Facebook cancella la pagina di Abbatto i Muri

Inaccettabile e censorio.

Al di là del Buco

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hanno chiuso la pagina di abbatto i muri, ovvero quella che ha ospitato migliaia di vostre storie, e mi hanno obbligata a fare “appello” che non è detto sarà accettato. se non lo accettano rimuoveranno definitivamente la pagina. la rimozione sarebbe dovuta alla pubblicazione di immagini di non so che tipo dato che non hanno ben specificato. la foto delle suore a bagno? oppure nudo? vorrei tanto sapere cosa intendono per nudo perché non ho pubblicato nulla del genere. per restare insieme iscrivetevi alla pagina “eretica”.

https://www.facebook.com/EreticaAbbattoiMuri/?fref=ts

fate girare questo intanto https://www.facebook.com/events/645410455624593/ con l’avvertenza che esiste una pagina fake di circa 200 iscritti che ora appare quando cerchi la vera pagina di Abbatto i Muri (con più di 114.000 partecipanti alla community)

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Zalone, Star Wars e l’arte di raccontare storie

Una storia è la nostra memoria in forma diversa, è la rappresentazione di motivazioni, archetipi e desideri che conosciamo sotto forma di bisogni, atti e realizzazioni in ogni fase della nostra vita. L’universalità delle storie e dell’arte del narrare, la trasversalità culturale degli schemi narrativi e delle funzioni dei personaggi è risaputa e banale. Abbiamo bisogno di storie come abbiamo bisogno di confidarci con un amico o di raccontare un’avventura amorosa, un brutto incidente o un successo negli affari o nella professione. Il tentativo di spiegare il successo dei film con Checco Zalone è la cattiva sociologia in cui affogano molti blog e la quasi maggioranza delle discussioni in rete, così come quelle sull’ultimo film di Star Wars che si sono trasformate in veri e propri corsi di narratologia filmica e/o tout court. Tutto questo è molto interessante, ma quella stessa cattiva sociologia rispecchia l’altro tragico tormentone nei dibattiti pubblici e durante le cene o gli aperitivi di chi si occupa di letteratura: lamentarsi delle classifiche dei libri più venduti e della mancanza di dibattito e di denuncia del livello ormai abietto a cui si sono ridotti i consumatori di letteratura nel nostro Bel paese. Immagino scenari apocalittici alla Fahrenheit 451 in cui invece dei memorizzatori i lettori di “buoni libri” se li passano fra loro magari usando “Little Free Library” o altri mezzi di book sharing e leggono di nascosto i capolavori universali della letteratura continuando a comprare i più sordidi titoli nei supermercati, negli uffici postali, negli aeroporti e financo nelle librerie, giusto per non sfigurare, e rimanere alla moda sfoggiando sul comodino il best-seller di turno che nell’80% dei casi non si legge nemmeno. L’ultimo film di Star Wars è un esempio di storia raccontata davanti a un caminetto globale e illuminato da un mito commerciale e blasonato, un culto vero e proprio che riprende il filone della persona normale che si ritrova con dei poteri a dover salvare il mondo. In qualche modo è una storia che conosciamo bene e ci piace vederla e rivederla perché sembra che parli di noi. L’ultimo film di Checco Zalone è un esempio di film costituito da frammenti di conversazioni, di sketch di cui saremmo potuti essere protagonisti, in cui ci sembra di riconoscere l’amico più simpatico del nostro gruppo e rientra in un modello di narrazione che rimanda più a Youtube e al bar che all’arte di raccontare storie. Siamo tutti pieni di pregiudizi e così anche la battuta più becera, quella che non è affatto satira, ma soltanto uno sfottò viscerale che invece di chiamare alle armi la nostra intelligenza primaria, fa scattare i nostri bassi istinti di animali braccati, ci fa ridere come se non avessimo mai riso prima in vita nostra e la sociologia spicciola cerca di spiegare il fenomeno parlando di involuzione. Se stessimo tutti più attenti a raccontare storie tipo Star Wars e ci dedicassimo alla narrazione mostrando gli esempi riusciti di quest’arte scopriremmo che non abbiamo bisogno di spiegazioni consolatorie, ma di storie spiazzanti, e invece di celebrare indirettamente ciò che ci sembra giusto odiare e disprezzare restituiremmo giustizia a chi la merita, e magari, ma solo per magia, vedremmo le classifiche dei libri più venduti come (forse) dovrebbero essere: sottosopra.

p.s.: non ho visto né Star Wars: Il risveglio della forza,Quo vado?.

