Archivi tag: vita

Contro le religioni

Tutte le confessioni religiose si dicono contrarie a uno Stato confessionale, organizzano tavoli di confronto, conferenze e dibattiti per ribadire l’importanza e il valore sostanziale della vita umana e dei diritti civili. Allora perché quando si discute se lo Stato italiano debba o meno dotarsi di leggi o strumenti giuridici che permettano di allargare i diritti civili delle persone, tutte le confessioni religiose si preoccupano di organizzare campagne, conferenze e dibattiti contro diritti civili quali il matrimonio omossessuale, l’eutanasia, l’inseminazione artificiale o l’utero in affitto, l’equiparazione della tassazione per le attività commerciali religiose come se questi non avessero un valore sostanziale per lo Stato in cui mancano? La risposta è una sola. Le religioni sono contradditorie. Da millenni la civiltà nel suo più alto significato, per affermarsi ha dovuto combattere  solo contro una cosa: l’oscurantismo religioso e l’autorità della verità rivelata che non avevano altro scopo che il controllo delle masse e l’affermazione del  potere politico. Le religioni hanno causato direttamente e indirettamente la morte delle più grandi menti che siano apparse sulla faccia della Terra: Socrate, Ipazia, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Cartesio, Cardano, Campanella, Tommaso Moro, Oscar Wilde, Alan Turing solo per ricordarne alcuni. Personalità che hanno contribuito all’elevazione dell’uomo da semplice macchina termodinamica a essere capace di sconfiggere le malattie, il dolore e l’ignoranza, di portare la cultura umana a un livello visibile e chiaro, materiale e sottoponibile a giudizio, in una parola a rendere l’uomo libero dalla schiavitù dell’altro uomo e non soggiogabile né alle parole, né alle credenze di altri solo perché sono o sarebbero della maggioranza.

A questo punto mi domando se una società che vuole affrontare coerentemente con i suoi cosiddetti valori le sfide del suo tempo, non debba allargare i suoi diritti subito e senza remore, altrimenti quelle che sembrano apparire solo come delle resistenze psicologiche e incomprensibili di poche sacche di oscurantismo all’interno della nostra società, possono invece diventare la preparazione del terreno ideale per uno Stato confessionale e terroristico che non deve far altro che arrivare e bussare alla porta giusta. Non c’è scritto nella Bibbia “chiedi e ti sarà dato”?

