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La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale (un manifesto)

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale predica una verità che tutti tacciono, ma nessuno nega: tutti gli esseri umani sono degli idioti. Per questa ragione la nostra Chiesa non ha  dogmi di nessun tipo: sarebbe troppo complicato comprenderli; di conseguenza non ha regole di nessun genere: sarebbe troppo difficile per chiunque rispettarle.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale perdona tutti. Come si fa a non perdonare degli idioti? Come faremmo ad affermare in tutta coscienza e verità che qualcuno abbia sbagliato a fare questo o fare quello quando la grande verità nascosta della specie umana è di essere tutti degli idioti?

Nessuno cercherà di convincere qualcun altro che c’è qualcosa di giusto o di sbagliato, perché questa Chiesa è stata fondata per semplificare la vita dei suoi fedeli, non per complicarla. Hanno provato per millenni a convincere le persone che ce la potevano fare, che potevano capire, che la buona volontà, l’impegno, lo studio, la consapevolezza di sé, il comportamento civile, il rispetto di sé e degli altri, la moralità, il giudizio, la prudenza, la temperanza, il raziocinio, il ragionamento e la beneducazione avrebbero portato loro felicità e soddisfazione, amore e ricchezza.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale professa la felicità per tutti gli umani, e  questa meta ambita da ognuno è per tutti a portata di mano, anzi, è già in voi e non lo sapete. La felicità è non capire un cazzo.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale è qui per dirti che la felicità è accettare che non è colpa tua, che l’unica cosa da fare è accettare che sei un idiota. Se accetterai questa grande verità, allora capirai che questa è la tua Chiesa.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale professa una fede che non ha segreti in cui credere o misteri da scoprire, non ci sono altre verità da affermare.

Entrando nella Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale potrai fare a meno di ridere alle battute che non capisci; potrai fare a meno delle regole inutili che esistono solo per far lavorare qualcuno; potrai smettere di seguire l’esempio del virtuoso e del giusto, del grande uomo, del personaggio storico, del poeta e dello scrittore rinomato; potrai liberarti di ogni remora e dichiarare  ogni tuo pensiero perché tutto ti è permesso quando sei un idiota.

Perché vivere una vita di finzione e falsità? Perché non ammettere che nessuno è capace di farne una buona? Perché non ammettere finalmente con liberatoria enfasi che nessuno è davvero nella posizione di giudicarti se ti convinci fideisticamente di essere un idiota?

Affiliati alla Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale, sii te stesso, sii idiota fino in fondo.

Zalone, Star Wars e l’arte di raccontare storie

Una storia è la nostra memoria in forma diversa, è la rappresentazione di motivazioni, archetipi e desideri che conosciamo sotto forma di bisogni, atti e realizzazioni in ogni fase della nostra vita. L’universalità delle storie e dell’arte del narrare, la trasversalità culturale degli schemi narrativi e delle funzioni dei personaggi è risaputa e banale. Abbiamo bisogno di storie come abbiamo bisogno di confidarci con un amico o di raccontare un’avventura amorosa, un brutto incidente o un successo negli affari o nella professione. Il tentativo di spiegare il successo dei film con Checco Zalone è la cattiva sociologia in cui affogano molti blog e la quasi maggioranza delle discussioni in rete, così come quelle sull’ultimo film di Star Wars che si sono trasformate in veri e propri corsi di narratologia filmica e/o tout court. Tutto questo è molto interessante, ma quella stessa cattiva sociologia rispecchia l’altro tragico tormentone nei dibattiti pubblici e durante le cene o gli aperitivi di chi si occupa di letteratura: lamentarsi delle classifiche dei libri più venduti e della mancanza di dibattito e di denuncia del livello ormai abietto a cui si sono ridotti i consumatori di letteratura nel nostro Bel paese. Immagino scenari apocalittici alla Fahrenheit 451 in cui invece dei memorizzatori i lettori di “buoni libri” se li passano fra loro magari usando “Little Free Library” o altri mezzi di book sharing e leggono di nascosto i capolavori universali della letteratura continuando a comprare i più sordidi titoli nei supermercati, negli uffici postali, negli aeroporti e financo nelle librerie, giusto per non sfigurare, e rimanere alla moda sfoggiando sul comodino il best-seller di turno che nell’80% dei casi non si legge nemmeno. L’ultimo film di Star Wars è un esempio di storia raccontata davanti a un caminetto globale e illuminato da un mito commerciale e blasonato, un culto vero e proprio che riprende il filone della persona normale che si ritrova con dei poteri a dover salvare il mondo. In qualche modo è una storia che conosciamo bene e ci piace vederla e rivederla perché sembra che parli di noi. L’ultimo film di Checco Zalone è un esempio di film costituito da frammenti di conversazioni, di sketch di cui saremmo potuti essere protagonisti, in cui ci sembra di riconoscere l’amico più simpatico del nostro gruppo e rientra in un modello di narrazione che rimanda più a Youtube e al bar che all’arte di raccontare storie. Siamo tutti pieni di pregiudizi e così anche la battuta più becera, quella che non è affatto satira, ma soltanto uno sfottò viscerale che invece di chiamare alle armi la nostra intelligenza primaria, fa scattare i nostri bassi istinti di animali braccati, ci fa ridere come se non avessimo mai riso prima in vita nostra e la sociologia spicciola cerca di spiegare il fenomeno parlando di involuzione. Se stessimo tutti più attenti a raccontare storie tipo Star Wars e ci dedicassimo alla narrazione mostrando gli esempi riusciti di quest’arte scopriremmo che non abbiamo bisogno di spiegazioni consolatorie, ma di storie spiazzanti, e invece di celebrare indirettamente ciò che ci sembra giusto odiare e disprezzare restituiremmo giustizia a chi la merita, e magari, ma solo per magia, vedremmo le classifiche dei libri più venduti come (forse) dovrebbero essere: sottosopra.

