Archivi categoria: parole

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale (un manifesto)

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale predica una verità che tutti tacciono, ma nessuno nega: tutti gli esseri umani sono degli idioti. Per questa ragione la nostra Chiesa non ha  dogmi di nessun tipo: sarebbe troppo complicato comprenderli; di conseguenza non ha regole di nessun genere: sarebbe troppo difficile per chiunque rispettarle.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale perdona tutti. Come si fa a non perdonare degli idioti? Come faremmo ad affermare in tutta coscienza e verità che qualcuno abbia sbagliato a fare questo o fare quello quando la grande verità nascosta della specie umana è di essere tutti degli idioti?

Nessuno cercherà di convincere qualcun altro che c’è qualcosa di giusto o di sbagliato, perché questa Chiesa è stata fondata per semplificare la vita dei suoi fedeli, non per complicarla. Hanno provato per millenni a convincere le persone che ce la potevano fare, che potevano capire, che la buona volontà, l’impegno, lo studio, la consapevolezza di sé, il comportamento civile, il rispetto di sé e degli altri, la moralità, il giudizio, la prudenza, la temperanza, il raziocinio, il ragionamento e la beneducazione avrebbero portato loro felicità e soddisfazione, amore e ricchezza.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale professa la felicità per tutti gli umani, e  questa meta ambita da ognuno è per tutti a portata di mano, anzi, è già in voi e non lo sapete. La felicità è non capire un cazzo.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale è qui per dirti che la felicità è accettare che non è colpa tua, che l’unica cosa da fare è accettare che sei un idiota. Se accetterai questa grande verità, allora capirai che questa è la tua Chiesa.

La Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale professa una fede che non ha segreti in cui credere o misteri da scoprire, non ci sono altre verità da affermare.

Entrando nella Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale potrai fare a meno di ridere alle battute che non capisci; potrai fare a meno delle regole inutili che esistono solo per far lavorare qualcuno; potrai smettere di seguire l’esempio del virtuoso e del giusto, del grande uomo, del personaggio storico, del poeta e dello scrittore rinomato; potrai liberarti di ogni remora e dichiarare  ogni tuo pensiero perché tutto ti è permesso quando sei un idiota.

Perché vivere una vita di finzione e falsità? Perché non ammettere che nessuno è capace di farne una buona? Perché non ammettere finalmente con liberatoria enfasi che nessuno è davvero nella posizione di giudicarti se ti convinci fideisticamente di essere un idiota?

Affiliati alla Chiesa dell’Idiozia Provvidenziale, sii te stesso, sii idiota fino in fondo.