L’ultimo libro che ho letto è Il vagabondo delle stelle di Jack London. Fate voi.

Contro le religioni

Tutte le confessioni religiose si dicono contrarie a uno Stato confessionale, organizzano tavoli di confronto, conferenze e dibattiti per ribadire l’importanza e il valore sostanziale della vita umana e dei diritti civili. Allora perché quando si discute se lo Stato italiano debba o meno dotarsi di leggi o strumenti giuridici che permettano di allargare i diritti civili delle persone, tutte le confessioni religiose si preoccupano di organizzare campagne, conferenze e dibattiti contro diritti civili quali il matrimonio omossessuale, l’eutanasia, l’inseminazione artificiale o l’utero in affitto, l’equiparazione della tassazione per le attività commerciali religiose come se questi non avessero un valore sostanziale per lo Stato in cui mancano? La risposta è una sola. Le religioni sono contradditorie. Da millenni la civiltà nel suo più alto significato, per affermarsi ha dovuto combattere  solo contro una cosa: l’oscurantismo religioso e l’autorità della verità rivelata che non avevano altro scopo che il controllo delle masse e l’affermazione del  potere politico. Le religioni hanno causato direttamente e indirettamente la morte delle più grandi menti che siano apparse sulla faccia della Terra: Socrate, Ipazia, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Cartesio, Cardano, Campanella, Tommaso Moro, Oscar Wilde, Alan Turing solo per ricordarne alcuni. Personalità che hanno contribuito all’elevazione dell’uomo da semplice macchina termodinamica a essere capace di sconfiggere le malattie, il dolore e l’ignoranza, di portare la cultura umana a un livello visibile e chiaro, materiale e sottoponibile a giudizio, in una parola a rendere l’uomo libero dalla schiavitù dell’altro uomo e non soggiogabile né alle parole, né alle credenze di altri solo perché sono o sarebbero della maggioranza.

A questo punto mi domando se una società che vuole affrontare coerentemente con i suoi cosiddetti valori le sfide del suo tempo, non debba allargare i suoi diritti subito e senza remore, altrimenti quelle che sembrano apparire solo come delle resistenze psicologiche e incomprensibili di poche sacche di oscurantismo all’interno della nostra società, possono invece diventare la preparazione del terreno ideale per uno Stato confessionale e terroristico che non deve far altro che arrivare e bussare alla porta giusta. Non c’è scritto nella Bibbia “chiedi e ti sarà dato”?

Spettacolo unico, unico spettatore.

Foto di una sala cinematografia senza spettatori al momento di un black-out

Sala cinematografia al buio

Sono andato al cinema da solo. Sono entrato in sala e mi sono seduto a aspettare. Dieci minuti prima dell’inizio del film è entrata una donna. Si è avvicinata. Mi ha informato che ero l’unico spettatore. Silenzio da parte mia. Ha alluso alla possibilità che non arrivassero altri spettatori. Silenzio da parte mia. Ha espresso una domanda, senza punto interrogativo, che implicava l’eventualità che avessi voglia di vedere un altro film. Silenzio da parte mia. Si è domandata retoricamente se la mia volontà, vista l’effettiva presenza di me stesso in quella sala, fosse davvero quella di vedere quel film. Ho pronunciato un semplice “Sì”, pensando fosse l’unica parola adatta a sugellare il suo monologo.

Il film è iniziato in perfetto orario. Spettacolo unico, spettatore unico. Figata pazzesca.

