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La tosse

PHO.09Apr26.159482

Quest’epoca ha reso l’umanità un tantino più felice e un tantino più triste, ma soltanto per il fatto che nell’ultimo secolo, invece di aumentare la felicità abbiamo aumentato di circa sette volte l’umanità e quindi la felicità è aumentata collettivamente, non individualmente. In sovrappiù mi sembra che le elementari conoscenze scientifiche acquisite negli ultimi secoli non siano state assimilate dalla maggioranza e che, le persone in generale e i molti in particolare, non abbiano accesso a quel grado medio di conoscenza auspicabile e siano rimasti attaccati al palo delle proprie particolari impressioni a discapito dello stato di conoscenza oggi possibile.
Mi ero fatto un giro per le librerie della città a tentare la carta vetusta, ma sempre popolare, della ricerca del lavoro porta a porta grazie a quello scambio che si definisce “incontrare le persone” domandando in giro se ci fosse richiesta di personale. Naturalmente fare il commesso in libreria è un mestiere molto appetibile e non ho trovato nemmeno il minimo spazio, la minima speranza. Un vecchio libraio ha coronato la mattinata rispondendomi “Magari”, parola che ha la curiosa caratteristica di poter essere diverse parti del discorso. Da ottimista l’ho intesa come avverbio, come se significasse un “forse” o un “può darsi”, ma alla mia seconda domanda il libraio chiarì che l’aveva usata come interiezione, esprimendo il vivo desiderio che un collaboratore possibile fosse anche necessario.
La mancata estinzione di acquirenti compulsivi di libri l’avrebbe convinto ad assumermi, ma sappiamo bene tutti che nonostante la grande distribuzione i grandi lettori sono scomparsi come la maggior parte delle specie nel Permiano. Dunque ero risalito sull’autobus con il cuore deluso e pieno di amarezza. Mi sono seduto incerto se mettermi a leggere Memorie dell’aldilà di Machado de Assis, giusto per consolarmi che anche da morto di fame avrei potuto continuare a scrivere, quando dietro di me un bambino di cinque anni in braccio alla madre si è messo a tossire. Una tosse grassa e gorgogliante che pensai stesse per esplodergli in gola, e temetti che quella gelatina infetta mi sarebbe arrivata direttamente sul collo, come uno schizzo di putrida conferma al fatto che non siamo altro che portatori di virus e batteri, robot giganti al servizio degli individui evolutivi più piccoli dell’intera biosfera. Sentii il fiato caldo di quella piccola gola che non la smetteva di gorgogliare e il suono era nitido e talmente vicino al mio orecchio che arguii il bambino non dovesse essere stato edotto sulle elementari norme igieniche comportamentali da adottare in questi casi. E non è colpa solo della madre.
La diffusione di malattie et similia sembra sia soprattutto responsabilità diretta di medici e multinazionali del farmaco che diffondono pratiche mediche e farmacologiche atte a contrastare gli effetti dei disturbi e delle malattie e non invece ciò che, aristotelicamente parlando, dovrebbero essere contrastate, ovvero le cause efficienti. Avrei potuto chiedere al bambino di smetterla di armeggiare con un cellulare finto mentre la madre se lo cullava affettuosamente e lo consolava con coccole e riferimenti nella voce nel tentativo velleitario di calmare anche la tosse, vano quanto un enteroclisma per curare un mal di testa.