Zalone, Star Wars e l’arte di raccontare storie

Una storia è la nostra memoria in forma diversa, è la rappresentazione di motivazioni, archetipi e desideri che conosciamo sotto forma di bisogni, atti e realizzazioni in ogni fase della nostra vita. L’universalità delle storie e dell’arte del narrare, la trasversalità culturale degli schemi narrativi e delle funzioni dei personaggi è risaputa e banale. Abbiamo bisogno di storie come abbiamo bisogno di confidarci con un amico o di raccontare un’avventura amorosa, un brutto incidente o un successo negli affari o nella professione. Il tentativo di spiegare il successo dei film con Checco Zalone è la cattiva sociologia in cui affogano molti blog e la quasi maggioranza delle discussioni in rete, così come quelle sull’ultimo film di Star Wars che si sono trasformate in veri e propri corsi di narratologia filmica e/o tout court. Tutto questo è molto interessante, ma quella stessa cattiva sociologia rispecchia l’altro tragico tormentone nei dibattiti pubblici e durante le cene o gli aperitivi di chi si occupa di letteratura: lamentarsi delle classifiche dei libri più venduti e della mancanza di dibattito e di denuncia del livello ormai abietto a cui si sono ridotti i consumatori di letteratura nel nostro Bel paese. Immagino scenari apocalittici alla Fahrenheit 451 in cui invece dei memorizzatori i lettori di “buoni libri” se li passano fra loro magari usando “Little Free Library” o altri mezzi di book sharing e leggono di nascosto i capolavori universali della letteratura continuando a comprare i più sordidi titoli nei supermercati, negli uffici postali, negli aeroporti e financo nelle librerie, giusto per non sfigurare, e rimanere alla moda sfoggiando sul comodino il best-seller di turno che nell’80% dei casi non si legge nemmeno. L’ultimo film di Star Wars è un esempio di storia raccontata davanti a un caminetto globale e illuminato da un mito commerciale e blasonato, un culto vero e proprio che riprende il filone della persona normale che si ritrova con dei poteri a dover salvare il mondo. In qualche modo è una storia che conosciamo bene e ci piace vederla e rivederla perché sembra che parli di noi. L’ultimo film di Checco Zalone è un esempio di film costituito da frammenti di conversazioni, di sketch di cui saremmo potuti essere protagonisti, in cui ci sembra di riconoscere l’amico più simpatico del nostro gruppo e rientra in un modello di narrazione che rimanda più a Youtube e al bar che all’arte di raccontare storie. Siamo tutti pieni di pregiudizi e così anche la battuta più becera, quella che non è affatto satira, ma soltanto uno sfottò viscerale che invece di chiamare alle armi la nostra intelligenza primaria, fa scattare i nostri bassi istinti di animali braccati, ci fa ridere come se non avessimo mai riso prima in vita nostra e la sociologia spicciola cerca di spiegare il fenomeno parlando di involuzione. Se stessimo tutti più attenti a raccontare storie tipo Star Wars e ci dedicassimo alla narrazione mostrando gli esempi riusciti di quest’arte scopriremmo che non abbiamo bisogno di spiegazioni consolatorie, ma di storie spiazzanti, e invece di celebrare indirettamente ciò che ci sembra giusto odiare e disprezzare restituiremmo giustizia a chi la merita, e magari, ma solo per magia, vedremmo le classifiche dei libri più venduti come (forse) dovrebbero essere: sottosopra.

p.s.: non ho visto né Star Wars: Il risveglio della forza,Quo vado?.

L’ultimo libro che ho letto è Il vagabondo delle stelle di Jack London. Fate voi.

a cosa serve una sentinella

Foto dalla pagina facebook di TPO - Bologna

Foto dalla pagina facebook di TPO – Bologna

prefazione evoluzionistica

L’omosessualità è una varietà sessuale delle specie appartenenti alla classe dei mammiferi. La riproduzione sessuale permette una grande capacità di adattamento ed ha avuto una certa fortuna evolutiva, perché è al contempo stabile e varia, ovvero i figli assomigliano ai genitori, ma sono anche molto diversi perché posseggono metà del patrimonio genetico di ognuno di loro. La stabilità è necessaria per mantenere un certo tipo di sopravvivenza, la varietà è altrettanto necessaria per superare le sfide adattative dell’ambiente. L’omosessualità è una varietà sessuale necessaria alla stabilizzazione cromosomica che tende (finora) a generare metà maschi e metà femmine. Cosa succederebbe se cominciassero a nascere solo femmine o solo maschi? Una specie della classe dei mammiferi scomparirebbe in poche generazioni, dunque ha prevalso all’adattamento del nostro corredo genetico la generazione di un certo numero di individui che possano riprodursi indistintamente con entrambi i generi per evitare l’estinzione.
Paradossalmente l’omofobia ha permesso agli omosessuali di trasmettere i loro geni a molti più discendenti di quanti ne avrebbero avuti se fossero stati liberi di vivere la loro sessualità con esseri umani omosessuali, in quanto sono stati costretti dai costumi a sposare eterosessuali (e a riprodursi) per convenienza sociale.
Naturalmente credere che la discriminazione abbia contribuito ad aumentare gli omosessuali o che la totale assenza di discriminazioni prima o poi elimini l’omosessualità è un’idiozia. Sarà la natura a decidere quale varietà prevarrà o quali varietà continueranno a sopravvivere, e non sono problemi che incontreremo a breve, in quanto l’evoluzione si spiega soltanto attraverso le ere, e non si vedranno cambiamenti significativi attraverso le epoche.

