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La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale (un manifesto)

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale predica una verità che tutti tacciono, ma nessuno nega: tutti gli esseri umani sono degli idioti. Per questa ragione la nostra Chiesa non ha  dogmi di nessun tipo: sarebbe troppo complicato comprenderli; di conseguenza non ha regole di nessun genere: sarebbe troppo difficile per chiunque rispettarle.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale perdona tutti. Come si fa a non perdonare degli idioti? Come faremmo ad affermare in tutta coscienza e verità che qualcuno abbia sbagliato a fare questo o fare quello quando la grande verità nascosta della specie umana è di essere tutti degli idioti?

Nessuno cercherà di convincere qualcun altro che c’è qualcosa di giusto o di sbagliato, perché questa Chiesa è stata fondata per semplificare la vita dei suoi fedeli, non per complicarla. Hanno provato per millenni a convincere le persone che ce la potevano fare, che potevano capire, che la buona volontà, l’impegno, lo studio, la consapevolezza di sé, il comportamento civile, il rispetto di sé e degli altri, la moralità, il giudizio, la prudenza, la temperanza, il raziocinio, il ragionamento e la beneducazione avrebbero portato loro felicità e soddisfazione, amore e ricchezza.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale professa la felicità per tutti gli umani, e  questa meta ambita da ognuno è per tutti a portata di mano, anzi, è già in voi e non lo sapete. La felicità è non capire un cazzo.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale è qui per dirti che la felicità è accettare che non è colpa tua, che l’unica cosa da fare è accettare che sei un idiota. Se accetterai questa grande verità, allora capirai che questa è la tua Chiesa.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale professa una fede che non ha segreti in cui credere o misteri da scoprire, non ci sono altre verità da affermare.

Entrando nella Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale potrai fare a meno di ridere alle battute che non capisci; potrai fare a meno delle regole inutili che esistono solo per far lavorare qualcuno; potrai smettere di seguire l’esempio del virtuoso e del giusto, del grande uomo, del personaggio storico, del poeta e dello scrittore rinomato; potrai liberarti di ogni remora e dichiarare  ogni tuo pensiero perché tutto ti è permesso quando sei un idiota.

Perché vivere una vita di finzione e falsità? Perché non ammettere che nessuno è capace di farne una buona? Perché non ammettere finalmente con liberatoria enfasi che nessuno è davvero nella posizione di giudicarti se ti convinci fideisticamente di essere un idiota?

Affiliati alla Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale, sii te stesso, sii idiota fino in fondo.

Contro le religioni

Tutte le confessioni religiose si dicono contrarie a uno Stato confessionale, organizzano tavoli di confronto, conferenze e dibattiti per ribadire l’importanza e il valore sostanziale della vita umana e dei diritti civili. Allora perché quando si discute se lo Stato italiano debba o meno dotarsi di leggi o strumenti giuridici che permettano di allargare i diritti civili delle persone, tutte le confessioni religiose si preoccupano di organizzare campagne, conferenze e dibattiti contro diritti civili quali il matrimonio omossessuale, l’eutanasia, l’inseminazione artificiale o l’utero in affitto, l’equiparazione della tassazione per le attività commerciali religiose come se questi non avessero un valore sostanziale per lo Stato in cui mancano? La risposta è una sola. Le religioni sono contradditorie. Da millenni la civiltà nel suo più alto significato, per affermarsi ha dovuto combattere  solo contro una cosa: l’oscurantismo religioso e l’autorità della verità rivelata che non avevano altro scopo che il controllo delle masse e l’affermazione del  potere politico. Le religioni hanno causato direttamente e indirettamente la morte delle più grandi menti che siano apparse sulla faccia della Terra: Socrate, Ipazia, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Cartesio, Cardano, Campanella, Tommaso Moro, Oscar Wilde, Alan Turing solo per ricordarne alcuni. Personalità che hanno contribuito all’elevazione dell’uomo da semplice macchina termodinamica a essere capace di sconfiggere le malattie, il dolore e l’ignoranza, di portare la cultura umana a un livello visibile e chiaro, materiale e sottoponibile a giudizio, in una parola a rendere l’uomo libero dalla schiavitù dell’altro uomo e non soggiogabile né alle parole, né alle credenze di altri solo perché sono o sarebbero della maggioranza.