In questo affrancarsi dalla cause vere e presunte che permettono alle malattie di diffondersi e proliferare, già quasi un secolo fa, il non mai abbastanza compianto dott. Norman Bethune, eroe della guerra civile rivoluzionaria cinese che secondo Mao Zedong ogni comunista avrebbe dovuto prendere ad esempio, aveva capito, al di là di ogni eziologia, che la vera causa della disposizione alle malattie è la povertà. Egli si era ammalato di tubercolosi negli anni ’20 del XX sec. e la sua vita di chirurgo era stata quasi stroncata quando la notizia di una cura sperimentale lo fece decidere ad affrontare l’intervento che gli avrebbe salvato la vita. Da quel momento si dedicò anima e corpo alla causa degli oppressi e morì nello Shang Tzi di un’infezione nel 1939, al seguito dell’esercito rivoluzionario cinese comandato da Mao Zedong che combatteva una guerra civile per l’indipendenza della Cina e per il diritto dei popoli di governarsi democraticamente.
Non potevo pretendere che un bambino di cinque anni che mi sventolava addosso il suo bagaglio pernicioso di chissà quale ceppo batterico conoscesse la vita di Bethune, né che avesse consacrato la propria esistenza all’affrancamento dalla povertà e dallo sfruttamento di un popolo che nemmeno conosceva, ma so che avrei potuto pretendere almeno dalla madre la conoscenza del più elementare metodo di profilassi per le malattie a trasmissione aerea: la mano davanti alla bocca. Non solo perché è un gesto entrato di filato nel gruppo di quelli che denotano buona educazione, ma anche perché malattie che crediamo scomparse come la tubercolosi (ancorché ormai curabile con gli antibiotici) sono tutt’altro che scomparse. I poveri o gli appartenenti alle classi meno abbienti dovrebbero starci molto attenti a queste cose, invece l’ignoranza, che è sia causa che effetto della povertà,  diffonde simili comportamenti pericolosi più di quanto le malattie più contagiose avrebbero bisogno.
Non sopportando i gorgheggi catarrosi del piccolo servo dei virus mi alzai noncurante e rimasi in piedi vicino all’emettitrice. Alla fermata successiva l’autobus si riempì all’inverosimile e pensai che tutto il tempo che avevo tenuto la bocca serrata per evitare di respirare batteri altrui era stato perso in un attimo. Girato verso il finestrino guardavo nel vuoto mentre Bologna scorreva a pezzetti davanti a me. Poco dopo sentii il tossire cinguettante di una donna che, essendosi aggrappata alle sbarre per non cadere, non poteva usare le sue belle manine smaltate per evitare il fenomeno del contagio. La sua era una tosse secca e di solito può avere cause diverse quali una ridotta salivazione, un’eccessiva secchezza dell’ambiente o una compromissione temporanea delle vie aeree. In qualche modo sembra più pulita della tosse grassa e in qualche modo il soggetto che ne è affetto sembra più degno di carità, ma forse soltanto perché sappiamo che non ci sarà mai e poi mai una malcapitata emissione di espettorato.
La tosse secca, tuttavia, non è meno fastidiosa quando una persona te la spara tranquillamente in faccia, o come nel mio caso, direttamente sulla guancia sinistra. Forse avrei dovuto porgere anche l’altra per farmi carezzare completamente dal suo vento pestilenziale, ma preferii provare un passo di danza all’indietro e girarmi in avanti, sperando che le scudisciate tossiche della gentil signora sulla mia cuticagna avrebbero annullato quelle purulenti del bambino di prima. Prima di darle la visione del mio occipite però, la guardai attentamente cercando di non prolungare oltre il lecito il mio indagare. Più che povera di mezzi mi sembrò povera di spirito. Assomigliava ad una di quelle contadine tedesche del mio immaginario che non sanno altro che la differenza tra il latte e la birra e che subiscono da secoli l’incontrastabile autorità di un latifondista o, nel caso della signora tossente, di un capo dispotico a dire poco. E la gentil signora, vittima di soprusi in ufficio, sull’autobus si vendicava comandando ai suoi batteri di invadere i corpi indifesi dei passeggeri. Vidi il suo sguardo funereo velato di quella vergogna verso il prossimo tanto cara a chi subisce e che si trasforma in indifferenza verso l’altrui destino, così diffusa purtroppo tra chi con lei condivide la medesima sorte di povertà, materiale o spirituale che sia.