L’unico consiglio che mi sento di dare agli omofobi è di guardarsi intorno e osservare ciò che loro stessi chiamano “natura”: parlando dell’ambiente al di fuori delle loro teste dovrebbero come minimo rimanere stupiti dell’enormità di specie e di varietà che la “natura” dispone, e dunque rendersi conto che, se è la salvaguardia dei giovani individui della specie Homo sapiens che hanno a cuore, allora dovrebbero rallegrarsi che un numero maggiore di coppie siano disposte e disponibili a crescere orfani (che comunque sono figli di coppie etero, e questo non lo nega nessuno), ma soprattutto che la maggior varietà ha permesso alle specie di sopravvivere e di adattarsi, e dunque l’omosessualità è in ogni caso una risorsa naturale, non una deviazione. Inoltre negare un diritto ad una varietà sessuale di aderire ed esprimere il proprio sentimento materno e familiare equivale a distruggere e annichilire un ecosistema, a estinguere una linea di sangue, a pervertire quella straordinaria strada che la natura umana ha iniziato e ha percorso fin dall’inizio della sua comparsa sulla terra e che ha meravigliosamente definito civiltà.

cosa stanno sorvegliando?

cara sentinella, se sei contro l’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale, allora (almeno) dovresti essere contro :

1) una madre single che ha perso il marito;
2) un padre single che ha perso la moglie;
3) una madre single che vive a casa della madre vedova;
4) un padre single che vive a casa del padre vedovo;

se la tua opinione è che i figli possano essere cresciuti solo da una coppia formata da un padre e da una madre e sei contrario all’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale , allora dovresti essere anche a favore di obbligare:

1) madri single a sposarsi
2) padri single a sposarsi

e nel peggiore dei casi dovresti essere a favore dell’allontamento dei figli da questo tipo di famiglie.

di contro, se sei convinto che una coppia omosessuale non abbia i requisiti naturali per crescere un bambino, allora dovresti spiegarmi in quali famiglie pensi che siano cresciute le persone omosessuali, le quali, visto che ancora non possono adottare devono essere cresciute in famiglie formate da coppie etero;

dunque la domanda che ti faccio è: se una coppia omosessuale dovesse (o potesse) influenzare la sessualità di un figlio, questo dovrebbe essere vero anche per le coppie etero, allora come è possibile che coppie etero abbiano avuto figli omosessuali?

l’unica cosa a cui servono le sentinelle è proteggere cose o persone e nessuno sta mettendo in pericolo niente, dunque le sentinelle sono inutili.

Daniza continua a sfuggire alla cattura (Homo Urso Lupus II)

152623402-c423a11a-a9c1-456f-aba2-87ed8f490916

Una presunta immagine della pericolosa fuggitiva

Daniza, l’orsa pregiudicata che qualche giorno fa per difendere i suoi cuccioli aggredì un raccoglitore di funghi, continua a sfuggire alla cattura. Ancora non era stata dimenticato che quindici anni fa si presentò davanti ad una pizzeria terrorizzando i mangiatori umani che, in men che non si dica, il mondo dei sapiens è tornato a vivere nel terrore. A niente sono valsi gli sforzi delle forze dell’ordine che hanno anche disseminato i sentieri di esperti micologici e di disoccupati travestiti da cercatori di funghi nel tentativo di attirare il pericoloso membro della specie Ursus. Nonostante il braccialetto elettronico che monitora ogni sua mossa, l’orsa si muove così velocemente che nemmeno Superman riesce a individuarla, il che fa pensare a molti che l’orsa, in realtà, sia una spia Cryptoniana.
Da molte parti si ricorda che l’uccisione è prevista “solo come estrema ipotesi” qualora l’animale non si costituisca agli operatori. Qualora invece la cattura arrivi a buon fine, l’orsa sarà sottoposta a custodia cautelare e ad un corso di condizionamento grazie al quale le verrà insegnato a comportarsi umanamente.
Nel frattempo, per protestare contro il sacrosanto diritto degli Homo sapiens di discriminare impunemente le altre specie, un gruppo di cosiddetti traditori dei sapiens, meglio noti come animalisti, ha occupato la sede della Provincia Soppressa di Trento, chiedendo l’annullamento dell’ordinanza di cattura. Il portavoce universale degli Homo sapiens, Superman, ha dichiarato alla stampa che per il momento non interverrà in quanto non può discriminare tra una vita umana e l’altra. Il ministro Alfano ha invece dichiarato che tutti gli amici di Daniza che si dichiareranno apertamente contro la sua cattura (ed eventuale soppressione) sarebbero da arrestare come terroristi. Nella lotta senza quartiere tra le specie è guerra aperta tra la forza e la ragione. Staremo a vedere chi la vince.