A questo punto mi domando se una società che vuole affrontare coerentemente con i suoi cosiddetti valori le sfide del suo tempo, non debba allargare i suoi diritti subito e senza remore, altrimenti quelle che sembrano apparire solo come delle resistenze psicologiche e incomprensibili di poche sacche di oscurantismo all’interno della nostra società, possono invece diventare la preparazione del terreno ideale per uno Stato confessionale e terroristico che non deve far altro che arrivare e bussare alla porta giusta. Non c’è scritto nella Bibbia “chiedi e ti sarà dato”?

a cosa serve una sentinella

Foto dalla pagina facebook di TPO - Bologna

Foto dalla pagina facebook di TPO – Bologna

prefazione evoluzionistica

L’omosessualità è una varietà sessuale delle specie appartenenti alla classe dei mammiferi. La riproduzione sessuale permette una grande capacità di adattamento ed ha avuto una certa fortuna evolutiva, perché è al contempo stabile e varia, ovvero i figli assomigliano ai genitori, ma sono anche molto diversi perché posseggono metà del patrimonio genetico di ognuno di loro. La stabilità è necessaria per mantenere un certo tipo di sopravvivenza, la varietà è altrettanto necessaria per superare le sfide adattative dell’ambiente. L’omosessualità è una varietà sessuale necessaria alla stabilizzazione cromosomica che tende (finora) a generare metà maschi e metà femmine. Cosa succederebbe se cominciassero a nascere solo femmine o solo maschi? Una specie della classe dei mammiferi scomparirebbe in poche generazioni, dunque ha prevalso all’adattamento del nostro corredo genetico la generazione di un certo numero di individui che possano riprodursi indistintamente con entrambi i generi per evitare l’estinzione.
Paradossalmente l’omofobia ha permesso agli omosessuali di trasmettere i loro geni a molti più discendenti di quanti ne avrebbero avuti se fossero stati liberi di vivere la loro sessualità con esseri umani omosessuali, in quanto sono stati costretti dai costumi a sposare eterosessuali (e a riprodursi) per convenienza sociale.
Naturalmente credere che la discriminazione abbia contribuito ad aumentare gli omosessuali o che la totale assenza di discriminazioni prima o poi elimini l’omosessualità è un’idiozia. Sarà la natura a decidere quale varietà prevarrà o quali varietà continueranno a sopravvivere, e non sono problemi che incontreremo a breve, in quanto l’evoluzione si spiega soltanto attraverso le ere, e non si vedranno cambiamenti significativi attraverso le epoche.

L’unico consiglio che mi sento di dare agli omofobi è di guardarsi intorno e osservare ciò che loro stessi chiamano “natura”: parlando dell’ambiente al di fuori delle loro teste dovrebbero come minimo rimanere stupiti dell’enormità di specie e di varietà che la “natura” dispone, e dunque rendersi conto che, se è la salvaguardia dei giovani individui della specie Homo sapiens che hanno a cuore, allora dovrebbero rallegrarsi che un numero maggiore di coppie siano disposte e disponibili a crescere orfani (che comunque sono figli di coppie etero, e questo non lo nega nessuno), ma soprattutto che la maggior varietà ha permesso alle specie di sopravvivere e di adattarsi, e dunque l’omosessualità è in ogni caso una risorsa naturale, non una deviazione. Inoltre negare un diritto ad una varietà sessuale di aderire ed esprimere il proprio sentimento materno e familiare equivale a distruggere e annichilire un ecosistema, a estinguere una linea di sangue, a pervertire quella straordinaria strada che la natura umana ha iniziato e ha percorso fin dall’inizio della sua comparsa sulla terra e che ha meravigliosamente definito civiltà.

cosa stanno sorvegliando?

cara sentinella, se sei contro l’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale, allora (almeno) dovresti essere contro :

1) una madre single che ha perso il marito;
2) un padre single che ha perso la moglie;
3) una madre single che vive a casa della madre vedova;
4) un padre single che vive a casa del padre vedovo;

se la tua opinione è che i figli possano essere cresciuti solo da una coppia formata da un padre e da una madre e sei contrario all’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale , allora dovresti essere anche a favore di obbligare:

1) madri single a sposarsi
2) padri single a sposarsi

e nel peggiore dei casi dovresti essere a favore dell’allontamento dei figli da questo tipo di famiglie.