Mentre immaginavo sulla mia collottola la guerra civile tra i batteri della tosse grassa e quelli della tosse secca affrontarsi in campo aperto per la conquista del mio corpo come un mezzo per trasmettere il contagio, mi domandai se quelli che si mettono la mano davanti alla bocca siano più immuni degli altri, e non solo per l’evidente profilassi, ma anche per una predisposizione evolutiva. La tosse non è altro che il sintomo che il virus ha casualmente escogitato per utilizzare le vie aeree del corpo in cui si è annidato per propagarsi e riprodursi maggiormente. Magari (avverbio) chi è talmente beneducato e attento alla profilassi non evita il contagio perché il virus non riesce ad entrare, ma solo perché il virus intuisce che se entra in lui non potrà usarlo come nuovo veicolo e quel corpo sarà per lui una tomba. In questo dilemma contro-fattuale mi arrivò alle nari l’odore acre di un sigaro. Il mio naso era ormai all’altezza della spalla di una costosa giacca di cammello. Più giù vidi pantaloni di lana grigiofumo con una piega perfetta e scarpe fatte a mano di Branchini. Solo con quelle calzature ci avrei pagato dieci mesi di affitto a dir poco e allora guardai un po’ più su. Il collo di questo signore era avvolto da una vistosa sciarpa di seta indiana. La barba era curata fin all’ultimo pelo, la pelle liscia e tonica di un cinquantenne sicuro di sé. Era in piedi di fronte all’uscita e doveva essere salito senza biglietto per farsi tutta via dell’Indipendenza. Gente come lui si vede poco o mai sull’autobus. Aveva in una mano una ventiquattrore nera e ad un certo punto staccò l’altra mano dalla sbarra per coprirsi la bocca per un leggero accesso di tosse. Ecco come sono i ricchi! Non sono semplicemente educati, ma si tengono tutto per loro, perfino i batteri da cui sono stati faticosamente conquistati.
La fermata era vicina, avrei voluto che uno scossone più forte avesse costretto il ricco tossente a reggersi durante un accesso di quella che mi era sembrata una perfetta combinazione di tosse grassa e secca: allora io mi sarei girato e avrei accettato quel fiato di opulenza batterica sul mio collo disoccupato perché avrei voluto davvero prendermi quella tosse aristocratica, quel vento virulento che non voleva mischiarsi all’aria plebea dell’autobus, ma se ne rimaneva, come un fondo nero in un conto svizzero, chiuso nel palmo della mano curata di quel bel tomo.
Chi avrebbe vinto la guerra civile sul mio collo se un terzo esercito fosse sceso nel campo di battaglia contro i due eserciti plebei? Un esercito ben equipaggiato e riprodottosi con il DNA di uno che aveva avuto successo nella vita e che non spezzava il suo pane con i poveri e non divideva con noi nemmeno i suoi batteri?  Ai medici l’ardua sentenza.
L’autobus curvò liscio e sicuro intorno ai lavori in corso. Il piedino dell’autista accompagnò il pedale del freno con studiata grazia e fermò la vettura senza scossoni. L’uomo ricco scese col suo carico esclusivo ed io mi girai. Il bambino tossiva allegramente con la boccuccia spalancata e la gentil signora ora era seduta con le braccia conserte mentre il suo petto era scosso da quella secchezza bronchiale come se niente fosse, en plein air. Dietro di me sentivo due tossici litigare per un nonnulla. Non mi girai nemmeno.