La tosse

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Quest’epoca ha reso l’umanità un tantino più felice e un tantino più triste, ma soltanto per il fatto che nell’ultimo secolo, invece di aumentare la felicità abbiamo aumentato di circa sette volte l’umanità e quindi la felicità è aumentata collettivamente, non individualmente. In sovrappiù mi sembra che le elementari conoscenze scientifiche acquisite negli ultimi secoli non siano state assimilate dalla maggioranza e che, le persone in generale e i molti in particolare, non abbiano accesso a quel grado medio di conoscenza auspicabile e siano rimasti attaccati al palo delle proprie particolari impressioni a discapito dello stato di conoscenza oggi possibile.
Mi ero fatto un giro per le librerie della città a tentare la carta vetusta, ma sempre popolare, della ricerca del lavoro porta a porta grazie a quello scambio che si definisce “incontrare le persone” domandando in giro se ci fosse richiesta di personale. Naturalmente fare il commesso in libreria è un mestiere molto appetibile e non ho trovato nemmeno il minimo spazio, la minima speranza. Un vecchio libraio ha coronato la mattinata rispondendomi “Magari”, parola che ha la curiosa caratteristica di poter essere diverse parti del discorso. Da ottimista l’ho intesa come avverbio, come se significasse un “forse” o un “può darsi”, ma alla mia seconda domanda il libraio chiarì che l’aveva usata come interiezione, esprimendo il vivo desiderio che un collaboratore possibile fosse anche necessario.
La mancata estinzione di acquirenti compulsivi di libri l’avrebbe convinto ad assumermi, ma sappiamo bene tutti che nonostante la grande distribuzione i grandi lettori sono scomparsi come la maggior parte delle specie nel Permiano. Dunque ero risalito sull’autobus con il cuore deluso e pieno di amarezza. Mi sono seduto incerto se mettermi a leggere Memorie dell’aldilà di Machado de Assis, giusto per consolarmi che anche da morto di fame avrei potuto continuare a scrivere, quando dietro di me un bambino di cinque anni in braccio alla madre si è messo a tossire. Una tosse grassa e gorgogliante che pensai stesse per esplodergli in gola, e temetti che quella gelatina infetta mi sarebbe arrivata direttamente sul collo, come uno schizzo di putrida conferma al fatto che non siamo altro che portatori di virus e batteri, robot giganti al servizio degli individui evolutivi più piccoli dell’intera biosfera. Sentii il fiato caldo di quella piccola gola che non la smetteva di gorgogliare e il suono era nitido e talmente vicino al mio orecchio che arguii il bambino non dovesse essere stato edotto sulle elementari norme igieniche comportamentali da adottare in questi casi. E non è colpa solo della madre.
La diffusione di malattie et similia sembra sia soprattutto responsabilità diretta di medici e multinazionali del farmaco che diffondono pratiche mediche e farmacologiche atte a contrastare gli effetti dei disturbi e delle malattie e non invece ciò che, aristotelicamente parlando, dovrebbero essere contrastate, ovvero le cause efficienti. Avrei potuto chiedere al bambino di smetterla di armeggiare con un cellulare finto mentre la madre se lo cullava affettuosamente e lo consolava con coccole e riferimenti nella voce nel tentativo velleitario di calmare anche la tosse, vano quanto un enteroclisma per curare un mal di testa.