Annunci

L’autista

Non conosco nemmeno uno stronzo.
È una cosa strana lo so. Il mondo è pieno di stronzi e anche a me, come sicuramente a voi, è capitato di incontrarne qualcuno, ma per fortuna non li frequento.
Avevo preso l’autobus per una di quelle che io chiamo corse di alleggerimento. Non avevo la macchina (e non ce l’ho tuttora, per questo non posso rispondere a molti annunci di lavoro e quando mi avevano chiamato per lavorare all’aeroporto mi hanno scaricato quando hanno saputo che non avevo la macchina) ed ero nervoso. I poveri come me, non potendo sfogarsi al volante salgono sul primo autobus e si fanno guidare dal destino o, come in questo caso, da uno stronzo.
Io non ce l’ho con la categoria degli autisti, sia chiaro. Odiare una categoria solo per il lavoro che fa sarebbe stupido; ancora più stupido è credere che non ci siano persone, in una determinata categoria, che sappiano quanto le persone le odino e che non cerchino perciò di cambiare le cose comportandosi meglio, rispettando le regole e pretendendo dai colleghi altrettanto ecc. ecc., e non sto parlando della sola categoria degli autisti. Il discorso è davvero generale e vale per gli idraulici, per i meccanici, per i finanzieri, per gli avvocati, per i politici. Forse per i politici no.
Fatto sta che la mia corsa di alleggerimento imbeccò in un’autista stronzo che è un po’ come essere giù di morale e chiamare la persona più lamentosa del mondo per farsi tirare su, e poi finisci sotto un treno e ti domandi se non sia un po’ anche colpa tua. Ma come per i genitori, l’autista non te lo scegli e a me toccò costui.
Aveva gli auricolari su e già al capolinea parlava di affari con un accento molto stretto e a voce piuttosto alta.
Ora io lo so perché nessuna azienda vuole assumere un laureato per un lavoro che potrebbe fare anche un semplice diplomato (o perché bandiscono concorsi pubblici in cui la tua laurea non vale quasi niente): i laureati sono odiosi e se uno si ritrova nella categoria degli odiosi è difficile che non venga odiato, vi pare? Io per primo mi riconosco in questa categoria perché ho questo atteggiamento di superiorità nei confronti di chi non è laureato, perché mi considero capace di un’ampiezza di vedute che tende a risolvere i problemi, a considerare il modo migliore di fare una cosa ecc. ecc. tutte quelle cose odiose che quando ve le dicono cominciate subito ad odiare chi ve le sta dicendo. Ecco. Caratteristica degli odiosi è di trovare spesso e volentieri gli altri odiosi. E infatti trovai l’autista del 14C subito odioso per due motivi: 1) parlare a voce così alta in stretta cadenza regionale mi fa pensare che studiare è stato inutile, che tutto quello che ho imparato su me stesso e sugli altri e sul mondo non mi permetterà comunque di superare il concorso per autista di autobus e che costui in persona, come rappresentante dell’azienda di trasporti sia un tipico esempio di revanscismo regionalista che non può fare nulla per la causa dell’integrazione dei nuovi italiani, anzi la ritarderà proprio perché è anche, metaforicamente, la nostra guida; 2) in quanto autista è responsabile per le nostre vite, ma anche parte integrante del servizio pubblico, e trovavo che fosse una forma estrema di mancanza di rispetto, in quel momento, parlare al telefono di rivendita di pezzi di ricambio per auto, investimenti in una catena di negozi nello stesso ramo e anche in quello delle auto usate, perché, dal mio punto di vista odioso, anche se non riesco a condannare l’iniziativa privata e l’interessamento di questa persona per il miglioramento della propria condizione economica e/o lavorativa, mi dava proprio l’idea di un dipendente pubblico a cui non fregava proprio un cazzo del lavoro che stava facendo, ma che anzi lo stava svolgendo come ripiego temporaneo e durante l’orario di lavoro si stava facendo, letteralmente, gli affari propri.
Il che mi portava a due amare conclusioni: a) in Italia per lavorare nel settore pubblico devi disprezzarlo, conditio sine qua non per superare il concorso (una forma psicologica di serendipità, probabilmente); b) la condotta di un dipendente pubblico, qualsiasi essa sia, non influisce sul rapporto di lavoro, ergo nella PA è pieno di gente che se ne frega o è almeno quello che arrivano tutti a pensare a discapito dei dipendenti virtuosi, che evidentemente ci sono, ma nessuno riesce mai a vedere.
Dal momento che avevo capito che l’Universo mi stava per dire qualcosa non potevo più allontanarmi, ma tendere l’orecchio e ascoltare cosa aveva da dirmi, anche se con quella corsa avrei voluto solo rilassarmi un po’ come quando ci si prende un bagno profumato, e non ero in vena di insegnamenti zen, ma tant’è.
Alla prima fermata una coppia assortita si affacciò all’ingresso anteriore per cercare informazioni dall’autista. L’uomo era vestito con un completo grigio impeccabile, camicia bianca e cravatta rosa. La donna era abbigliata con un vestito tradizionale a fiori, la testa era coperta con un velo lilla e aveva delle babbucce di seta ai piedi. Avranno avuto entrambi sui cinquant’anni e oltre ad essere dignitosi nell’essere un po’ spaesati, avevano quella generale aria di serenità delle popolazioni del sud est asiatico che me li faceva sempre vedere come imperturbabili e tendenti ad una invidiabile felicità terrena in qualsiasi avversità. Toc toc. Chi è? Uragano. Prego, si accomodi…