p.s.: non ho visto né Star Wars: Il risveglio della forza,Quo vado?.

L’ultimo libro che ho letto è Il vagabondo delle stelle di Jack London. Fate voi.

L’assurdo allarme dell’analfabetismo

Questo è un momento storico davvero storico.

Tre generazioni di italiani convivono sul suolo patrio e hanno in comune, oltre alla cittadinanza, qualcosa di così rivoluzionario che difficilmente appare a prima vista tale, e che ancora non è visto con la giusta logica entusiastica: tutte e tre sono state a scuola. I miei nonni e i miei genitori sono stati a scuola. Io sono stato a scuola. I vostri nonni (sicuramente con qualche eccezione, ma diciamo che parlo ai nati negli anni settanta) e i vostri genitori sono stati a scuola. Voi siete stati a scuola e tutto questo è avvenuto solo nell’ultimo secolo.

Davidson dice del relativismo culturale che spesso e volentieri operiamo una discriminazione al ribasso delle cose in comune tra due culture soltanto perché le differenze spiccano maggiormente e l’incomprensione è un’arma potentissima di fascinazione. Invece le cose in comune pacificano, rendono i conflitti più dolci e scientificamente chiariscono parecchie cose, come ha fatto per esempio Chomsky con le lingue.

Traslando il metodo di Davidson alla situazione dell’analfabetismo in Italia le cose si possono descrivere più o meno allo stesso modo: spiccando all’occhio esempi di analfabetismo ci sfuggono le più elementari osservazioni di un fenomeno epocale: la maggioranza della popolazione italiana conosce e riconosce almeno un linguaggio scritto (quello della propria nazione). Una buona fetta di questa maggioranza conosce addirittura un altro linguaggio (almeno un’infarinatura d’inglese grazie alla pubblicità, ai film e all’ingloriosa esterofilia italiana). Tutti utilizzano le parole scritte per la comunicazione di tutti i giorni: sms, commenti o post su Facebook o sulle pagine dei giornali on-line, comunicazioni commerciali, lettere d’amore e lettere d’affari, scritte sui muri (la storia umana non ne aveva mai viste così tante che se un’eruzione seppellisse una qualsiasi città europea presa a caso gli eventuali scopritori delle sue rovine penserebbero prima di tutto che avessimo sostituito i muri alla carta…) ecc. ecc. per una tale gamma di scrittura e lettura e una tale mole di testi fruiti e scritti che mai, dico mai, la società metropolitana aveva mai potuto sperimentare.

C’è ancora chi non è convinto e fa leva nel suo ragionamento tutto sulla parola “maggioranza”, che naturalmente io ho usato apposta, anzi ho dovuto usare, in primo luogo perché in un articolo generalista che non ha nessuna pretesa sociologica è corretta; in secondo lugoo perché rientra nella logica davidsoniana del mettere da parte le differenze e sottolineare le cose in comune.
Nell’ottocento il tasso di analfabetismo, solo in Italia, in certe zone, superava anche l’80%. Ancora sotto il fascismo più della metà della popolazione era analfabeta, e non aveva la possibilità di avvicinarsi a nessuna produzione culturale, né scritta né verbale.