Homo urso lupus

un'orsa dal dentista

Un’orsa durante una visita dentistica.

 

Un’orsa, madre single con due cuccioli, già nota alle forze dell’ordine, ha aggredito un cercatore di funghi. Gli ha rifilato due zampate e gli ha morso uno scarpone, riferisce la Repubblica.
In seguito a questo brutale attacco alla specie umana, la provincia di Trento ha schierato le sue forze di polizia per stanare l’animale e interrogarlo. Se l’animale farà resistenza l’orsa potrebbe anche essere abbattuta.
“Ci dispiace, ma visto che non ci sono ancora supereroi alieni con lo specifico ruolo di difensori di altre specie viventi sulla Terra, questa è l’unica condotta possibile. Il fungicida stava osservando l’orsa e i cuccioli, e non si è reso conto di essere sottovento: è una colpa questa? L’odio contro un’altra specie è perseguibile anche se l’unico reato che l’orsa abbia mai commesso è di non essere un Homo sapiens” ha dichiarato Superman alla stampa.
“Solo con interventi duri ed esemplari faremo capire che non possiamo tollerare simili atti di odio di specie. Il fungicida era solo un voyeur, non un pedofilo o un violentatore o un assassino. Il momento di dire basta è arrivato ed è già da troppo tempo che consentiamo il pascolo e la permanenza di altre specie sul suolo terrestre. Se il ringraziamento per la nostra tolleranza è questo, l’unica soluzione è quella finale” ha dichiarato Alfano.
Da questo momento è caccia aperta all’orsa mordicchiona.

(n.b.: lo scrivente Homo sapiens si dissocia dal comportamento dei membri della sua specie)