di contro, se sei convinto che una coppia omosessuale non abbia i requisiti naturali per crescere un bambino, allora dovresti spiegarmi in quali famiglie pensi che siano cresciute le persone omosessuali, le quali, visto che ancora non possono adottare devono essere cresciute in famiglie formate da coppie etero;

dunque la domanda che ti faccio è: se una coppia omosessuale dovesse (o potesse) influenzare la sessualità di un figlio, questo dovrebbe essere vero anche per le coppie etero, allora come è possibile che coppie etero abbiano avuto figli omosessuali?

l’unica cosa a cui servono le sentinelle è proteggere cose o persone e nessuno sta mettendo in pericolo niente, dunque le sentinelle sono inutili.

Il tetto del convento

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Quando ero piccolo mio padre mi raccontava una storia:

Un muratore un giorno portò il figlio con sé a lavorare. Gli aveva fatto dei discorsi prima di arrivare al convento, e pensava di essersi spiegato bene. Il tetto del convento era vecchio, le tegole erano rovinate e il controsoffitto quasi del tutto marcio. L’umidità aveva invaso molte delle celle occupate dalle suore e il muratore aveva molto lavoro.
“Le suore hanno pochi soldi e non possono risistemare tutto, ma per fortuna che ci sono loro, altrimenti noi non mangeremmo” aveva detto il muratore al figlio una volta arrivati. Il muratore si era preso l’incarico di rifare l’intonaco e di ritinteggiare le pareti e aveva lasciato il tetto al giovane figlio, per via di una sua intelligenza ingegneristica, un’intuitività geometrica che aveva dimostrato fin da piccolo.
Quando il muratore aveva finito salì sul tetto attraverso l’abbaino e vide il figlio tutto tronfio del lavoro completato. Il muratore si avvicinò e gli disse che aveva fatto un ottimo lavoro, ma che non aveva capito un cazzo.
“Se non lasci un buco per farci piovere dentro le suore non ci chiamano più, e il mese prossimo come mangiamo?” gli domandò il muratore con quel tono di scherno che si usa per i bambini che in fondo non possono ancora sapere tutto delle vita. Prima di scendere il muratore tolse alcune tegole e le mise da parte, tanto le suore lassù non ci sarebbero mai salite…

Sempre mi era sembrata una storia arguta sull’intelligenza contadina e sulla stupidità del clero, sull’avarizia e sulla mancanza di lungimiranza, di programmazione e di energia intellettuale. Adesso che sono grande e che la mia intelligenza è ben formata dall’esperienza non posso che leggere questa storia come un apologo. Il muratore sono i politici (e non c’è nessuna allusione alla massoneria, la storia era così, e così l’ho lasciata); le suore sono i ricchi; e il figlio sono i giovani e le persone oneste.
Poi ci si domanda perché si abbandonano le famiglie e si incendiano le strade…

L’assurdo allarme dell’analfabetismo

Questo è un momento storico davvero storico.

Tre generazioni di italiani convivono sul suolo patrio e hanno in comune, oltre alla cittadinanza, qualcosa di così rivoluzionario che difficilmente appare a prima vista tale, e che ancora non è visto con la giusta logica entusiastica: tutte e tre sono state a scuola. I miei nonni e i miei genitori sono stati a scuola. Io sono stato a scuola. I vostri nonni (sicuramente con qualche eccezione, ma diciamo che parlo ai nati negli anni settanta) e i vostri genitori sono stati a scuola. Voi siete stati a scuola e tutto questo è avvenuto solo nell’ultimo secolo.

Davidson dice del relativismo culturale che spesso e volentieri operiamo una discriminazione al ribasso delle cose in comune tra due culture soltanto perché le differenze spiccano maggiormente e l’incomprensione è un’arma potentissima di fascinazione. Invece le cose in comune pacificano, rendono i conflitti più dolci e scientificamente chiariscono parecchie cose, come ha fatto per esempio Chomsky con le lingue.