Tutti questi dati li sto naturalmente inventando perché non posso ricordare le cifre precise, ma fidandomi della mia memoria di ottimo studente delle superiori, farò finta che esse siano più vicine al vero di quanto non siano. Chiunque può andare a controllare e vedrà che le cose stanno davvero così, o almeno ci sono andato molto vicino. Se ho scelto di non mettere dati precisi è proprio per rendere ancora più evidente la logica davidsoniana. La maggioranza non è più analfabeta: ha concluso gli studi superiori, e una buona fetta di questa ha potuto studiare all’Università, ovvero accedere al massimo grado di conoscenza del genere umano. C’è persino di più. Se anche non volessimo considerare i canali ufficiali degli studi legalmente riconosciuti, qualsiasi italiano (anche se non in tutte le città, e nemmeno in tutte le più grandi, questo lo riconosco) volendo potrebbe studiare senza spendere un soldo esattamente gli stessi libri che studia uno studente universitario di qualsiasi corso di laurea, di qualsiasi Scuola. Infatti abbiamo ripreso la tradizione del Museo di Alessandria e abbiamo creato una delle più grandi istituzione della civiltà occidentale: la Biblioteca.
Questo è sorprendente ed è questo ciò che va sottolineato: va sempre ricordato quale è il grado di civiltà a cui siamo giunti e non solo che molti alfabetizzati sono incapaci di compiere semplici operazioni matematiche o comprendere un testo complesso. Certo, questi sono altri problemi che andranno affrontati con nuovi strumenti e certamente la sfida dell’informazione digitale è quella di migliorare l’acculturamento e non di appiattirlo.

Infine vorrei spezzare una lancia a favore di quelli che non sono in grado di comprendere un testo complesso o anche maggiormente articolato di un semplice articolo giornalistico di cronaca. Siamo davvero sicuri che tutta la cultura si trovi solo nei saggi scientifici o accademici e negli articoli più complessi? Ci chiediamo se la società è davvero pronta a dare più tempo e più risorse a tutti, affinché possano imparare di più e mettersi nelle condizioni di affrontare delle letture più complesse di un articolo di gossip?
La nostra è una società complessa che si regge su mille ruoli diversi e su lavori sia umili che altamente specializzati di milioni di persone che la fanno funzionare, non solo perché sono pagati per farlo, ma perché sono parte di quella stessa società. Quando fai certi lavori e la società non ti da nessuna chance di cambiare il tuo status, forse hai il sacrosanto diritto di non volere nemmeno saperlo un concetto più complesso di quelli che ti servono per sopravvivere, e quindi certi allarmisti, benché esimi studiosi, dovrebbero parlare delle radici in cui il male culturale si annida, e non prendersela (o apparentemente mostrando) soltanto le foglie rinsecchite di questo albero così frondoso e opulento che è la società moderna alfabetizzata.

L’altrui mestiere

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L’Italia è un paese di santi, navigatori, poeti e qualcos’altro di un’abusata formula che ho voluto violentare apposta, perché il tema di questa soluzione immaginaria è un Paese a forma di stivale in cui ognuno fa il suo mestiere e non toglie, a causa di ciò, il lavoro agli altri.

Marco Travaglio recita nel film “Il venditore di medicine” in mostra a Roma e in prossima uscita nelle sale. Potete vederlo qui. Naturalmente è solo un cameo, non è una scena lunga e non è una parte importante, ma il punto non è questo. Posso quasi affermare senza paura di querele che Marco Travaglio per la prima volta ha toppato. Non sono un suo fan accanito e nemmeno lo seguo tanto, ma devo ammettere che per anni i suoi fondi sulla prima pagina de “Il Fatto Quotidiano” hanno allietato le mie colazioni e di questo lo ringrazio.