In questo affrancarsi dalla cause vere e presunte che permettono alle malattie di diffondersi e proliferare, già quasi un secolo fa, il non mai abbastanza compianto dott. Norman Bethune, eroe della guerra civile rivoluzionaria cinese che secondo Mao Zedong ogni comunista avrebbe dovuto prendere ad esempio, aveva capito, al di là di ogni eziologia, che la vera causa della disposizione alle malattie è la povertà. Egli si era ammalato di tubercolosi negli anni ’20 del XX sec. e la sua vita di chirurgo era stata quasi stroncata quando la notizia di una cura sperimentale lo fece decidere ad affrontare l’intervento che gli avrebbe salvato la vita. Da quel momento si dedicò anima e corpo alla causa degli oppressi e morì nello Shang Tzi di un’infezione nel 1939, al seguito dell’esercito rivoluzionario cinese comandato da Mao Zedong che combatteva una guerra civile per l’indipendenza della Cina e per il diritto dei popoli di governarsi democraticamente.
Non potevo pretendere che un bambino di cinque anni che mi sventolava addosso il suo bagaglio pernicioso di chissà quale ceppo batterico conoscesse la vita di Bethune, né che avesse consacrato la propria esistenza all’affrancamento dalla povertà e dallo sfruttamento di un popolo che nemmeno conosceva, ma so che avrei potuto pretendere almeno dalla madre la conoscenza del più elementare metodo di profilassi per le malattie a trasmissione aerea: la mano davanti alla bocca. Non solo perché è un gesto entrato di filato nel gruppo di quelli che denotano buona educazione, ma anche perché malattie che crediamo scomparse come la tubercolosi (ancorché ormai curabile con gli antibiotici) sono tutt’altro che scomparse. I poveri o gli appartenenti alle classi meno abbienti dovrebbero starci molto attenti a queste cose, invece l’ignoranza, che è sia causa che effetto della povertà,  diffonde simili comportamenti pericolosi più di quanto le malattie più contagiose avrebbero bisogno.
Non sopportando i gorgheggi catarrosi del piccolo servo dei virus mi alzai noncurante e rimasi in piedi vicino all’emettitrice. Alla fermata successiva l’autobus si riempì all’inverosimile e pensai che tutto il tempo che avevo tenuto la bocca serrata per evitare di respirare batteri altrui era stato perso in un attimo. Girato verso il finestrino guardavo nel vuoto mentre Bologna scorreva a pezzetti davanti a me. Poco dopo sentii il tossire cinguettante di una donna che, essendosi aggrappata alle sbarre per non cadere, non poteva usare le sue belle manine smaltate per evitare il fenomeno del contagio. La sua era una tosse secca e di solito può avere cause diverse quali una ridotta salivazione, un’eccessiva secchezza dell’ambiente o una compromissione temporanea delle vie aeree. In qualche modo sembra più pulita della tosse grassa e in qualche modo il soggetto che ne è affetto sembra più degno di carità, ma forse soltanto perché sappiamo che non ci sarà mai e poi mai una malcapitata emissione di espettorato.
La tosse secca, tuttavia, non è meno fastidiosa quando una persona te la spara tranquillamente in faccia, o come nel mio caso, direttamente sulla guancia sinistra. Forse avrei dovuto porgere anche l’altra per farmi carezzare completamente dal suo vento pestilenziale, ma preferii provare un passo di danza all’indietro e girarmi in avanti, sperando che le scudisciate tossiche della gentil signora sulla mia cuticagna avrebbero annullato quelle purulenti del bambino di prima. Prima di darle la visione del mio occipite però, la guardai attentamente cercando di non prolungare oltre il lecito il mio indagare. Più che povera di mezzi mi sembrò povera di spirito. Assomigliava ad una di quelle contadine tedesche del mio immaginario che non sanno altro che la differenza tra il latte e la birra e che subiscono da secoli l’incontrastabile autorità di un latifondista o, nel caso della signora tossente, di un capo dispotico a dire poco. E la gentil signora, vittima di soprusi in ufficio, sull’autobus si vendicava comandando ai suoi batteri di invadere i corpi indifesi dei passeggeri. Vidi il suo sguardo funereo velato di quella vergogna verso il prossimo tanto cara a chi subisce e che si trasforma in indifferenza verso l’altrui destino, così diffusa purtroppo tra chi con lei condivide la medesima sorte di povertà, materiale o spirituale che sia.