Tra tutte le parole che l’uomo mi parve di pronunciare dopo che l’autista domandò una piccola pausa al suo interlocutore al telefono, credo di aver capito “stadio” e “barca”. Trovandoci al Pilastro quell’autobus li avrebbe portati eventualmente sia allo stadio che al quartiere Barca, ma l’autista – particolare molto diffuso nella categoria – non conosceva né in particolare le zone che la linea che stava guidando attraversava, né tantomeno il nome di alcuna fermata della stessa, e tanto bastava per definirlo uno stronzo, oltreché incompetente, secondo me. Il signore ben vestito insisteva. Era l’ora del tè in Inghilterra o era passata da poco e mi immaginavo che la coppia dovesse andare a cena da qualche parte o a un ricevimento, o comunque a trovare qualcuno che rispettassero molto. L’uomo cercava di esprimersi al meglio, ma non conosceva perfettamente l’italiano e smozzicava molte parole. L’autista, che l’italiano non lo conosceva meglio, cercava di tirarla corta, sia perché non poteva stare fermo con l’autobus per troppo tempo, sia perché aveva degli importantissimi affari al telefono, ma anche perché stavano violando la regola d’oro degli autobus: non si parla al conducente. Sono d’accordo che se vuoi utilizzare un mezzo pubblico dovresti sapere meglio dove vuoi andare, ma la maleducazione è giustificata, se mai lo sia, solo da inescusabile malafede e mai e poi mai dall’incompetenza dell’autista. Fatto sta che l’uomo pronunciò le parole “centro” e “commerciale” in rapida successione e una luce brillò in fondo al tunnel dell’impazienza dell’autista.
“Ho capito. Salite” disse lo stronzo tutt’a un tratto gentile. L’uomo aiutò la moglie a salire il gradino tenendole affettuosamente il gomito e le porte si chiusero. Poi si avvicinò al gabbiotto per chiedere all’autista quando sarebbero dovuti scendere.
“Non vi preoccupate, ve lo dico io” disse guardando davanti a sé come doveva essere, ma ciò che in realtà vedeva era solo il suo roseo destino imprenditoriale e riprese la conversazione telefonica lì dove l’aveva lasciata.
“Come ti dicevo la percentuale di ricavo su ogni singolo pezzo per quel determinato comparto merceologico non supera le spese di stoccaggio dei colli se si utilizza un magazzino di deposito…”
Non successe nulla fino a via Massarenti. La coppia si era guardata intorno fiduciosa e speranzosa. La moglie si era seduta e non aveva mosso un dito. Dignitosa si era affidata completamente alle cure del marito e questi aveva creduto che l’autista avrebbe fatto quello che aveva promesso. Quando passò il Centro Commerciale di via Larga l’uomo ben vestito si era preoccupato, ma soltanto per un momento. L’autista non gli aveva detto nulla, ergo non era il loro “centro” e “commerciale” e aveva unito questa deduzione all’informazione che qualcun altro gli aveva dato: il centro commerciale di cui gli avevano detto non poteva essere così vicino, e probabilmente si trattava della Coop zona Stadio. Quando però arrivammo all’Ospedale S. Orsola, l’uomo vide la Coop San Vitale e pensò che aveva aspettato troppo e che l’autista sembrava troppo indifferente.
“Vedi, ti stai sbagliando un’altra volta. I pezzi di ricambio vanno alla grande durante le feste, soprattutto d’estate. La gente va fuori di testa durante le vacanze e consuma tutto: gomme, pastiglie, lampade, fanali…” stava dicendo l’autista al suo misterioso interlocutore. L’uomo ben vestito osò disturbarlo.
“Scusi, ma quando dobbiamo scendere?”
“Come? Ah già” disse l’autista “senti, aspetta un po’” disse al telefono e accostò all’ultima fermata di via Massarenti consapevole che di quella coppia si era completamente dimenticato.
“Ma voi dove dovevate andare?” domandò come il colpevole che cerca di nascondere la sua colpa.
“Noi detto: centro commerciale. Tu ci avvisavi” disse l’uomo con la voce incrinata.
“Eh lo so, ma ci siamo sbagliati entrambi. L’abbiamo già passato il centro commerciale, capito?” disse l’autista col tono di superiorità dell’autoctono che non sa come fare con questi stranieri che non sanno la lingua e pretendono pure.
“Tu detto che ci avvisavi” disse l’uomo ben vestito aumentando ancor di più l’equivoco. Voleva almeno una spiegazione, solo questo. L’autista gli aveva dato la sua parola.
“Senti, se tu non sai dove devi andare, come faccio a saperlo io?” gli domandò con tono leggermente irritato, ma con lo sguardo talmente menefreghista piuttosto che sereno che l’uomo deve aver pensato alla peggior gentaglia che aveva conosciuto nel suo paese e che credeva di aver finalmente abbandonato laggiù insieme alla povertà diffusa e ai rovesci degli elementi. Invece se li ritrovava anche qui. Perse la generale serenità della sua stirpe e andò a recuperare la moglie. Mentre scendevano disse: “Io non so come tu possa fare questo lavoro. Tu manchi di gentilezza e professionalità. Tu incompetente e sfiducioso…” e le porte si richiusero.
“Ma tu guarda che gente mi deve capitare che non sa nemmeno dove cazzo deve andare e pretende pure che lo sappia io. Ma che cazzo volete da me? Dico bene Giusè? Ma che volete? Tornatevene nel vostro paese, pezzi di merda!” disse l’autista quasi perdendo il controllo e mettendo un’energia eccessiva nell’acceleratore.
“Scusa come? Non sei Giuseppe?” sentii che diceva l’autista “Come cazzo è possibile? Ti chiami Mario? Ma come è successo? Allora ho sbagliato numero, se ti chiami Mario…” e chiuse la chiamata e si tolse l’auricolare schiaffeggiando il volante e saltando sulla sedia.
Ecco, aveva parlato per mezz’ora con qualcuno che credeva qualcun altro. Ecco chi ci guida. Lo so, sono odioso, ma non mi dite che questo autista non era uno stronzo.