Affermare che la sua partecipazione a questo film abbia tolto lavoro ad un attore, o svilisca la professione giornalistica o la innalzi, o renda troppo facile la considerazione del lavoro dell’attore è altrettanto stupido del dire che tutti possono fare gli attori e quindi per lanciare il film niente di meglio di un incorruttibile giornalista nella parte di un incorruttibile medico di cui l’Italia ha evidentemente tanto bisogno. L’unico commento che mi sento di fare è breve ed è il seguente. L’Italia ha bisogno di responsabilizzare ogni ambito professionale esistente, sia nel rivedere e/o allargare i diritti, sia nel garantire alla comunità che i lavoratori disonesti finiscano in galera. Prima che si possa arrivare ad una giustizia che garantisca queste due ambiziose prospettive, ciò che noi italiani dovremmo imparare è la critica, anche sprezzante, di ogni scavalcamento dei campi professionali e soprattutto la giusta svalutazione e/o sanzione boicottatrice nei confronti di coloro che non riconoscono il merito, la professionalità e il giusto ruolo delle persone che già si occupano in quel determinato campo di quella determinata professione.

Dunque io penso che 1) Travaglio non avrebbe dovuto accettare di interpretare una parte in un film perché non è un attore; 2) non andrò a vedere il film perché il regista non avrebbe dovuto cercare un non-attore che interpreta una parte insieme ad altri attori (insomma dietro non c’è nessuna poetica pasoliniana); 3) il non-attore Travaglio che si intravede in un cameo è un’operazione squallidamente commerciale; 4) in tutto il mondo un cameo è interpretato da un attore in una piccola comparsata, il cui ruolo è marginale e non ha (quasi) niente a che vedere con il carattere del personaggio (ovverosia non c’è rispecchiamento carattere dell’attore/carattere del personaggio); 5) non riesco a credere che non si sia trovato un caratterista o un attore che potesse interpretare il ruolo; 6) lo sconfinamento dei ruoli denigra la categoria degli attori, perché si fa pensare al pubblico che non è necessario essere un attore per fare l’attore, ma basta essere già conosciuti in qualche campo; 7) non si capisce se recita o sta facendo un editoriale.

Intervista a me stesso sul fantastico mondo del lavoro

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domanda: perché non sei ancora entrato nel mondo del lavoro?
risposta: perché sono laureato.
d: in che senso?
r: nel senso che siccome nella vita voglio fare l’impiegato o il commesso la mia laurea non mi permette di accedere a queste tipologie di lavoro.
d: mi sembra tutto un po’ strano, vuoi provare a spiegarcelo?
r: molto volentieri. per fare il commesso o l’impiegato in azienda privata devi avere una certa esperienza e se quella non basta ho provato a scrivere lettere di presentazione in cui motivavo la mia scelta, parlavo della mia voglia di imparare un lavoro e di intraprendere quest’attività. non mi hanno mai risposto e alla fine qualcuno mi ha detto che era perché ho “lasciato” nel cv che sono laureato (LM in Scienze Filosofiche, n.d.a.).
d: e nel pubblico impiego?
r: ancora peggio. nell’ultimo concorso a cui ho partecipato il mio diploma di perito chimico e la mia laurea specialistica messe insieme valgono meno di un diploma a pieni voti…
d: ci puoi fare un esempio specifico così a casa capiscono di cosa stai parlando?
r: certo: se hai preso 60/60 ti danno 5 punti, tra 57 e 59 sono 3,75, tra 54 e 56 2,50, tra 51 e 53 sono appena 1,25. Per la laurea specialistica sono 3 punti, la laurea triennale 1 solo. Quindi un diplomato con 60 ha 5 punti e io (52 + LS) 4,25. Non ho nessuna speranza.
d: ci sono sempre gli esami.
r: anche quelli te li raccomando. la seconda prova è la stesura di un documento amministrativo. sfido chiunque a trovare un libro dove ti spieghino come stilare un documento amministrativo. e poi quale documento? uno a caso tra i cinquemila tipi esistenti in tutte le tipologie di amministrazioni pubbliche? Inoltre concorrono al punteggio i corsi di formazione, i corsi d’inglese e i corsi di computer. Io l’inglese l’ho studiato da solo e lo conosco benissimo, col computer non ho mai avuto problemi, l’ho imparato a usare più di quindici anni fa, penso che basti no?
d: non basta?
r: no, non basta. rifacendo i punti un diplomato con 60/60 che abbia fatto due corsi tra i predetti e che abbia avuto un contratto interinale in una pubblica amministrazione ha, a parità di punteggio dell’esame a risposta multipla e dell’esame pratico, già più punti di me. La cosa più assurda è che c’è pure l’orale per valutare la conoscenza della lingua e dei programmi informatici – testuali parole – “più diffusi”. Allora a che serve dare punteggi se hai fatto un corso?
d: sembrerebbe un controsenso, in effetti. Conclusione?
r: in questo paese se sei un giovane laureato che vuole fare un lavoro dignitoso che non ha mai fatto prima perché ha passato degli anni a studiare e magari ama il contatto con la gente, se non vuole (e non si capisce perché dovrebbe) nascondere i suoi studi, non può entrare nel mondo del lavoro. spero che per i lavori specialistici sia diverso.
d: vuoi lasciarci con una chicca intellettuale, per favore?
r: Ci mancherebbe: “Forse i suoi vizi gli si potevano perdonare, ma era anche dedito alla pratica sovversiva di pensare” dice W.S. Burroughs di Kim, il protagonista di Strade Morte. Ecco, fino a quando mi dedicherò a questa pratica sembra che non potrò lavorare.