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Dedicata a Bologna

Bologna sei una puttana.
Ci fai entrare senza pudore nei tuoi cortili
ci fai sbirciare sotto i tuoi portici,
ci fai intravedere i tuoi giardini,
ma non ci ami davvero. Sei umida
e ci illudi, ti fai pagare caro
perché sai che non ti si dimentica.

Bologna sei una vecchia baldracca.
Sai come fingerti giovane e rivoluzionaria,
come un’adolescente che si è fatta il primo pelo,
ma nascondi le tue rughe reazionarie
sotto uno spesso strato di trucco.
Sei alternativa soltanto in superficie,
e ci illudi, di accoglierci così come siamo,
ti fai pagare caro, di noi ti prendi la nostra meglio gioventù
e te la tieni.

Bologna sei una troia.
Grufoli da mattina a sera
e la notte passano a pulirti la stalla,
ma all’alba puzzi ancora e dopo il tramonto
si fa a gara ad imbrattarti, a pisciarti,
a cagarti addosso. E si vede che ti piace.
Attraverso le tue dodici vagine sfondate
fai entrare una fauna grottesca di studenti marinai,
banchieri pezzenti, piazzisti adulatori,
e immigrati orgogliosi e fieri
che tieni appesi ad un filo
che sembra un’altalena,
e invece è un capestro.

Bologna, sei una nuvola sporca
ci illudi che tra le tue pietre ci sia il cielo,
e ti fai pagare molto caro
questo angolo di paradiso terreno che sei
e duri solo il tempo di un bacio
e hai il fottuto sapore di un addio.

l’orizzonte dei dementi

quando ero piccolo vedevo la televisione sul televisore, leggevo i romanzi sui libri, ascoltavo la musica dallo stereo dopo averci inserito dentro le musicassette oppure i compact disk; se volevo giocare con un videogame prendevo la console nintendo 64 e l’attaccavo al televisore di cui sopra; se mi passava per la testa di voler approfondire per qualche stupido motivo una notizia, andavo in edicola a comprare un giornale: in esso potevo leggere anche: le previsioni del tempo, gli orari del cinema, potevo fare qualche gioco enigmistico e magari venire informato su qualche escort o su un centro commerciale nelle vicinanze; se dovevo fare una ricerca per la scuola andavo in biblioteca per consultare l’enciclopedia Treccani oppure la UTET, se non trovavo il romanzo che volevo leggere facevo lo stesso e mi perdevo dei pomeriggi tra gli scaffali sotto lo sguardo ebete di un bibliotecario che non sapeva nemmeno che E.A. Poe fosse americano; se non riuscivo a resistere alla voglia di aspettare che dessero in televisione un film di cui avevo sentito parlare, o una serie televisiva o un cartone animato, dovevo cercarli su qualche rivista specializzata (in edicola, o in medioteca, o da amici) e poi stare molto attento perché le videocassette erano delicate, prendevano polvere e le testine dei videoregistratori tradivano sempre; se avevo voglia di vedere un amico dovevo uscire e bussargli alla porta, suonargli al citofono, chiamarlo dalla strada per farlo affacciare alla finestra, oppure telefonargli dalla cabina con una moneta da L.200; se avevo voglia di fare una chiacchierata o di giocare in compagnia, o semplicemente sapere che cosa si diceva in giro me ne andavo in piazza, dove potevo attingere alle varie aree tematiche: bar, notizie di sport; angolo del castello, politica, gossip e nuova legge sulle pensioni; portone panzotto o loggia, nuova partita di droga in arrivo, hanno preso lo spacciatore oppure no?, chi si è messo con chi, chi ha scopato con chi. a seconda della notizia che volevo bastava andare nella parte della città che la conteneva e non ti chiedevano né le credenziali, né l’indirizzo di casa.
oggi, con la semplice macchina che c’è qua sopra (o con una simile) si possono fare tutte le cose elencate qui senza nessun sbattimento che non sia un pigiar di bottoni (che potrebbe anche diventare un neologismo sinonimo di un par di palle) con il conseguente ingrassamento delle chiappe e l’incistamento cerebrale che ne consegue. non si gira più che per bere e nelle discussioni, conversazioni e/o malversazioni beneauguranti si nominano link a siti, nickname e url oppure la più idiosincratica delle frasi: “Se metti X, su Google lo trovi”.
La ricerca, lo sbattimento e il conseguente consumo di chilometri, scarpe, dita e cortesia (perché quando devi chiedere “Me lo presti” devi anche essere persona gentile e degna di fiducia) si è trasformato in una semplice digitazione con successivo download con la conseguenza nefasta che il semplice scaricare sta diventando il surrogato del ben più godurioso consumare e che la maggior parte di quello che c’è nei nostri hard-disk rimane in attesa come in una scatola dimenticata di una cantina buia.
Lungi da me chiedere che si torni indietro perché anche Dante della selva selvaggia che “Tant’è amara che poco è più morte” ne parlò approfonditamente e non solo “per trattar del ben” che vi trovò, ma anche “de l’altre cose” che nell’Inferno aveva scorte.