Un fatto meraviglioso

Immagine

Ho assistito ad un fatto meraviglioso.

Un controllore, su un autobus, ha controllato un ragazzo immigrato. Il ragazzo non aveva il biglietto. Il controllore gli ha chiesto di controllare nel portafoglio se avesse monete o un vecchio biglietto o qualsivoglia documento di riconoscimento, un modo – testuali parole – “per farmi capire che lo volevi pagare sto biglietto”. Il ragazzo non ha nulla con sé. Stava andando a consegnare i documenti per il permesso di soggiorno. Gli ha mostrato la fototessera, gli stampati compilati, la marca da bollo e tutto il resto.  Il controllore gli dice: “Va bene, alla prossima scendi, ok?”

Il ragazzo ringrazia e scende.

Esistono uomini così. Che bello, anzi no, è meraviglioso.

La Grande Abbuffata

Immagine

“La grande abbuffata”, il film capolavoro di Marco Ferreri, ha compiuto 40 anni. Oserei dire i suoi primi 40 anni, o anche che non li dimostra e che è tra i miei film preferiti e che chi non l’ha visto nemmeno una volta nella vita dovrebbe farlo, almeno per il gusto di scandalizzarsi ancora in questo momento in cui sembra (molti lo dicono, ma lo dicevano anche nel 1600) che è stato detto tutto e che non c’è più nulla da dire. A detta dell’autore questo film è “fisiologico”. In effetti c’è tutto: nascita, morte, sesso, cibo, merda e tutte le sensazioni possibili con i cinque sensi e le arti che li nobilitano: musica, danza, alta cucina, bellezza e morte, e visto che al cinema il più difficile da trasmettere è l’odore, c’è anche molta merda, ché questa la conosciamo tutti.
Il film narra la messa in opera del suicidio collettivo di quattro amici ognuno dei quali incarna un simbolo della società di massa: un giudice (che è rimasto bambino e ha rapporti sessuali non completi con la sua vecchia levatrice innamorata di lui); un cuoco (che ha un famoso ristorante, ma non va più d’accordo con la moglie e ha ormai perso le speranze che i “ricchi” capiscano qualcosa di cucina, ovvero se la gustino, importante è solo che il piatto sia complicato e che costi tanto); un produttore-regista televisivo (di tendenze omosessuali si è ridotto a portare sullo schermo prodotti commerciali e deve fare i conti con una figlia che è il prodotto di questa mercificazione della società e che non capisce la differenza tra il saper fare qualcosa e il credere di saperlo fare); e un pilota di linea (che incarna il mito del playboy italiano, un marinaio dei giorni nostri che vive solo della gloria delle sue conquiste, ormai impotente).
L’idea dei quattro è che Ugo (Ugo Tognazzi), il cuoco, prepari quanto di più prelibato la cucina (francese e italiana) abbia mai potuto inventare e che si mangi fino a morirne. Lo aiuta ai fornelli Philippe (Philippe Noiret), il giudice, che vede in quest’occasione il modo di imparare qualcosa di nuovo e allo stesso tempo di non pensare alla miseria del mondo e della sua vita. Mentre Michel (Michel Piccoli) si dedica alla danza e alla musica e Marcello (Marcello Mastroianni) si dedica alla meccanica, mettendosi alla riparazione di una Bugatti abbandonata nel garage della villa in cui consumeranno il loro ultimo pasto e la loro stessa vita.
Marcello e Michel pensano che senza donne non si possa festeggiare adeguatamente e Ugo è d’accordo con loro. Solo Philippe è contrario a chiamare delle prostitute, molto probabilmente perché sono le uniche donne che ha conosciuto in vita e avrebbe preferito un ritiro di soli uomini. Tuttavia dopo la prima notte, la giornata si apre con la visita di una maestra con la sua scolaresca: nel giardino della villa c’è il tiglio sotto il quale il grande poeta satirico francese Boileau amava riposare e scrivere e lei fa una lezione ai suoi alunni.

Immagine

La maestra, l’affascinante e giunonica Andrea (Andrea Ferreol) viene invitata alla festa della sera stessa da Ugo, quasi a voler completare il cerchio con le tre prostitute che un annuncio messo da Michel e Marcello sta cercando. Philippe è già innamorato di Andrea e il suo arrivo non fa che scatenare le passioni durante la festa in cui tutto è esplicito: il cibo, le passioni, l’impotenza (razionale e fisica di Marcello), il rapporto tra il bene (Andrea, maestra e Madre) e il cosiddetto male (le tre prostitute, ovvero le parche, ovvero le furie, ovvero le tre marie). Tutto si smussa, si amalgama, diventa un tutt’uno di essere e non-essere, le contraddizioni si capovolgono e quello che ne esce fuori è la vita in tutte le sue sfaccettature, contraddizioni e ovvietà, verrebbe da dire. Non c’è moralità, né censura che tengano, di fronte all’autodeterminazione. In questo film ogni personaggio è puro come dovrebbero essere puri gli essere umani e lasciati vivere (e morire) a loro piacimento, come garba alla loro idea di vita. Nel film ci sono anche simboli, ma non sono surreali né rimandano a significati altri.
La morte è una parte della vita, ma è fredda. Marcello, dopo gli inutili tentativi con le prostitute, non riesce a scopare nemmeno con Andrea (la Madre e la Maestra) e si lascia morire assiderato dentro la Bugatti che è riuscito a rimettere in moto.