L’autista

Non conosco nemmeno uno stronzo.
È una cosa strana lo so. Il mondo è pieno di stronzi e anche a me, come sicuramente a voi, è capitato di incontrarne qualcuno, ma per fortuna non li frequento.
Avevo preso l’autobus per una di quelle che io chiamo corse di alleggerimento. Non avevo la macchina (e non ce l’ho tuttora, per questo non posso rispondere a molti annunci di lavoro e quando mi avevano chiamato per lavorare all’aeroporto mi hanno scaricato quando hanno saputo che non avevo la macchina) ed ero nervoso. I poveri come me, non potendo sfogarsi al volante salgono sul primo autobus e si fanno guidare dal destino o, come in questo caso, da uno stronzo.
Io non ce l’ho con la categoria degli autisti, sia chiaro. Odiare una categoria solo per il lavoro che fa sarebbe stupido; ancora più stupido è credere che non ci siano persone, in una determinata categoria, che sappiano quanto le persone le odino e che non cerchino perciò di cambiare le cose comportandosi meglio, rispettando le regole e pretendendo dai colleghi altrettanto ecc. ecc., e non sto parlando della sola categoria degli autisti. Il discorso è davvero generale e vale per gli idraulici, per i meccanici, per i finanzieri, per gli avvocati, per i politici. Forse per i politici no.
Fatto sta che la mia corsa di alleggerimento imbeccò in un’autista stronzo che è un po’ come essere giù di morale e chiamare la persona più lamentosa del mondo per farsi tirare su, e poi finisci sotto un treno e ti domandi se non sia un po’ anche colpa tua. Ma come per i genitori, l’autista non te lo scegli e a me toccò costui.
Aveva gli auricolari su e già al capolinea parlava di affari con un accento molto stretto e a voce piuttosto alta.
Ora io lo so perché nessuna azienda vuole assumere un laureato per un lavoro che potrebbe fare anche un semplice diplomato (o perché bandiscono concorsi pubblici in cui la tua laurea non vale quasi niente): i laureati sono odiosi e se uno si ritrova nella categoria degli odiosi è difficile che non venga odiato, vi pare? Io per primo mi riconosco in questa categoria perché ho questo atteggiamento di superiorità nei confronti di chi non è laureato, perché mi considero capace di un’ampiezza di vedute che tende a risolvere i problemi, a considerare il modo migliore di fare una cosa ecc. ecc. tutte quelle cose odiose che quando ve le dicono cominciate subito ad odiare chi ve le sta dicendo. Ecco. Caratteristica degli odiosi è di trovare spesso e volentieri gli altri odiosi. E infatti trovai l’autista del 14C subito odioso per due motivi: 1) parlare a voce così alta in stretta cadenza regionale mi fa pensare che studiare è stato inutile, che tutto quello che ho imparato su me stesso e sugli altri e sul mondo non mi permetterà comunque di superare il concorso per autista di autobus e che costui in persona, come rappresentante dell’azienda di trasporti sia un tipico esempio di revanscismo regionalista che non può fare nulla per la causa dell’integrazione dei nuovi italiani, anzi la ritarderà proprio perché è anche, metaforicamente, la nostra guida; 2) in quanto autista è responsabile per le nostre vite, ma anche parte integrante del servizio pubblico, e trovavo che fosse una forma estrema di mancanza di rispetto, in quel momento, parlare al telefono di rivendita di pezzi di ricambio per auto, investimenti in una catena di negozi nello stesso ramo e anche in quello delle auto usate, perché, dal mio punto di vista odioso, anche se non riesco a condannare l’iniziativa privata e l’interessamento di questa persona per il miglioramento della propria condizione economica e/o lavorativa, mi dava proprio l’idea di un dipendente pubblico a cui non fregava proprio un cazzo del lavoro che stava facendo, ma che anzi lo stava svolgendo come ripiego temporaneo e durante l’orario di lavoro si stava facendo, letteralmente, gli affari propri.
Il che mi portava a due amare conclusioni: a) in Italia per lavorare nel settore pubblico devi disprezzarlo, conditio sine qua non per superare il concorso (una forma psicologica di serendipità, probabilmente); b) la condotta di un dipendente pubblico, qualsiasi essa sia, non influisce sul rapporto di lavoro, ergo nella PA è pieno di gente che se ne frega o è almeno quello che arrivano tutti a pensare a discapito dei dipendenti virtuosi, che evidentemente ci sono, ma nessuno riesce mai a vedere.
Dal momento che avevo capito che l’Universo mi stava per dire qualcosa non potevo più allontanarmi, ma tendere l’orecchio e ascoltare cosa aveva da dirmi, anche se con quella corsa avrei voluto solo rilassarmi un po’ come quando ci si prende un bagno profumato, e non ero in vena di insegnamenti zen, ma tant’è.
Alla prima fermata una coppia assortita si affacciò all’ingresso anteriore per cercare informazioni dall’autista. L’uomo era vestito con un completo grigio impeccabile, camicia bianca e cravatta rosa. La donna era abbigliata con un vestito tradizionale a fiori, la testa era coperta con un velo lilla e aveva delle babbucce di seta ai piedi. Avranno avuto entrambi sui cinquant’anni e oltre ad essere dignitosi nell’essere un po’ spaesati, avevano quella generale aria di serenità delle popolazioni del sud est asiatico che me li faceva sempre vedere come imperturbabili e tendenti ad una invidiabile felicità terrena in qualsiasi avversità. Toc toc. Chi è? Uragano. Prego, si accomodi…