da leggere attentamente

un libro non ha controindicazioni, ma ti sa indicare molte strade.

un libro non ha clausole scritte in piccolo, in qualche caso ha un’inutile fascetta promozionale.
un libro non ha restrizioni di lavaggio, non si restringe con l’inverno e non si dilata con l’estate, al massimo allarga i tuoi orizzonti.
un libro non ha l’elenco degli ingredienti, ma se è fatto con additivi e conservanti stai sicuro che non te lo consiglia nessuno.
un libro non ha date di scadenza, se ti dimentichi di consumarlo ti aspetta tutto il tempo che vuoi.
un libro non ha le note per gli allergeni e se proprio ti fa venire l’orticaria puoi sempre regalarlo.
un libro usato in maniera prolungata ed eccessiva non provoca nausea, vomito, diarrea o mal di testa perché probabilmente è il tuo preferito.
un libro può farti addormentare, ma di solito sveglia.
un libro può annoiarti, ma se lo abbandoni non ti chiede l’amicizia su facebook.
un libro può farti cagare, ma in questo caso non ti fa scappare al cesso come se avessi la sciolta.
un libro è un oggetto naturale a cui non è stato necessario adattarci.

della scrittura creativa

Ho sempre odiato i corsi di scrittura creativa. Sono secondi solo ai concorsi letterari (e quelli autorevoli sono presidenti onorari della mia lista personale). La ragione è semplice. Lo scrittore o gli scrittori che tengono il corso (come per esempio Lucarelli e la sua Bottega Finzioni) dove hanno imparato a scrivere? Non lo dicono. Se lo dicessero mi basterebbe andare da chi o da cosa ha insegnato loro a scrivere. Sarebbe molto più facile che versare dei soldi. Parecchi soldi. Perché a me pare che se uno vuole partecipare ad un corso di scrittura creativa per imparare ciò che non è riuscito a imparare da solo, allora forse dovrebbe prima imparare a leggere. Questo vale per la tecnica. Se stiamo invece parlando di cosa scrivere, allora siamo in alto mare. Solo imparando a giudicare il proprio lavoro si impara a scrivere. E le idee non può insegnartele nessuno. 
Nel caso di Bottega Finzioni è assolutamente vero che l’autorevolezza di Lucarelli & Co. è garantita, persino da me. Metterei la firma per partecipare. Ti danno pure una borsa di studio per almeno un corso, se non te lo puoi permettere e il tuo ISEE è sotto una certa soglia. Ma non è tutto oro quel che luccica. Per esempio: per accedere c’è una selezione. Per partecipare alla selezione c’è una quota da pagare: 50 euro. Partecipano alla selezione i primi 200 che versano la quota. Degli altri non si capisce se gliela restituiscono oppure no. Eppure per serietà si potrebbe evitare al 201° (e a quelli successivi) di tirare fuori la bella banconota arancione. 
Dicevamo dell’autorevolezza. Su questa non ci piove. Lucarelli mi fa impazzire come scrive (n.b.: questa frase è un anacoluto) e sono sicuro che è all’altezza del compito che si è prefisso. La sua Bottega è in partnership con Einaudi, la Rai e altri. La finalità del corso è di imparare a scrivere scrivendo. Sceneggiature, fumetti, libri & altro. L’idea è di avvicinare aspiranti scrittori a persone che lavorano già nel mondo editoriale e di farle lavorare su progetti concreti: tutto ciò è allettante e sicuramente proficuo per molti. Il vostro nome comparirà nei titoli di testa, tra gli autori di un libro scritto a più mani ecc. Ma perché devo pagare per scrivere e sperare di farmi conoscere, quando è il mio lavoro che dovrebbe essere pagato? In italiano questo genere di contributi ha un nome ben preciso: marchetta. Baudelaire diceva che tutti gli scrittori sono delle puttane. E infatti aveva ragione. Ma non si è mai vista una puttana che paga per farsi scopare.