La battuta è che finalmente, diventato un pezzo di ghiaccio, è duro, come il cazzo che voleva essere, ma in realtà è anche il rapporto con la macchina, che egli uomo, è riuscito a mettere in moto, mentre non riesce a mettere in moto sé stesso. La prima frecciata alla società di massa. La morte di Marcello sconvolge Michel, innamorato di lui. Ha dei gravi problemi di meteorismo e gli altri lo mettono a letto e lo ingozzano, esattamente come fa il pubblico con la televisione, che sembra riversarci addosso la sua merda, ma in realtà è il pubblico ad accettarla passivo, a non riuscire a smettere di guardarla e di crederla buona da mangiare. A questo punto, infatti, inaspettatamente, uno dei cessi esplode e riversa tutta la sua merda in casa. Michel non sarà da meno della televisione che ha fatto fino a quel momento. Sembra che si sia rimesso, in realtà la merda che ha accumulato dentro di sé esplode, e muore così, in un lago della sua stessa merda.

Le prostitute sono andate vie e rimangono solo Ugo e Philippe. Andrea ha deciso di aiutarli e si accingono a preparare il piatto finale, un paté speciale fatto di tre carni diverse farcito e presentato in una torta gigante a forma di cupola di San Pietro. Facile o “troppo” facile anche qui fare del banale simbolismo. Le tre carni possono essere le tre persone della trinità e la cupola di San Pietro che si mangeranno è la fine (o l’inizio) della chiesa cattolica. Nell’intero film non c’è nessun altro riferimento alla religione. La scena è surreale poiché il piatto lo preparano tutti e tre insieme e sullo sfondo c’è la ghiacciaia con i corpi congelati di Marcello e Philippe, quasi a satireggiare sulla vita dopo la morte che altro non può essere che il proprio corpo surgelato, evidentemente. Philippe imboccherà fino ad un certo punto Ugo, il quale vuole finire quel capolavoro che ha fatto e che se preparasse per altri lo farebbe diventare miliardario, ma questi “altri” lo mangerebbero solo perché costa tanto, non perché saprebbero davvero apprezzarlo.

Immagine
Ugo muore steso sul tavolo della cucina (il suo regno dei sensi) mentre Philippe lo imbocca e Andrea lo masturba.
Philippe da ultimo, è quasi tentato di abbandonare il proposito fatale, ma Andrea assurge a Dea della Vita e della Morte e gli prepara un dolce a forma di tette e lo imbocca sotto il tiglio del poeta fino a quando, prima dell’ultimo boccone, si spegne.
È morta la tecnica (Marcello), è morta l’arte svenduta e mercificata (Michel), è morta la gioia di vivere il proprio nutrimento e la propria fisicità (Ugo), è morta anche la Giustizia (Philippe).
Andrea, Maestra e Madre, che ha fatto l’amore con tutti tranne che con Marcello, è pronta a ridare vita al mondo.
C’è tutto.

Dialogo sopra l’origine della disuguaglianza tra i sessi

Personaggi:

Primo, un femminista ante-litteram
Secondo, un femminista scettico
Terzo, un femminista indeciso
Quarto, un maschilista

(Tanto tanto tanto tempo fa. In una caverna)