Traslando il metodo di Davidson alla situazione dell’analfabetismo in Italia le cose si possono descrivere più o meno allo stesso modo: spiccando all’occhio esempi di analfabetismo ci sfuggono le più elementari osservazioni di un fenomeno epocale: la maggioranza della popolazione italiana conosce e riconosce almeno un linguaggio scritto (quello della propria nazione). Una buona fetta di questa maggioranza conosce addirittura un altro linguaggio (almeno un’infarinatura d’inglese grazie alla pubblicità, ai film e all’ingloriosa esterofilia italiana). Tutti utilizzano le parole scritte per la comunicazione di tutti i giorni: sms, commenti o post su Facebook o sulle pagine dei giornali on-line, comunicazioni commerciali, lettere d’amore e lettere d’affari, scritte sui muri (la storia umana non ne aveva mai viste così tante che se un’eruzione seppellisse una qualsiasi città europea presa a caso gli eventuali scopritori delle sue rovine penserebbero prima di tutto che avessimo sostituito i muri alla carta…) ecc. ecc. per una tale gamma di scrittura e lettura e una tale mole di testi fruiti e scritti che mai, dico mai, la società metropolitana aveva mai potuto sperimentare.

C’è ancora chi non è convinto e fa leva nel suo ragionamento tutto sulla parola “maggioranza”, che naturalmente io ho usato apposta, anzi ho dovuto usare, in primo luogo perché in un articolo generalista che non ha nessuna pretesa sociologica è corretta; in secondo lugoo perché rientra nella logica davidsoniana del mettere da parte le differenze e sottolineare le cose in comune.
Nell’ottocento il tasso di analfabetismo, solo in Italia, in certe zone, superava anche l’80%. Ancora sotto il fascismo più della metà della popolazione era analfabeta, e non aveva la possibilità di avvicinarsi a nessuna produzione culturale, né scritta né verbale.

Tutti questi dati li sto naturalmente inventando perché non posso ricordare le cifre precise, ma fidandomi della mia memoria di ottimo studente delle superiori, farò finta che esse siano più vicine al vero di quanto non siano. Chiunque può andare a controllare e vedrà che le cose stanno davvero così, o almeno ci sono andato molto vicino. Se ho scelto di non mettere dati precisi è proprio per rendere ancora più evidente la logica davidsoniana. La maggioranza non è più analfabeta: ha concluso gli studi superiori, e una buona fetta di questa ha potuto studiare all’Università, ovvero accedere al massimo grado di conoscenza del genere umano. C’è persino di più. Se anche non volessimo considerare i canali ufficiali degli studi legalmente riconosciuti, qualsiasi italiano (anche se non in tutte le città, e nemmeno in tutte le più grandi, questo lo riconosco) volendo potrebbe studiare senza spendere un soldo esattamente gli stessi libri che studia uno studente universitario di qualsiasi corso di laurea, di qualsiasi Scuola. Infatti abbiamo ripreso la tradizione del Museo di Alessandria e abbiamo creato una delle più grandi istituzione della civiltà occidentale: la Biblioteca.
Questo è sorprendente ed è questo ciò che va sottolineato: va sempre ricordato quale è il grado di civiltà a cui siamo giunti e non solo che molti alfabetizzati sono incapaci di compiere semplici operazioni matematiche o comprendere un testo complesso. Certo, questi sono altri problemi che andranno affrontati con nuovi strumenti e certamente la sfida dell’informazione digitale è quella di migliorare l’acculturamento e non di appiattirlo.

Infine vorrei spezzare una lancia a favore di quelli che non sono in grado di comprendere un testo complesso o anche maggiormente articolato di un semplice articolo giornalistico di cronaca. Siamo davvero sicuri che tutta la cultura si trovi solo nei saggi scientifici o accademici e negli articoli più complessi? Ci chiediamo se la società è davvero pronta a dare più tempo e più risorse a tutti, affinché possano imparare di più e mettersi nelle condizioni di affrontare delle letture più complesse di un articolo di gossip?
La nostra è una società complessa che si regge su mille ruoli diversi e su lavori sia umili che altamente specializzati di milioni di persone che la fanno funzionare, non solo perché sono pagati per farlo, ma perché sono parte di quella stessa società. Quando fai certi lavori e la società non ti da nessuna chance di cambiare il tuo status, forse hai il sacrosanto diritto di non volere nemmeno saperlo un concetto più complesso di quelli che ti servono per sopravvivere, e quindi certi allarmisti, benché esimi studiosi, dovrebbero parlare delle radici in cui il male culturale si annida, e non prendersela (o apparentemente mostrando) soltanto le foglie rinsecchite di questo albero così frondoso e opulento che è la società moderna alfabetizzata.