Tra tutte le parole che l’uomo mi parve di pronunciare dopo che l’autista domandò una piccola pausa al suo interlocutore al telefono, credo di aver capito “stadio” e “barca”. Trovandoci al Pilastro quell’autobus li avrebbe portati eventualmente sia allo stadio che al quartiere Barca, ma l’autista – particolare molto diffuso nella categoria – non conosceva né in particolare le zone che la linea che stava guidando attraversava, né tantomeno il nome di alcuna fermata della stessa, e tanto bastava per definirlo uno stronzo, oltreché incompetente, secondo me. Il signore ben vestito insisteva. Era l’ora del tè in Inghilterra o era passata da poco e mi immaginavo che la coppia dovesse andare a cena da qualche parte o a un ricevimento, o comunque a trovare qualcuno che rispettassero molto. L’uomo cercava di esprimersi al meglio, ma non conosceva perfettamente l’italiano e smozzicava molte parole. L’autista, che l’italiano non lo conosceva meglio, cercava di tirarla corta, sia perché non poteva stare fermo con l’autobus per troppo tempo, sia perché aveva degli importantissimi affari al telefono, ma anche perché stavano violando la regola d’oro degli autobus: non si parla al conducente. Sono d’accordo che se vuoi utilizzare un mezzo pubblico dovresti sapere meglio dove vuoi andare, ma la maleducazione è giustificata, se mai lo sia, solo da inescusabile malafede e mai e poi mai dall’incompetenza dell’autista. Fatto sta che l’uomo pronunciò le parole “centro” e “commerciale” in rapida successione e una luce brillò in fondo al tunnel dell’impazienza dell’autista.
“Ho capito. Salite” disse lo stronzo tutt’a un tratto gentile. L’uomo aiutò la moglie a salire il gradino tenendole affettuosamente il gomito e le porte si chiusero. Poi si avvicinò al gabbiotto per chiedere all’autista quando sarebbero dovuti scendere.
“Non vi preoccupate, ve lo dico io” disse guardando davanti a sé come doveva essere, ma ciò che in realtà vedeva era solo il suo roseo destino imprenditoriale e riprese la conversazione telefonica lì dove l’aveva lasciata.
“Come ti dicevo la percentuale di ricavo su ogni singolo pezzo per quel determinato comparto merceologico non supera le spese di stoccaggio dei colli se si utilizza un magazzino di deposito…”
Non successe nulla fino a via Massarenti. La coppia si era guardata intorno fiduciosa e speranzosa. La moglie si era seduta e non aveva mosso un dito. Dignitosa si era affidata completamente alle cure del marito e questi aveva creduto che l’autista avrebbe fatto quello che aveva promesso. Quando passò il Centro Commerciale di via Larga l’uomo ben vestito si era preoccupato, ma soltanto per un momento. L’autista non gli aveva detto nulla, ergo non era il loro “centro” e “commerciale” e aveva unito questa deduzione all’informazione che qualcun altro gli aveva dato: il centro commerciale di cui gli avevano detto non poteva essere così vicino, e probabilmente si trattava della Coop zona Stadio. Quando però arrivammo all’Ospedale S. Orsola, l’uomo vide la Coop San Vitale e pensò che aveva aspettato troppo e che l’autista sembrava troppo indifferente.
“Vedi, ti stai sbagliando un’altra volta. I pezzi di ricambio vanno alla grande durante le feste, soprattutto d’estate. La gente va fuori di testa durante le vacanze e consuma tutto: gomme, pastiglie, lampade, fanali…” stava dicendo l’autista al suo misterioso interlocutore. L’uomo ben vestito osò disturbarlo.
“Scusi, ma quando dobbiamo scendere?”
“Come? Ah già” disse l’autista “senti, aspetta un po’” disse al telefono e accostò all’ultima fermata di via Massarenti consapevole che di quella coppia si era completamente dimenticato.
“Ma voi dove dovevate andare?” domandò come il colpevole che cerca di nascondere la sua colpa.
“Noi detto: centro commerciale. Tu ci avvisavi” disse l’uomo con la voce incrinata.
“Eh lo so, ma ci siamo sbagliati entrambi. L’abbiamo già passato il centro commerciale, capito?” disse l’autista col tono di superiorità dell’autoctono che non sa come fare con questi stranieri che non sanno la lingua e pretendono pure.
“Tu detto che ci avvisavi” disse l’uomo ben vestito aumentando ancor di più l’equivoco. Voleva almeno una spiegazione, solo questo. L’autista gli aveva dato la sua parola.
“Senti, se tu non sai dove devi andare, come faccio a saperlo io?” gli domandò con tono leggermente irritato, ma con lo sguardo talmente menefreghista piuttosto che sereno che l’uomo deve aver pensato alla peggior gentaglia che aveva conosciuto nel suo paese e che credeva di aver finalmente abbandonato laggiù insieme alla povertà diffusa e ai rovesci degli elementi. Invece se li ritrovava anche qui. Perse la generale serenità della sua stirpe e andò a recuperare la moglie. Mentre scendevano disse: “Io non so come tu possa fare questo lavoro. Tu manchi di gentilezza e professionalità. Tu incompetente e sfiducioso…” e le porte si richiusero.
“Ma tu guarda che gente mi deve capitare che non sa nemmeno dove cazzo deve andare e pretende pure che lo sappia io. Ma che cazzo volete da me? Dico bene Giusè? Ma che volete? Tornatevene nel vostro paese, pezzi di merda!” disse l’autista quasi perdendo il controllo e mettendo un’energia eccessiva nell’acceleratore.
“Scusa come? Non sei Giuseppe?” sentii che diceva l’autista “Come cazzo è possibile? Ti chiami Mario? Ma come è successo? Allora ho sbagliato numero, se ti chiami Mario…” e chiuse la chiamata e si tolse l’auricolare schiaffeggiando il volante e saltando sulla sedia.
Ecco, aveva parlato per mezz’ora con qualcuno che credeva qualcun altro. Ecco chi ci guida. Lo so, sono odioso, ma non mi dite che questo autista non era uno stronzo.