Primo: Allora come va?
Secondo: È una settimana, una settimana intera.
Terzo: Anch’io una settimana, spero stasera.
P: E io che pensavo di essere stato sfortunato. Sono quattro giorni.
S & T: Beato te.
T: Come hai fatto?
P: Le ho preso dei fiori in un campo, sai quelli bianchi con tanti petali tutti intorno? Poi sono tornato a casa e le ho detto che la sua pelle è bianca come quella della luna.
S: Le hai veramente detto così?
T: Dove l’hai sentita?
P: Da nessuna parte, mi è venuta naturale. Lei mi ha detto che voleva sentire ancora parole come quelle e allora le ho detto che i suoi occhi erano belli come il sole.
S: Uau, questa è proprio incredibile. Non si riesce nemmeno a vedere il sole. Se l’è bevuta?
(Primo annuisce soddisfatto)
T: quindi vediamo un po’. L’hai fatto domenica e anche mercoledì?
(Primo annuisce ancora)
S: Ok, qualcosa allora possiamo dire di aver capito: 1) se facciamo regali, 2) se diciamo parole carine e complimenti 3)…
T: …se le portiamo in posti che nessuno ha mai esplorato invece che al solito posto!
S: Esatto
P: Però è strano.
S: Cosa?
P: Io sono sicuro che anche loro vogliono farlo più spesso, soltanto è che vogliono essere sicure di essere amate, vogliono ricevere attenzioni, insomma, voi non volete le stesse cose?
S: Eh, queste cose le abbiamo già dette tante volte, sono anni che ne discutiamo…
P: Appunto, perché è tanto strano sforzarci un po’ per farlo qualche volta in più? Io mi sto divertendo, ci sto prendendo gusto, mi sento anche più in gamba, migliore…
T: A me non mi verrà mai in mente niente di quelle cose che dici tu
P: Però sei bravo a pescare! Quando le hai portato quella carpa di dieci chili non ha voluto fare quella cosa ancora più eccitante?
T: Sì, ma non è mica detto che tutti i giorni riescono a prendere una carpa di dieci chili! E poi magari vuole un branzino, o una trota, mica carpa tutti i giorni…
P: Però ti impegni e gliene porti magari tutte e tre.
S: Sì vabbè, ma abbiamo anche le nostre esigenze. Io ho sempre voglia, non so pescare e non mi vengono in mente parole e poi non mi perdona mai una scappatella, perciò è solo quando ha voglia lei e per fortuna lei ne ha, altrimenti che farei?
P: possiamo pensare a delle cose tutti insieme, ci diamo una mano sui nostri rispettivi campi e insieme facciamo venire ancora più voglia alle nostre donne, che ve ne pare? Che sarà un po’ di sforzo in più? In fondo è per una cosa bellissima e che piace pure a loro.
Quarto: (era rimasto in disparte e in silenzio) Sei un rammollito. Voialtri siete dei rammolliti. Chi è che regge la baracca, porta da mangiare e difende dai pericoli e fa la guerra e la pace con gli altri? Noi! Loro se ne stanno a casa a poppare i marmocchi e il lavoro duro ce lo sobbarchiamo noi e quando abbiamo voglia dovremmo pure sforzarci di più? Balle, dico io…
P: Non è vero che non fanno niente a casa e nemmeno fuori…
Q: Silenzio! Ho sentito abbastanza sciocchezze queste sera. Io porto a casa mia la ricchezza che mangiamo tutti e non me ne frega niente se lei lava, stira, cucina, spazza, pulisce, allatta, va’ a prendere l’acqua al pozzo, raccoglie la frutta secca, la frutta matura, fa il pane, i conti e aiuta a gestire l’educazione e chissà cos’altro, va bene? se stessi a casa potrei farle pure io queste cose, sono compiti facili e leggeri, ma se lo voglio fare tutte le sere, io lo voglio fare tutte le sere!
P: Ma non è giusto se loro non vogliono. Di che stiamo parlando qui? Non starai mica pensando…
S: Ma che cosa dici? Lo sai che non ci sta pensando…
T: Non ci stai pensando, vero? È come dice Primo, se non vogliono non è mica giusto che, insomma…
Q: Silenzio anche tu. Siete dei rammolliti tutti quanti. Non è necessario quello che pensate, non siamo animali, mi meraviglio che abbiate pensato ad una cosa del genere.
P: Non dovresti meravigliarti se tutto questo tempo abbiamo pensato a dei modi per farlo tutti i giorni e ci sembrava che stessimo andando sulla strada giusta.
Q: Sulla strada giusta? Due volte alla settimana se ti va bene e solo perché hai detto qualche stronzata e forse perché la tua donna è un po’ puttana ti sembra la strada giusta?
P: Come ti permetti?
Q: Fa gli occhi dolci a tutti…
T: un po’ è vero.
P: E che male c’è? Non siamo liberi di fare quello che vogliamo? Le nostre donne sono libere fino a prova contraria, questa è la legge. Tu che tanto offendi, prima di trovare la tua donna, a puttane ci andavi e anche tu e tu, e anch’io. E che male c’era? Nessuno. Adesso stiamo solo cercando di migliorarci, di metterci nella condizione di capire meglio noi stessi.