Lettera di un disoccupato all’Universo

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Caro Universo,
io e te ci siamo sempre capiti. Sono una parte di te e tu te ne sei sempre stato sia fuori che dentro di me in un equilibrio piuttosto interessante. Durante la mia vita non ho assistito a tutto quello che tu invece hai avuto la fortuna di osservare: scontri interstellari, esplosioni di nove o civiltà extraterrestri che sconvolgerebbero la vita di noi umani e delle altre specie se solo potessimo entrarci in contatto. Tutto sommato però, sulla Terra noi sapiens tra politica, guerre e ingiustizie sappiamo come passare il tempo. Insomma, così come nella mia vita, anche nella tua, verso queste parti non c’è stato granché di movimento, viste le premesse.
Tuttavia ora le cose sono cambiate.
Forse te la sei presa perché all’inizio pensavamo che tu fossi semplicemente finito: la Terra al tuo centro e un essere onnipotente al di là delle stelle fisse che, tra le altre cose, raccontavamo addirittura che ti avesse creato. Capisco che ci sei rimasto male, ma per uno grande e grosso come te non credo che possa risultare un’offesa poi così grave; è stato solo un breve periodo di tempo della nostra storia: rispetto alla tua età si può paragonare all’esperienza di un bruscolo in un occhio di un essere umano: non è la fine del mondo. E infatti abbiamo rimediato: il sole è tornato al centro della galassia (in un angolo periferico di questa a dire il vero) e tu sei tornato ad essere infinito, come era giusto che venissi descritto.

Forse non ti è garbato l’ulteriore passo che abbiamo fatto? Da un unico Universo siamo passati agli Universi paralleli e al Multiverso: non pensiamo che tu sia schizofrenico, o ambiguo, o bifido, o biforcuto o dissociato (semmai sta a noi capire perché tutti questi termini hanno un che di spregiativo…), ma semplicemente ti abbiamo studiato e sei talmente grande, infinito e fondamentale per comprendere la trama delle nostre vite, e della materia diffusa che ci circonda, che un unico Universo infinito ci sembrava ancora troppo poco. Di cosa ti lamenti?
Te ne stai in panciolle tutto il giorno e tutto quello che capita di interessante e di più fico te lo puoi godere in diretta e dal vivo, mentre io non posso permettermi nemmeno l’abbonamento alla pay-tv. Insomma il problema che ti volevo sottoporre è che qualcosa nel caso o nella necessità, nel fato o nel destino, per me è cambiato di colpo.

Per prima cosa non sono più sfigato e questo comporta delle responsabilità.
In secondo luogo il lavoro non mi trova più come una volta, quando venivo cercato e mi venivano offerti impieghi, commissioni, consulenze ecc. Adesso capita che più lo cerco e più il lavoro scappa in una fastidiosa pantomima di attrazione/repulsione che pare il rincorrersi amoroso dei personaggi di “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare in preda alle fantasticherie dovute al fiore magico che Puck ha fatto mangiare loro.

Ho forse mangiato fiori magici e per questo non riesco a trovare cosa sto cercando? Mi sembra di no. Se te la stessi prendendo con me per quel bruscolo nell’occhio di prima vorrei capire perché proprio io, cioè: non che non sappia che altri stanno messi peggio e che li stai trattando davvero di merda, ma mi piacerebbe capire perché d’un tratto hai cambiato la prassi a cui mi ero abituato.
Oppure, caro Universo, stai cercando di dirmi qualcosa in maniera negativa? Se il lavoro non mi trova più come una volta e io che lo cerco non lo trovo, allora significa che non devo lavorare? davvero è questo che stai cercando di dirmi, Universo? Altresì non si spiega allora perché non mi fai trovare portafogli per terra o sulla soglia di casa o direttamente rotoli di banconote avvolte con elastici o mazzette ripiegate in una molla d’oro (solo per elencare alcune delle più comuni maniere cinematografiche di mostrare il denaro guadagnato disonestamente), e anche non si spiega perché nello stesso giorno mi si è rotta l’aspirapolvere, la forbice, l’abat-jour e non riesco a trovare più i coperchi né delle pentole né quelli delle padelle, e sì che non c’è bisogno che ti spieghi le virtù del microclima umido che grazie ad essi si crea quando salti le verdure!

