca e Andrea lo masturba.
Philippe da ultimo, è quasi tentato di abbandonare il proposito fatale, ma Andrea assurge a Dea della Vita e della Morte e gli prepara un dolce a forma di tette e lo imbocca sotto il tiglio del poeta fino a quando, prima dell’ultimo boccone, si spegne.
È morta la tecnica (Marcello), è morta l’arte svenduta e mercificata (Michel), è morta la gioia di vivere il proprio nutrimento e la propria fisicità (Ugo), è morta anche la Giustizia (Philippe).
Andrea, Maestra e Madre, che ha fatto l’amore con tutti tranne che con Marcello, è pronta a ridare vita al mondo.
C’è tutto.

Nel nome del padre, del figlio e della raccolta differenziata

umido

Mangia!
– Non mi piace!
Come fai a dire che non ti piace se non l’hai nemmeno assaggiata?
– Lo so e basta. Il suo profumo mi dice che non mi farebbe bene: per esempio potrei avere un’intolleranza alimentare che ancora non si è scatenata nel mio organismo per via dei fattori di crescita o perché non ho fatto ancora lo sviluppo, ma potrebbe darsi (e studi clinici, esperimenti con il sistema doppio cieco lo hanno stabilito) che il mio istinto – ovvero l’insieme dei miei sensi – sappia già la risposta del mio organismo a questo alimento ed è questa la ragione per cui non voglio mangiarlo, anche se a questo livello di consapevolezza è chiaro che posso soltanto rifiutarmi.
(Il padre guarda il figlio con un misto di rispetto e di rabbia)
Mangia e zitto. Ti rendi conto che in Africa ci sono dei bambini poveri che una roba del genere se la sognano e ogni giorno ne muoiono di fame a migliaia e migliaia?
– In Africa le persone muoiono perché l’Occidente le ha sfruttate per secoli, instaurato lo schiavismo e in seguito depredato le materie prime del continente nero imponendo protettorati e insediando colonie. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e le dichiarazioni di indipendenza e la formazione di Stati secondo l’idea occidentale di democrazia, l’Occidente ha orchestrato regimi fantoccio per poter controllare le risorse e avere una ricaduta positiva sui propri mercati dove le stesse, lavorate e riconvertite con manodopera a basso costo, vengono rivendute ottenendone un plusvalore talmente alto da permettere alle multinazionali di influenzare le stesse politiche cosiddette liberali dei paesi sviluppati. Multinazionali che mutatis mutandis sono anche produttrici degli stessi intrugli che ci propinate ogni giorno ignorando frutta e verdura a chilometro zero o la carne di animali che non vengono sottoposti a vere e proprie torture chimiche e fisiche (se proprio non ce la fate a diventare vegetariani) e ignorate altresì tutta la merce equo-solidale che viene prodotta e vendute senza intermediazioni dalle popolazioni locali dei paesi sottosviluppati.
(il padre è quasi d’accordo, ma la zuppa si sta raffreddando)
Mi vorresti dire che preferisci che tutto questo “bendidio” vada sprecato?
– Non è affatto vero che rifiutandomi di mangiare venga sprecato questo “bendidio” (termine ormai in disuso utilizzato solo da persone vittime di banali superstizioni metafisiche le quali credono nella semplicistica spiegazione che l’origine del mondo e della vita sono dovute alla loro creazione dal nulla da parte di un essere soprannaturale. È risaputo e scientificamente provato che la vita sulla terra si è sviluppata probabilmente per caso e si è evoluta grazie alla selezione naturale). Nel nostro comune è in atto da alcuni anni la raccolta differenziata. La partizione definita “residuo umido” viene raccolta in appositi sacchetti di “mater-bi” (una plastica completamente biodegradabile che è stata sviluppata negli anni ottanta e soltanto da pochi anni, grazie alle insistenti campagne mediatiche di poche persone chiamate “ambientalisti” la politica ha in parte accolto le loro proposte e si è compresa la loro importanza per la salute umana e per la salvaguardia dell’ambiente di cui gli esseri umani fanno parte); grazie a questa plastica e all’accurata selezione dei rifiuti che tu, mamma, e i miei fratelli e sorelle fate ogni giorno, i sacchetti possono essere inseriti nel gassificatore fuori città, un deposito in cui il cosiddetto compostabile si degrada fino alla completa decomposizione. Questo processo genera gas. Il gas prodotto viene opportunamente selezionato, addizionato di mercaptano e poi reintrodotto nella rete cittadina. È per questo che da qualche semestre ti sembra di pagare meno il riscaldamento. Non lo stai pagando meno, costa di meno grazie alla raccolta differenziata. Dunque, anche se buttiamo questo cibo, che tu definisci “bendidio”, alla fine ci tornerà indietro in forma di gas (una parola che deriva dal greco caos, disordine e che invece la polizia utilizza per mantenere l’ordine, non è strano?). Come puoi vedere non c’è niente di male a non mangiare la zuppa. Grazie lo stesso, io ho finito.
(il padre guarda il figlio come se fosse un alieno)
ma hai nove anni, com’è possibile che sai tutte queste cose: alla tua età non puoi giocare alla playstation e basta?
– non solo in questa città esiste una biblioteca, ma ogni mese paghi una connessione ad internet che è molto comoda per scaricare quelle guide che ti piacciono tanto sulla biomeccanica delle interconnessioni umane e altre amenità, ma ogni tanto si trovano anche quelle informazioni che superano il semplice interesse materiale e sessuale e possono influire positivamente sulla crescita intellettuale dei più giovani così come dei più anziani.
(il padre si guarda intorno sperando che la moglie non abbia intuito l’uso disinvolto che il figlio fa degli eufemismi e pensa che dovrà far finta di inserire il filtro parenti nel computer di famiglia)
Ma da dove è uscito questo qua? (domanda alla moglie)
– dal momento che lo chiedi è certo al 75% che non sono figlio tuo poiché tutti i miei fratelli  e sorelle non hanno gli occhi azzurri come te e mamma, invece io sì. gli occhi azzurri sono molto appetibili sessualmente non semplicemente perché sono belli, ma soprattutto perché fin dall’antichità si era capito che fossero un carattere recessivo, ovvero era facilmente intuibile che a seconda di chi avesse gli occhi azzurri tra i genitori, se i figli ce l’avevano oppure no, si poteva affermare se la madre fosse stata con un altro.
(il padre sviene)
– non siete stati voi a volere dei figli intelligenti e studiosi?