Q: (spinge Primo) E basta con queste balle. Io voglio scopare tutti i giorni e la mia donna no, questo è il problema!
P: Perché non la corteggi come facciamo noi?
Q: Perché quando torno a casa sono stanco dopo tutto il giorno a lavorare! (S & T annuiscono)
P: Ma non fai il guardiano del branco di pecore tu? E ti stanchi così tanto? Per la cosa più bella del mondo uno sforzo in più non ti fa mica male.
Q: Sei bravo a parlare tu, che sei il figlio del capo villaggio e c’hai le decime pronte.
P: Sai bene che lavoro anch’io! Cosa vorresti insinuare?
Q: Ma niente, è che ho un’idea migliore.
T: Ma abbiamo detto che in quel modo…
Q: Non è quello.
S: Allora cos’è?
Q: L’ho chiamato “Matrimonio”!
P: E che sarebbe mai?
Q: È un foglio su cui scriviamo un accordo vincolante per le parti, ovvero tu e la tua donna: ci scrivi tutto quello che facciamo già e che viviamo nella stessa casa e che ognuno di noi ha degli obblighi verso l’altro e che se non li attendi l’accordo salta e ognuno per la sua strada.
S: Che significa? Che mi posso trovare un’altra donna con cui fare il “matrimonio” se quella di prima non rispetta i patti?
Q: Esatto.
T: Va bene, ma la questione di fare cose tutti i giorni come la metti? Loro leggeranno che tu ci hai scritto questa clausola, no?
Q: Certo, assolutamente, è l’unico modo.
P: E quale donna, se oggi non vogliono farlo tutti i giorni, pensi che domani firmerà l’accordo se non in cambio di un sacco di belle parole, regali e uscite, e che vorrà quindi che vengano scritti nel “matrimonio”? Siamo allo stesso punto di prima. Anzi, stavolta saremmo pure obbligati per iscritto e io mi rifiuto: posso anche non volerne avere voglia, oppure siamo animali?
T: Non sembra una gran pensata, in effetti, caro Quarto.
Q: Stupidi, ho pensato a tutto.
S: Sentiamo.
Q: L’ho chiamata “Festa di Nozze”.
P: E che sarebbe?
Q: Sarebbe il giorno in cui si firma l’accordo, ma lo trasformiamo in un giorno indimenticabile, capite? Non c’è bisogno di regali e belle parole ogni giorno, ma ne basta uno in cui le parole e i regali siano grandiosi. Si invitano amici e parenti, si mangia e si beve dalla mattina alla sera e ogni invitato porta un regalo. Non l’avete detto voi? Le donne ci vanno pazze. E poi l’uomo farà le sue promesse, leggerà poesie, dichiarazioni d’amore, ma tutto in questo giorno, dopo non c’è bisogno di rifarlo e con questo firmeranno il contratto così come va bene a noi!
P: Ma non è una truffa?
Q: Per niente! In quel momento loro sapranno e decideranno e firmeranno anche se c’è scritto che devono farlo tutti i giorni…
P: E poi ti lasceranno dopo una settimana, anzi, il giorno dopo…
Q: Invece no. E ti spiego perché: prima ragione: non hai sentito che gli scienziati hanno scoperto che il sole fa lo stesso giro nel cielo ogni tanti giorni e poi ricomincia allo stesso punto? Lo hanno chiamato “anno”. Ebbene se in un qualsiasi giorno si firma il contratto e fissiamo in qualche modo il punto in cui il sole è nel cielo dopo un “anno”, in quel giorno festeggiamo di nuovo, non come la “Festa di Nozze”, ma così, per ricordarlo. L’ho chiamato “Anniversario”.
S: Quindi le donne, sapendo che ci sarà l’anniversario lo faranno tutti i giorni anche se non vogliono? Forse può funzionare…
P: Credete? Non pensate che invece ne parleranno subito e alla fine capiranno che è solo una meschina compravendita e si rifiuteranno tutte in blocco, oppure stracceranno lo stesso il contratto pur di non abbassarsi a questo lurido scambio?
Q: E allora metteremo l’ulteriore clausola che per il “matrimonio” la donna deve essere vergine così se vuole andarsene non potrà fare il “Matrimonio” con un altro.
T: Un po‘ brutale, ma può funzionare.
P: Brutale? È un’ingiustizia. Mica tutte si metteranno ad ubbidire a queste balle. Le donne sono libere, perché dovrebbero evitare di scopare prima di un qualsiasi matrimonio? Che vantaggio ne avrebbero?
(Secondo & Terzo si guardano perplessi)
Q: Il vantaggio di uscire di casa.
P: Cosa?
Q: Tu non hai una figlia che ha appena avuto il primo sangue e che è ancora vergine?
P: E allora?
Q: Non le vieteresti di uscire di casa per andare a scopare col primo che desidera se sapessi che potrebbe avere un buon “Matrimonio” con un uomo ricco che altrimenti, secondo le regole che ci stiamo dando, non la vorrebbe in nessun caso?
P: No, non lo farò mai. Le donne sono libere, di fare, di scegliere e di andare dove pare a loro, esattamente come noi. Quello che ti sei inventato stasera non succederà mai e poi mai, te lo garantisco.
Q: Vuoi scommettere?