Dialogo sopra l’origine della disuguaglianza tra i sessi

Personaggi:

Primo, un femminista ante-litteram
Secondo, un femminista scettico
Terzo, un femminista indeciso
Quarto, un maschilista

(Tanto tanto tanto tempo fa. In una caverna)

Primo: Allora come va?
Secondo: È una settimana, una settimana intera.
Terzo: Anch’io una settimana, spero stasera.
P: E io che pensavo di essere stato sfortunato. Sono quattro giorni.
S & T: Beato te.
T: Come hai fatto?
P: Le ho preso dei fiori in un campo, sai quelli bianchi con tanti petali tutti intorno? Poi sono tornato a casa e le ho detto che la sua pelle è bianca come quella della luna.
S: Le hai veramente detto così?
T: Dove l’hai sentita?
P: Da nessuna parte, mi è venuta naturale. Lei mi ha detto che voleva sentire ancora parole come quelle e allora le ho detto che i suoi occhi erano belli come il sole.
S: Uau, questa è proprio incredibile. Non si riesce nemmeno a vedere il sole. Se l’è bevuta?
(Primo annuisce soddisfatto)
T: quindi vediamo un po’. L’hai fatto domenica e anche mercoledì?
(Primo annuisce ancora)
S: Ok, qualcosa allora possiamo dire di aver capito: 1) se facciamo regali, 2) se diciamo parole carine e complimenti 3)…
T: …se le portiamo in posti che nessuno ha mai esplorato invece che al solito posto!
S: Esatto
P: Però è strano.
S: Cosa?
P: Io sono sicuro che anche loro vogliono farlo più spesso, soltanto è che vogliono essere sicure di essere amate, vogliono ricevere attenzioni, insomma, voi non volete le stesse cose?
S: Eh, queste cose le abbiamo già dette tante volte, sono anni che ne discutiamo…
P: Appunto, perché è tanto strano sforzarci un po’ per farlo qualche volta in più? Io mi sto divertendo, ci sto prendendo gusto, mi sento anche più in gamba, migliore…
T: A me non mi verrà mai in mente niente di quelle cose che dici tu
P: Però sei bravo a pescare! Quando le hai portato quella carpa di dieci chili non ha voluto fare quella cosa ancora più eccitante?
T: Sì, ma non è mica detto che tutti i giorni riescono a prendere una carpa di dieci chili! E poi magari vuole un branzino, o una trota, mica carpa tutti i giorni…
P: Però ti impegni e gliene porti magari tutte e tre.
S: Sì vabbè, ma abbiamo anche le nostre esigenze. Io ho sempre voglia, non so pescare e non mi vengono in mente parole e poi non mi perdona mai una scappatella, perciò è solo quando ha voglia lei e per fortuna lei ne ha, altrimenti che farei?
P: possiamo pensare a delle cose tutti insieme, ci diamo una mano sui nostri rispettivi campi e insieme facciamo venire ancora più voglia alle nostre donne, che ve ne pare? Che sarà un po’ di sforzo in più? In fondo è per una cosa bellissima e che piace pure a loro.
Quarto: (era rimasto in disparte e in silenzio) Sei un rammollito. Voialtri siete dei rammolliti. Chi è che regge la baracca, porta da mangiare e difende dai pericoli e fa la guerra e la pace con gli altri? Noi! Loro se ne stanno a casa a poppare i marmocchi e il lavoro duro ce lo sobbarchiamo noi e quando abbiamo voglia dovremmo pure sforzarci di più? Balle, dico io…
P: Non è vero che non fanno niente a casa e nemmeno fuori…