Mentre immaginavo sulla mia collottola la guerra civile tra i batteri della tosse grassa e quelli della tosse secca affrontarsi in campo aperto per la conquista del mio corpo come un mezzo per trasmettere il contagio, mi domandai se quelli che si mettono la mano davanti alla bocca siano più immuni degli altri, e non solo per l’evidente profilassi, ma anche per una predisposizione evolutiva. La tosse non è altro che il sintomo che il virus ha casualmente escogitato per utilizzare le vie aeree del corpo in cui si è annidato per propagarsi e riprodursi maggiormente. Magari (avverbio) chi è talmente beneducato e attento alla profilassi non evita il contagio perché il virus non riesce ad entrare, ma solo perché il virus intuisce che se entra in lui non potrà usarlo come nuovo veicolo e quel corpo sarà per lui una tomba. In questo dilemma contro-fattuale mi arrivò alle nari l’odore acre di un sigaro. Il mio naso era ormai all’altezza della spalla di una costosa giacca di cammello. Più giù vidi pantaloni di lana grigiofumo con una piega perfetta e scarpe fatte a mano di Branchini. Solo con quelle calzature ci avrei pagato dieci mesi di affitto a dir poco e allora guardai un po’ più su. Il collo di questo signore era avvolto da una vistosa sciarpa di seta indiana. La barba era curata fin all’ultimo pelo, la pelle liscia e tonica di un cinquantenne sicuro di sé. Era in piedi di fronte all’uscita e doveva essere salito senza biglietto per farsi tutta via dell’Indipendenza. Gente come lui si vede poco o mai sull’autobus. Aveva in una mano una ventiquattrore nera e ad un certo punto staccò l’altra mano dalla sbarra per coprirsi la bocca per un leggero accesso di tosse. Ecco come sono i ricchi! Non sono semplicemente educati, ma si tengono tutto per loro, perfino i batteri da cui sono stati faticosamente conquistati.
La fermata era vicina, avrei voluto che uno scossone più forte avesse costretto il ricco tossente a reggersi durante un accesso di quella che mi era sembrata una perfetta combinazione di tosse grassa e secca: allora io mi sarei girato e avrei accettato quel fiato di opulenza batterica sul mio collo disoccupato perché avrei voluto davvero prendermi quella tosse aristocratica, quel vento virulento che non voleva mischiarsi all’aria plebea dell’autobus, ma se ne rimaneva, come un fondo nero in un conto svizzero, chiuso nel palmo della mano curata di quel bel tomo.
Chi avrebbe vinto la guerra civile sul mio collo se un terzo esercito fosse sceso nel campo di battaglia contro i due eserciti plebei? Un esercito ben equipaggiato e riprodottosi con il DNA di uno che aveva avuto successo nella vita e che non spezzava il suo pane con i poveri e non divideva con noi nemmeno i suoi batteri?  Ai medici l’ardua sentenza.
L’autobus curvò liscio e sicuro intorno ai lavori in corso. Il piedino dell’autista accompagnò il pedale del freno con studiata grazia e fermò la vettura senza scossoni. L’uomo ricco scese col suo carico esclusivo ed io mi girai. Il bambino tossiva allegramente con la boccuccia spalancata e la gentil signora ora era seduta con le braccia conserte mentre il suo petto era scosso da quella secchezza bronchiale come se niente fosse, en plein air. Dietro di me sentivo due tossici litigare per un nonnulla. Non mi girai nemmeno.

