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L’altrui mestiere

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L’Italia è un paese di santi, navigatori, poeti e qualcos’altro di un’abusata formula che ho voluto violentare apposta, perché il tema di questa soluzione immaginaria è un Paese a forma di stivale in cui ognuno fa il suo mestiere e non toglie, a causa di ciò, il lavoro agli altri.

Marco Travaglio recita nel film “Il venditore di medicine” in mostra a Roma e in prossima uscita nelle sale. Potete vederlo qui. Naturalmente è solo un cameo, non è una scena lunga e non è una parte importante, ma il punto non è questo. Posso quasi affermare senza paura di querele che Marco Travaglio per la prima volta ha toppato. Non sono un suo fan accanito e nemmeno lo seguo tanto, ma devo ammettere che per anni i suoi fondi sulla prima pagina de “Il Fatto Quotidiano” hanno allietato le mie colazioni e di questo lo ringrazio.

Affermare che la sua partecipazione a questo film abbia tolto lavoro ad un attore, o svilisca la professione giornalistica o la innalzi, o renda troppo facile la considerazione del lavoro dell’attore è altrettanto stupido del dire che tutti possono fare gli attori e quindi per lanciare il film niente di meglio di un incorruttibile giornalista nella parte di un incorruttibile medico di cui l’Italia ha evidentemente tanto bisogno. L’unico commento che mi sento di fare è breve ed è il seguente. L’Italia ha bisogno di responsabilizzare ogni ambito professionale esistente, sia nel rivedere e/o allargare i diritti, sia nel garantire alla comunità che i lavoratori disonesti finiscano in galera. Prima che si possa arrivare ad una giustizia che garantisca queste due ambiziose prospettive, ciò che noi italiani dovremmo imparare è la critica, anche sprezzante, di ogni scavalcamento dei campi professionali e soprattutto la giusta svalutazione e/o sanzione boicottatrice nei confronti di coloro che non riconoscono il merito, la professionalità e il giusto ruolo delle persone che già si occupano in quel determinato campo di quella determinata professione.

Dunque io penso che 1) Travaglio non avrebbe dovuto accettare di interpretare una parte in un film perché non è un attore; 2) non andrò a vedere il film perché il regista non avrebbe dovuto cercare un non-attore che interpreta una parte insieme ad altri attori (insomma dietro non c’è nessuna poetica pasoliniana); 3) il non-attore Travaglio che si intravede in un cameo è un’operazione squallidamente commerciale; 4) in tutto il mondo un cameo è interpretato da un attore in una piccola comparsata, il cui ruolo è marginale e non ha (quasi) niente a che vedere con il carattere del personaggio (ovverosia non c’è rispecchiamento carattere dell’attore/carattere del personaggio); 5) non riesco a credere che non si sia trovato un caratterista o un attore che potesse interpretare il ruolo; 6) lo sconfinamento dei ruoli denigra la categoria degli attori, perché si fa pensare al pubblico che non è necessario essere un attore per fare l’attore, ma basta essere già conosciuti in qualche campo; 7) non si capisce se recita o sta facendo un editoriale.