L’assurdo allarme dell’analfabetismo

Questo è un momento storico davvero storico.

Tre generazioni di italiani convivono sul suolo patrio e hanno in comune, oltre alla cittadinanza, qualcosa di così rivoluzionario che difficilmente appare a prima vista tale, e che ancora non è visto con la giusta logica entusiastica: tutte e tre sono state a scuola. I miei nonni e i miei genitori sono stati a scuola. Io sono stato a scuola. I vostri nonni (sicuramente con qualche eccezione, ma diciamo che parlo ai nati negli anni settanta) e i vostri genitori sono stati a scuola. Voi siete stati a scuola e tutto questo è avvenuto solo nell’ultimo secolo.

Davidson dice del relativismo culturale che spesso e volentieri operiamo una discriminazione al ribasso delle cose in comune tra due culture soltanto perché le differenze spiccano maggiormente e l’incomprensione è un’arma potentissima di fascinazione. Invece le cose in comune pacificano, rendono i conflitti più dolci e scientificamente chiariscono parecchie cose, come ha fatto per esempio Chomsky con le lingue.

Traslando il metodo di Davidson alla situazione dell’analfabetismo in Italia le cose si possono descrivere più o meno allo stesso modo: spiccando all’occhio esempi di analfabetismo ci sfuggono le più elementari osservazioni di un fenomeno epocale: la maggioranza della popolazione italiana conosce e riconosce almeno un linguaggio scritto (quello della propria nazione). Una buona fetta di questa maggioranza conosce addirittura un altro linguaggio (almeno un’infarinatura d’inglese grazie alla pubblicità, ai film e all’ingloriosa esterofilia italiana). Tutti utilizzano le parole scritte per la comunicazione di tutti i giorni: sms, commenti o post su Facebook o sulle pagine dei giornali on-line, comunicazioni commerciali, lettere d’amore e lettere d’affari, scritte sui muri (la storia umana non ne aveva mai viste così tante che se un’eruzione seppellisse una qualsiasi città europea presa a caso gli eventuali scopritori delle sue rovine penserebbero prima di tutto che avessimo sostituito i muri alla carta…) ecc. ecc. per una tale gamma di scrittura e lettura e una tale mole di testi fruiti e scritti che mai, dico mai, la società metropolitana aveva mai potuto sperimentare.