Dedicata a Bologna

Bologna sei una puttana.
Ci fai entrare senza pudore nei tuoi cortili
ci fai sbirciare sotto i tuoi portici,
ci fai intravedere i tuoi giardini,
ma non ci ami davvero. Sei umida
e ci illudi, ti fai pagare caro
perché sai che non ti si dimentica.

Bologna sei una vecchia baldracca.
Sai come fingerti giovane e rivoluzionaria,
come un’adolescente che si è fatta il primo pelo,
ma nascondi le tue rughe reazionarie
sotto uno spesso strato di trucco.
Sei alternativa soltanto in superficie,
e ci illudi, di accoglierci così come siamo,
ti fai pagare caro, di noi ti prendi la nostra meglio gioventù
e te la tieni.

Bologna sei una troia.
Grufoli da mattina a sera
e la notte passano a pulirti la stalla,
ma all’alba puzzi ancora e dopo il tramonto
si fa a gara ad imbrattarti, a pisciarti,
a cagarti addosso. E si vede che ti piace.
Attraverso le tue dodici vagine sfondate
fai entrare una fauna grottesca di studenti marinai,
banchieri pezzenti, piazzisti adulatori,
e immigrati orgogliosi e fieri
che tieni appesi ad un filo
che sembra un’altalena,
e invece è un capestro.

Bologna, sei una nuvola sporca
ci illudi che tra le tue pietre ci sia il cielo,
e ti fai pagare molto caro
questo angolo di paradiso terreno che sei
e duri solo il tempo di un bacio
e hai il fottuto sapore di un addio.

l’orizzonte dei dementi

quando ero piccolo vedevo la televisione sul televisore, leggevo i romanzi sui libri, ascoltavo la musica dallo stereo dopo averci inserito dentro le musicassette oppure i compact disk; se volevo giocare con un videogame prendevo la console nintendo 64 e l’attaccavo al televisore di cui sopra; se mi passava per la testa di voler approfondire per qualche stupido motivo una notizia, andavo in edicola a comprare un giornale: in esso potevo leggere anche: le previsioni del tempo, gli orari del cinema, potevo fare qualche gioco enigmistico e magari venire informato su qualche escort o su un centro commerciale nelle vicinanze; se dovevo fare una ricerca per la scuola andavo in biblioteca per consultare l’enciclopedia Treccani oppure la UTET, se non trovavo il romanzo che volevo leggere facevo lo stesso e mi perdevo dei pomeriggi tra gli scaffali sotto lo sguardo ebete di un bibliotecario che non sapeva nemmeno che E.A. Poe fosse americano; se non riuscivo a resistere alla voglia di aspettare che dessero in televisione un film di cui avevo sentito parlare, o una serie televisiva o un cartone animato, dovevo cercarli su qualche rivista specializzata (in edicola, o in medioteca, o da amici) e poi stare molto attento perché le videocassette erano delicate, prendevano polvere e le testine dei videoregistratori tradivano sempre; se avevo voglia di vedere un amico dovevo uscire e bussargli alla porta, suonargli al citofono, chiamarlo dalla strada per farlo affacciare alla finestra, oppure telefonargli dalla cabina con una moneta da L.200; se avevo voglia di fare una chiacchierata o di giocare in compagnia, o semplicemente sapere che cosa si diceva in giro me ne andavo in piazza, dove potevo attingere alle varie aree tematiche: bar, notizie di sport; angolo del castello, politica, gossip e nuova legge sulle pensioni; portone panzotto o loggia, nuova partita di droga in arrivo, hanno preso lo spacciatore oppure no?, chi si è messo con chi, chi ha scopato con chi. a seconda della notizia che volevo bastava andare nella parte della città che la conteneva e non ti chiedevano né le credenziali, né l’indirizzo di casa.
oggi, con la semplice macchina che c’è qua sopra (o con una simile) si possono fare tutte le cose elencate qui senza nessun sbattimento che non sia un pigiar di bottoni (che potrebbe anche diventare un neologismo sinonimo di un par di palle) con il conseguente ingrassamento delle chiappe e l’incistamento cerebrale che ne consegue. non si gira più che per bere e nelle discussioni, conversazioni e/o malversazioni beneauguranti si nominano link a siti, nickname e url oppure la più idiosincratica delle frasi: “Se metti X, su Google lo trovi”.
La ricerca, lo sbattimento e il conseguente consumo di chilometri, scarpe, dita e cortesia (perché quando devi chiedere “Me lo presti” devi anche essere persona gentile e degna di fiducia) si è trasformato in una semplice digitazione con successivo download con la conseguenza nefasta che il semplice scaricare sta diventando il surrogato del ben più godurioso consumare e che la maggior parte di quello che c’è nei nostri hard-disk rimane in attesa come in una scatola dimenticata di una cantina buia.
Lungi da me chiedere che si torni indietro perché anche Dante della selva selvaggia che “Tant’è amara che poco è più morte” ne parlò approfonditamente e non solo “per trattar del ben” che vi trovò, ma anche “de l’altre cose” che nell’Inferno aveva scorte.