Q: Silenzio! Ho sentito abbastanza sciocchezze queste sera. Io porto a casa mia la ricchezza che mangiamo tutti e non me ne frega niente se lei lava, stira, cucina, spazza, pulisce, allatta, va’ a prendere l’acqua al pozzo, raccoglie la frutta secca, la frutta matura, fa il pane, i conti e aiuta a gestire l’educazione e chissà cos’altro, va bene? se stessi a casa potrei farle pure io queste cose, sono compiti facili e leggeri, ma se lo voglio fare tutte le sere, io lo voglio fare tutte le sere!
P: Ma non è giusto se loro non vogliono. Di che stiamo parlando qui? Non starai mica pensando…
S: Ma che cosa dici? Lo sai che non ci sta pensando…
T: Non ci stai pensando, vero? È come dice Primo, se non vogliono non è mica giusto che, insomma…
Q: Silenzio anche tu. Siete dei rammolliti tutti quanti. Non è necessario quello che pensate, non siamo animali, mi meraviglio che abbiate pensato ad una cosa del genere.
P: Non dovresti meravigliarti se tutto questo tempo abbiamo pensato a dei modi per farlo tutti i giorni e ci sembrava che stessimo andando sulla strada giusta.
Q: Sulla strada giusta? Due volte alla settimana se ti va bene e solo perché hai detto qualche stronzata e forse perché la tua donna è un po’ puttana ti sembra la strada giusta?
P: Come ti permetti?
Q: Fa gli occhi dolci a tutti…
T: un po’ è vero.
P: E che male c’è? Non siamo liberi di fare quello che vogliamo? Le nostre donne sono libere fino a prova contraria, questa è la legge. Tu che tanto offendi, prima di trovare la tua donna, a puttane ci andavi e anche tu e tu, e anch’io. E che male c’era? Nessuno. Adesso stiamo solo cercando di migliorarci, di metterci nella condizione di capire meglio noi stessi.
Q: (spinge Primo) E basta con queste balle. Io voglio scopare tutti i giorni e la mia donna no, questo è il problema!
P: Perché non la corteggi come facciamo noi?
Q: Perché quando torno a casa sono stanco dopo tutto il giorno a lavorare! (S & T annuiscono)
P: Ma non fai il guardiano del branco di pecore tu? E ti stanchi così tanto? Per la cosa più bella del mondo uno sforzo in più non ti fa mica male.
Q: Sei bravo a parlare tu, che sei il figlio del capo villaggio e c’hai le decime pronte.
P: Sai bene che lavoro anch’io! Cosa vorresti insinuare?
Q: Ma niente, è che ho un’idea migliore.
T: Ma abbiamo detto che in quel modo…
Q: Non è quello.
S: Allora cos’è?
Q: L’ho chiamato “Matrimonio”!
P: E che sarebbe mai?
Q: È un foglio su cui scriviamo un accordo vincolante per le parti, ovvero tu e la tua donna: ci scrivi tutto quello che facciamo già e che viviamo nella stessa casa e che ognuno di noi ha degli obblighi verso l’altro e che se non li attendi l’accordo salta e ognuno per la sua strada.
S: Che significa? Che mi posso trovare un’altra donna con cui fare il “matrimonio” se quella di prima non rispetta i patti?
Q: Esatto.
T: Va bene, ma la questione di fare cose tutti i giorni come la metti? Loro leggeranno che tu ci hai scritto questa clausola, no?
Q: Certo, assolutamente, è l’unico modo.