il gioco delle parti

In questo mondo dominato dal capitalismo economico e finanziario ognuno ha la parte che gli spetta. c’è chi si lamenta, chi vive di rendita, chi lavora indefessamente, chi non ama il suo lavoro ma non può permettersi di lasciarlo; c’è chi adora la sua vita tragicamente normale, c’è chi odia il tran-tran quotidiano ma non sa immaginarsi un’altra vita. C’è poi chi è ancorato al vecchio stilema operaio/padrone seguendo il quale se il padrone vuole chiudere la tua fabbrica e licenziarti per ragioni economiche (quindi per giusta causa che più ingiusta non c’è, direi) alla fine si incazza e va davanti al ministero dello sviluppo economico a dare la colpa al ministro. Gli operai di quella fabbrica sono gli unici a sapere se la fabbrica in questione produce davvero qualcosa che ha ancora mercato. O almeno dovrebbero saperlo. Gli operai di quella fabbrica chiedono che il governo intervenga, che interpelli qualche altro imprenditore o gruppo che acquisti la fabbrica. C’è chi dice che lo stato dovrebbe acquistare la fabbrica per non lasciare a casa gli operai. Nessuno, mi sembra, ha pensato ad una soluzione rivoluzionaria. Gli operai che credono davvero nelle possibilità della fabbrica che non vogliono lasciare dovrebbero avere il coraggio di comprarsela. Mettersi tutti insieme, decidere la forma (cooperativa, srl ecc.) e chiedere finalmente qualcosa di sensato al governo: garantire per loro l’accessibilità ai vari mutui che gli operai dovranno per forza aprire con svariate banche (o solo con una). La rivoluzione è il capovolgimento dello stato di cose presenti. Dopo tutta la Storia che ci è passata davanti, sotto, dietro e sopra non riesco ancora a credere che degli operai nel loro sacrosantissimo diritto di veder garantito il loro posto di lavoro non riescano però a prendersi anche la responsabilità di fare qualcosa di proprio pugno. La consapevolezza dei propri diritti sta anche nel non sottomettersi alle ingiustizie altrui. I padroni non sono i salvatori del mondo, ma gli sfruttatori da combattere. Gli operai che ho visto manifestare ce l’avevano con i vecchi padroni, se la sono presa con il ministro dello sviluppo economico (che non si sa cosa ci stia a fare) e non vedono l’ora di avere un nuovo padrone. Non vi sembra un tantino capitalistico, paternalistico e già visto, tutto questo?

la zappa sui piedi

La regina Elisabetta II mentre non riesce a scavarsi la fossa da sola
La crisi economica è un evento surreale con effetti molto concreti. Ogni volta che un grosso ribasso colpisce le borse i telegiornali parlano di miliardi bruciati. Un ottimo esempio di disinformazione. Come se ci fosse un oscuro impiegato che in un ufficio di Piazza Affari spalasse banconote da cento, duecento e cinquecento euro dentro un inceneritore. Io me lo sono immaginato un sacco di volte. La verità è che la crisi (e non dovrei dirlo io) è dovuta ad una cattiva redistribuzione del reddito. I capitali (“molti molti soldi” in gergo tecnico) vengono accumulati, reinvestiti in mercati senza controllo e poi utilizzati per speculare nei mercati deboli, in modo da ottenere un effetto Swiffer. Passano la velina appicicosa e si portano via tutti gli spiccioli come fosse polvere accumulatasi negli angoli. E i giornalisti dichiarano: “Oggi bruciati tot miliardi”.
La crisi economica è endemica in quelle economie non organizzate da un potere centrale in cui ognuno è libero di fare il cazzo che gli pare e in cui le persone vengono illuse di poter coltivare le proprie passioni artistiche, le proprie velleità e i propri sogni, sicuri che non ne pagheranno lo scotto. È questa l’illusione più grande. Se il numero dei lavoratori dell’intelletto (professori, scrittori, giornalisti, artisti in genere ecc.) supera quello dei lavoratori manuali è gioco-forza ottenerne una bella crisi economica. Se tutti quelli a cui è stato consigliato di andare a zappare ci fossero andati non saremmo in questa situazione. Non che zappare sia così facile e forse è così che doveva andare. Abbiamo risparmiato a molti “intellettuali” di darsi la zappa sui piedi. O, in fondo, quel disinteressato invito aveva questo scopo recondito.