Quando ero piccolo capivo se mia madre era stanca dalla consistenza del purè: se ci trovavo pezzetti di patata era stata una giornata pesante, se invece aveva la consistenza morbida delle nuvole significava che aveva avuto il tempo e la passione per rendere i tuberi davvero una purea. Ed la stessa cosa con te: il gusto delle cose che una volta era quello delle nuvole, da qualche tempo ha il sapore della sabbia, in bocca mi ritrovo polvere, e non è quella di stelle, ma dei più bui angoli e delle malcelate preoccupazioni. Le cose sono due: o sei stanco, ma non riesco a capire il messaggio, oppure il periodo nero che sto passando è solo una singolarità, l’ennesima, alla tua presenza, dentro e fuori di te. Tu che sei la madre di ogni cosa, spiegami finalmente cosa sta succedendo.

Tanto lo so che non risponderai, con tutto il nulla che hai da fare immagino che tu sia davvero impegnato, proprio come me: disoccupato forse, ma incantato dal tutto.

Intervista a me stesso sul fantastico mondo del lavoro

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domanda: perché non sei ancora entrato nel mondo del lavoro?
risposta: perché sono laureato.
d: in che senso?
r: nel senso che siccome nella vita voglio fare l’impiegato o il commesso la mia laurea non mi permette di accedere a queste tipologie di lavoro.
d: mi sembra tutto un po’ strano, vuoi provare a spiegarcelo?
r: molto volentieri. per fare il commesso o l’impiegato in azienda privata devi avere una certa esperienza e se quella non basta ho provato a scrivere lettere di presentazione in cui motivavo la mia scelta, parlavo della mia voglia di imparare un lavoro e di intraprendere quest’attività. non mi hanno mai risposto e alla fine qualcuno mi ha detto che era perché ho “lasciato” nel cv che sono laureato (LM in Scienze Filosofiche, n.d.a.).
d: e nel pubblico impiego?
r: ancora peggio. nell’ultimo concorso a cui ho partecipato il mio diploma di perito chimico e la mia laurea specialistica messe insieme valgono meno di un diploma a pieni voti…
d: ci puoi fare un esempio specifico così a casa capiscono di cosa stai parlando?
r: certo: se hai preso 60/60 ti danno 5 punti, tra 57 e 59 sono 3,75, tra 54 e 56 2,50, tra 51 e 53 sono appena 1,25. Per la laurea specialistica sono 3 punti, la laurea triennale 1 solo. Quindi un diplomato con 60 ha 5 punti e io (52 + LS) 4,25. Non ho nessuna speranza.
d: ci sono sempre gli esami.
r: anche quelli te li raccomando. la seconda prova è la stesura di un documento amministrativo. sfido chiunque a trovare un libro dove ti spieghino come stilare un documento amministrativo. e poi quale documento? uno a caso tra i cinquemila tipi esistenti in tutte le tipologie di amministrazioni pubbliche? Inoltre concorrono al punteggio i corsi di formazione, i corsi d’inglese e i corsi di computer. Io l’inglese l’ho studiato da solo e lo conosco benissimo, col computer non ho mai avuto problemi, l’ho imparato a usare più di quindici anni fa, penso che basti no?
d: non basta?
r: no, non basta. rifacendo i punti un diplomato con 60/60 che abbia fatto due corsi tra i predetti e che abbia avuto un contratto interinale in una pubblica amministrazione ha, a parità di punteggio dell’esame a risposta multipla e dell’esame pratico, già più punti di me. La cosa più assurda è che c’è pure l’orale per valutare la conoscenza della lingua e dei programmi informatici – testuali parole – “più diffusi”. Allora a che serve dare punteggi se hai fatto un corso?
d: sembrerebbe un controsenso, in effetti. Conclusione?
r: in questo paese se sei un giovane laureato che vuole fare un lavoro dignitoso che non ha mai fatto prima perché ha passato degli anni a studiare e magari ama il contatto con la gente, se non vuole (e non si capisce perché dovrebbe) nascondere i suoi studi, non può entrare nel mondo del lavoro. spero che per i lavori specialistici sia diverso.
d: vuoi lasciarci con una chicca intellettuale, per favore?
r: Ci mancherebbe: “Forse i suoi vizi gli si potevano perdonare, ma era anche dedito alla pratica sovversiva di pensare” dice W.S. Burroughs di Kim, il protagonista di Strade Morte. Ecco, fino a quando mi dedicherò a questa pratica sembra che non potrò lavorare.