P: E quale donna, se oggi non vogliono farlo tutti i giorni, pensi che domani firmerà l’accordo se non in cambio di un sacco di belle parole, regali e uscite, e che vorrà quindi che vengano scritti nel “matrimonio”? Siamo allo stesso punto di prima. Anzi, stavolta saremmo pure obbligati per iscritto e io mi rifiuto: posso anche non volerne avere voglia, oppure siamo animali?
T: Non sembra una gran pensata, in effetti, caro Quarto.
Q: Stupidi, ho pensato a tutto.
S: Sentiamo.
Q: L’ho chiamata “Festa di Nozze”.
P: E che sarebbe?
Q: Sarebbe il giorno in cui si firma l’accordo, ma lo trasformiamo in un giorno indimenticabile, capite? Non c’è bisogno di regali e belle parole ogni giorno, ma ne basta uno in cui le parole e i regali siano grandiosi. Si invitano amici e parenti, si mangia e si beve dalla mattina alla sera e ogni invitato porta un regalo. Non l’avete detto voi? Le donne ci vanno pazze. E poi l’uomo farà le sue promesse, leggerà poesie, dichiarazioni d’amore, ma tutto in questo giorno, dopo non c’è bisogno di rifarlo e con questo firmeranno il contratto così come va bene a noi!
P: Ma non è una truffa?
Q: Per niente! In quel momento loro sapranno e decideranno e firmeranno anche se c’è scritto che devono farlo tutti i giorni…
P: E poi ti lasceranno dopo una settimana, anzi, il giorno dopo…
Q: Invece no. E ti spiego perché: prima ragione: non hai sentito che gli scienziati hanno scoperto che il sole fa lo stesso giro nel cielo ogni tanti giorni e poi ricomincia allo stesso punto? Lo hanno chiamato “anno”. Ebbene se in un qualsiasi giorno si firma il contratto e fissiamo in qualche modo il punto in cui il sole è nel cielo dopo un “anno”, in quel giorno festeggiamo di nuovo, non come la “Festa di Nozze”, ma così, per ricordarlo. L’ho chiamato “Anniversario”.
S: Quindi le donne, sapendo che ci sarà l’anniversario lo faranno tutti i giorni anche se non vogliono? Forse può funzionare…
P: Credete? Non pensate che invece ne parleranno subito e alla fine capiranno che è solo una meschina compravendita e si rifiuteranno tutte in blocco, oppure stracceranno lo stesso il contratto pur di non abbassarsi a questo lurido scambio?
Q: E allora metteremo l’ulteriore clausola che per il “matrimonio” la donna deve essere vergine così se vuole andarsene non potrà fare il “Matrimonio” con un altro.
T: Un po‘ brutale, ma può funzionare.
P: Brutale? È un’ingiustizia. Mica tutte si metteranno ad ubbidire a queste balle. Le donne sono libere, perché dovrebbero evitare di scopare prima di un qualsiasi matrimonio? Che vantaggio ne avrebbero?
(Secondo & Terzo si guardano perplessi)
Q: Il vantaggio di uscire di casa.
P: Cosa?
Q: Tu non hai una figlia che ha appena avuto il primo sangue e che è ancora vergine?
P: E allora?
Q: Non le vieteresti di uscire di casa per andare a scopare col primo che desidera se sapessi che potrebbe avere un buon “Matrimonio” con un uomo ricco che altrimenti, secondo le regole che ci stiamo dando, non la vorrebbe in nessun caso?
P: No, non lo farò mai. Le donne sono libere, di fare, di scegliere e di andare dove pare a loro, esattamente come noi. Quello che ti sei inventato stasera non succederà mai e poi mai, te lo garantisco.
Q: Vuoi scommettere?