C’è ancora chi non è convinto e fa leva nel suo ragionamento tutto sulla parola “maggioranza”, che naturalmente io ho usato apposta, anzi ho dovuto usare, in primo luogo perché in un articolo generalista che non ha nessuna pretesa sociologica è corretta; in secondo lugoo perché rientra nella logica davidsoniana del mettere da parte le differenze e sottolineare le cose in comune.
Nell’ottocento il tasso di analfabetismo, solo in Italia, in certe zone, superava anche l’80%. Ancora sotto il fascismo più della metà della popolazione era analfabeta, e non aveva la possibilità di avvicinarsi a nessuna produzione culturale, né scritta né verbale.

Tutti questi dati li sto naturalmente inventando perché non posso ricordare le cifre precise, ma fidandomi della mia memoria di ottimo studente delle superiori, farò finta che esse siano più vicine al vero di quanto non siano. Chiunque può andare a controllare e vedrà che le cose stanno davvero così, o almeno ci sono andato molto vicino. Se ho scelto di non mettere dati precisi è proprio per rendere ancora più evidente la logica davidsoniana. La maggioranza non è più analfabeta: ha concluso gli studi superiori, e una buona fetta di questa ha potuto studiare all’Università, ovvero accedere al massimo grado di conoscenza del genere umano. C’è persino di più. Se anche non volessimo considerare i canali ufficiali degli studi legalmente riconosciuti, qualsiasi italiano (anche se non in tutte le città, e nemmeno in tutte le più grandi, questo lo riconosco) volendo potrebbe studiare senza spendere un soldo esattamente gli stessi libri che studia uno studente universitario di qualsiasi corso di laurea, di qualsiasi Scuola. Infatti abbiamo ripreso la tradizione del Museo di Alessandria e abbiamo creato una delle più grandi istituzione della civiltà occidentale: la Biblioteca.
Questo è sorprendente ed è questo ciò che va sottolineato: va sempre ricordato quale è il grado di civiltà a cui siamo giunti e non solo che molti alfabetizzati sono incapaci di compiere semplici operazioni matematiche o comprendere un testo complesso. Certo, questi sono altri problemi che andranno affrontati con nuovi strumenti e certamente la sfida dell’informazione digitale è quella di migliorare l’acculturamento e non di appiattirlo.

Infine vorrei spezzare una lancia a favore di quelli che non sono in grado di comprendere un testo complesso o anche maggiormente articolato di un semplice articolo giornalistico di cronaca. Siamo davvero sicuri che tutta la cultura si trovi solo nei saggi scientifici o accademici e negli articoli più complessi? Ci chiediamo se la società è davvero pronta a dare più tempo e più risorse a tutti, affinché possano imparare di più e mettersi nelle condizioni di affrontare delle letture più complesse di un articolo di gossip?
La nostra è una società complessa che si regge su mille ruoli diversi e su lavori sia umili che altamente specializzati di milioni di persone che la fanno funzionare, non solo perché sono pagati per farlo, ma perché sono parte di quella stessa società. Quando fai certi lavori e la società non ti da nessuna chance di cambiare il tuo status, forse hai il sacrosanto diritto di non volere nemmeno saperlo un concetto più complesso di quelli che ti servono per sopravvivere, e quindi certi allarmisti, benché esimi studiosi, dovrebbero parlare delle radici in cui il male culturale si annida, e non prendersela (o apparentemente mostrando) soltanto le foglie rinsecchite di questo albero così frondoso e opulento che è la società moderna alfabetizzata.