la scrittura e il corpo

ho lo scheletro perfetto per scrivere un capolavoro.
mi manca la carne. è carne che non vendono da nessuna parte. non c’è mercato nero, non è un pezzo unico, non è nemmeno carne umana. 
è la carne dell’esperienza.
devi prima trovare il denaro. 
quello giusto non si trova in banca, non lo stampa la zecca, in ogni caso si sente da lontano e si capisce da vicino quando usi denaro falso. è una moneta che non puoi comprare, nè fabbricare, ma lo trovi dappertutto in giro per il mondo, sotto i culi dei Re, sotto i piedistalli delle statue, sulle pareti dietro i quadri nei musei, tra le pagine dei libri.
per acquistare quella carne devi prima scrivere quello che non si può scrivere, affinchè i Re si alzino stupefatti dai loro scanni, poi devi scrivere quello che non si deve scrivere, affinchè le statue scendano dai loro piedistalli. poi devi rubare le tele dai musei, senza che nessuno se ne accorga, nè prima nè dopo, arrangiati, se non sai come fare. poi devi capire che la letteratura è l’inganno più dolce, ma è come un gioco: se rispetti le regole perdere non è grave: il gioco perfetto è lo spazio che consente il funzionale movimento tra due parti… la meccanica dell’amore, contatto e distanza, entrambi specchi l’uno dell’altro.
ora che hai la carne devi fare attenzione a rimpolpare con oculatezza, con geometria e matematico estetismo quelle ossa che il poeta dichiara nude. 
dove le hai prese?, si domanda il profano. ho guardato più vicino che potevo, perché non permetto allo sguardo di scappare lontano. è ai miei piedi che cadono le bombe, che si ammucchiano cadaveri. parlano la mia lingua, non hanno fatto nemmeno un ridicolo chilometro. prima di essere esotico, guarda nella tua casa. fai uno sforzo di realtà. i torti e le verità non hanno bandiere.

la scrittura

la scrittura è nata per contare, enumerare e classificare le proprietà dei re. ancora oggi lo scrittore ha questo compito, mettersi a tavolino e enumerare le proprietà del sovrano di turno, sicuro del fatto che qualcuno leggerà il suo elenco. la scrittura può essere spoglia, una specie di albero senza foglie, in cui il nudo ritratto delle cose è l’aspetto fondamentale del suo periodo. Ma lo scrittore può anche gridare in faccia al suo oggetto quello che nell’elenco non c’è: la provenienza occulta di quelle proprietà, il furto somministrato a chi e a come, riempire di aggettivi la superficiale descrizione degli oggetti. La politica in fondo non ci interessa. I ricchi sono ricchi perché rubano a quelli che non hanno capito perché sono poveri. è una scelta tra la voglia di essere comandati e la voglia di comandare. Se nessuna di queste due strade ti piace il tuo posto è il ciglio, il guard-rail, il marciapiede, in una parola la polvere e l’estranietà, la solitudine di colui che sa ma non sa se scrivere oppure no. Capiranno quello che vuole dire? capiranno quello che sottintendeva quando scriveva, capiranno che i suoi attacchi non sono soltanto tali, ma che c’è davvero qualcuno che vuoi difendere? E questi che difendi sapranno mai che lo hai fatto? Davvero vale la pena consumarsi le dita per l’ingratitudine?