Nel nome del padre, del figlio e della raccolta differenziata

umido

Mangia!
– Non mi piace!
Come fai a dire che non ti piace se non l’hai nemmeno assaggiata?
– Lo so e basta. Il suo profumo mi dice che non mi farebbe bene: per esempio potrei avere un’intolleranza alimentare che ancora non si è scatenata nel mio organismo per via dei fattori di crescita o perché non ho fatto ancora lo sviluppo, ma potrebbe darsi (e studi clinici, esperimenti con il sistema doppio cieco lo hanno stabilito) che il mio istinto – ovvero l’insieme dei miei sensi – sappia già la risposta del mio organismo a questo alimento ed è questa la ragione per cui non voglio mangiarlo, anche se a questo livello di consapevolezza è chiaro che posso soltanto rifiutarmi.
(Il padre guarda il figlio con un misto di rispetto e di rabbia)
Mangia e zitto. Ti rendi conto che in Africa ci sono dei bambini poveri che una roba del genere se la sognano e ogni giorno ne muoiono di fame a migliaia e migliaia?
– In Africa le persone muoiono perché l’Occidente le ha sfruttate per secoli, instaurato lo schiavismo e in seguito depredato le materie prime del continente nero imponendo protettorati e insediando colonie. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e le dichiarazioni di indipendenza e la formazione di Stati secondo l’idea occidentale di democrazia, l’Occidente ha orchestrato regimi fantoccio per poter controllare le risorse e avere una ricaduta positiva sui propri mercati dove le stesse, lavorate e riconvertite con manodopera a basso costo, vengono rivendute ottenendone un plusvalore talmente alto da permettere alle multinazionali di influenzare le stesse politiche cosiddette liberali dei paesi sviluppati. Multinazionali che mutatis mutandis sono anche produttrici degli stessi intrugli che ci propinate ogni giorno ignorando frutta e verdura a chilometro zero o la carne di animali che non vengono sottoposti a vere e proprie torture chimiche e fisiche (se proprio non ce la fate a diventare vegetariani) e ignorate altresì tutta la merce equo-solidale che viene prodotta e vendute senza intermediazioni dalle popolazioni locali dei paesi sottosviluppati.
(il padre è quasi d’accordo, ma la zuppa si sta raffreddando)
Mi vorresti dire che preferisci che tutto questo “bendidio” vada sprecato?
– Non è affatto vero che rifiutandomi di mangiare venga sprecato questo “bendidio” (termine ormai in disuso utilizzato solo da persone vittime di banali superstizioni metafisiche le quali credono nella semplicistica spiegazione che l’origine del mondo e della vita sono dovute alla loro creazione dal nulla da parte di un essere soprannaturale. È risaputo e scientificamente provato che la vita sulla terra si è sviluppata probabilmente per caso e si è evoluta grazie alla selezione naturale). Nel nostro comune è in atto da alcuni anni la raccolta differenziata. La partizione definita “residuo umido” viene raccolta in appositi sacchetti di “mater-bi” (una plastica completamente biodegradabile che è stata sviluppata negli anni ottanta e soltanto da pochi anni, grazie alle insistenti campagne mediatiche di poche persone chiamate “ambientalisti” la politica ha in parte accolto le loro proposte e si è compresa la loro importanza per la salute umana e per la salvaguardia dell’ambiente di cui gli esseri umani fanno parte); grazie a questa plastica e all’accurata selezione dei rifiuti che tu, mamma, e i miei fratelli e sorelle fate ogni giorno, i sacchetti possono essere inseriti nel gassificatore fuori città, un deposito in cui il cosiddetto compostabile si degrada fino alla completa decomposizione. Questo processo genera gas. Il gas prodotto viene opportunamente selezionato, addizionato di mercaptano e poi reintrodotto nella rete cittadina. È per questo che da qualche semestre ti sembra di pagare meno il riscaldamento. Non lo stai pagando meno, costa di meno grazie alla raccolta differenziata. Dunque, anche se buttiamo questo cibo, che tu definisci “bendidio”, alla fine ci tornerà indietro in forma di gas (una parola che deriva dal greco caos, disordine e che invece la polizia utilizza per mantenere l’ordine, non è strano?). Come puoi vedere non c’è niente di male a non mangiare la zuppa. Grazie lo stesso, io ho finito.
(il padre guarda il figlio come se fosse un alieno)
ma hai nove anni, com’è possibile che sai tutte queste cose: alla tua età non puoi giocare alla playstation e basta?
– non solo in questa città esiste una biblioteca, ma ogni mese paghi una connessione ad internet che è molto comoda per scaricare quelle guide che ti piacciono tanto sulla biomeccanica delle interconnessioni umane e altre amenità, ma ogni tanto si trovano anche quelle informazioni che superano il semplice interesse materiale e sessuale e possono influire positivamente sulla crescita intellettuale dei più giovani così come dei più anziani.
(il padre si guarda intorno sperando che la moglie non abbia intuito l’uso disinvolto che il figlio fa degli eufemismi e pensa che dovrà far finta di inserire il filtro parenti nel computer di famiglia)
Ma da dove è uscito questo qua? (domanda alla moglie)
– dal momento che lo chiedi è certo al 75% che non sono figlio tuo poiché tutti i miei fratelli  e sorelle non hanno gli occhi azzurri come te e mamma, invece io sì. gli occhi azzurri sono molto appetibili sessualmente non semplicemente perché sono belli, ma soprattutto perché fin dall’antichità si era capito che fossero un carattere recessivo, ovvero era facilmente intuibile che a seconda di chi avesse gli occhi azzurri tra i genitori, se i figli ce l’avevano oppure no, si poteva affermare se la madre fosse stata con un altro.
(il padre sviene)
– non siete stati voi a volere dei figli intelligenti e studiosi?