Il gambetto di Renzi

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Renzi è riuscito nell’intento di spostare la discussione sul lavoro dagli stipendi ai diritti. I sindacati negli ultimi vent’anni hanno cristallizzato le loro polemiche (e il loro contributo al dibattito pubblico) sul diritto a lavorare piuttosto che sul diritto a veder riconosciuto il giusto compenso al lavoro. Il risultato è sotto l’occhio di tutti. Lavoratori sottopagati senza tutele e lavoratori talmente tutelati che nemmeno se riconosciuti lavativi e incompetenti vengono licenziati.
La forza del governo Renzi è tutta qua: ha colpito il lavoro proprio dove i sindacati battono da sempre sapendo che il vero nodo non è sui diritti, ma sugli stipendi, cioè uno dei luoghi da cui gli imprenditori possono guadagnare di più.
Il picco di strategia mediatica è stato raggiunto con l’invito agli imprenditori a tornare in Italia.
Ripercorriamo le tappe di questo fantomatico ritorno: 1) gli imprenditori italiani licenziano migliaia e migliaia di dipendenti in Italia; 2) delocalizzano le loro imprese dove gli stipendi sono più bassi (e dove ci sono meno diritti, dirà qualcuno, ma le questioni possono essere unite, non solo distinte); 3) le imprese che hanno delocalizzato fatturano in stati con tassazioni agevolate e non subiscono nessun tipo di sanzione in Italia (ma continuano a fregiarsi del “Made in Italy”); 4) ora che i sindacati hanno perso la battaglia sui diritti decidono che è ora di tornare.
Perché dovrebbero farlo? “Perché Renzi ha eliminato gli ultimi diritti dei lavoratori italiani” risponderà qualcuno. No, perché gli italiani hanno dimostrato al mondo intero, col beneplacito dei sindacati, che possono essere pagati una miseria e lavorano lo stesso, che votano un partito che al governo ha messo uno che ha eliminato fino all’ultima tutela e tutti, ma proprio tutti, invece di guardare cosa entra ed esce dalle tasche, come fanno in tutto il mondo, si riducono (purtroppo) a discutere dei massimi sistemi.
I diritti, come ogni imprenscindibile conquista della modernità, sono sacrosanti fino a quando non se ne abusa. In Italia se ne è abusato e i sindacati, che potevano usarli come merce di scambio per avere stipendi più alti e meritocrazia concreta e immediatamente fattibile, per esempio nella P.A., in nome di principi e privilegi si è trincerata dietro aut aut antistorici che a tutt’oggi danneggiano e hanno danneggiato i cittadini onesti e gli onesti lavoratori.
Allo stesso prezzo Renzi ha eliminato i diritti e mantenuto gli stipendi sotto la soglia minima sancita dalla Costituzione. Il gambetto è quella mossa negli scacchi in cui un giocatore cede un pedone per guadagnare un vantaggio tattico. Renzi non solo si è avvantaggiato tatticamente, ma non ha nemmeno sacrificato un pedone.
Complimenti a tutti, belli e brutti, a chi per miopia o per lungimiranza, ha contribuito a tenere questo paese, per usi e costumi, questi sì ottocenteschi, sotto il livello minimo di civiltà.

Un problema tutto italiano

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Circa centomila italiani sono a spasso invece di essere in galera o ai domiciliari (si fa per dire).
La questione è naturalmente discussa poco e sempre in tono minore perché di questi  centomila (circa) italiani, la maggior parte è costituita da colletti bianchi e da portatori di interessi. A rendere più perniciosa la situazione sono i piccoli delinquenti, i picchiatori occasionali e i ladri della domenica.
C’è da sapere che oggi in Italia, se si viene condannati per un reato che preveda una pena inferiore ai quattro (4) anni, praticamente si viene assolti, il che è una contraddizione in termini. Si potrebbe obiettare che una condanna ai domiciliari o ai servizi sociali sono comunque una condanna, invece io affermo che non lo è.
Tutte le persone condannate, a qualunque pena, dai trenta (30) giorni ai quattro (4) anni, a parer mio (che certamente mi intendo solo di soluzioni immaginarie) dovrebbero scontare la loro pena in carcere, e non per giustizialismo o vendetta (pensate un po’ cosa va ad immaginare la gente), ma semplicemente per tenere lontano dalle attività economiche, sociali e politiche persone riconosciute colpevoli dei reati loro ascritti.
Senza questo genere di delinquenti minori tra i piedi, il Paese potrebbe pian piano ripartire, i posti di lavoro lasciati vacanti potrebbero essere occupati da persone più oneste e capaci, il sentimento di sicurezza generale aumenterebbe perché queste persone non andrebbero in giro ad alimentare la percezione degli altri delinquenti che il crimine, anche se viene sanzionato, in realtà non toglie loro la libertà, e non indurrebbe gli altri italiani onesti a pensare che, in fondo, tanto vale delinquere.
In poche parole a causa dello 0,15% (circa) della popolazione, tutti gli altri devono subire il comportamento criminale di questa classe di individui.

Volete sapere perché? Perché le carceri italiane possono contenere al massimo 65.000 persone, ovvero meno dello 0,05% della popolazione, e invece di costruire altri luoghi deputati al soggiorno degli altri disonesti e criminali che vivono tra noi, lo Stato italiano preferisce non punirli.
Questo è il modo migliore per prendersi gioco degli onesti.